Estero

Venezuela, come può rinascere il sistema scolastico allo sfascio

 

Se la Scuola venezuelana sembra giunta a un capolinea senza speranza di ripartire, in queste settimane viene lanciata la chiamata a un nuova stagione di impegno civile.

È quanto emerge da quanto scrive padre Luis Ugalde, voce libera del Venezuela, nel suo articolo che da qualche settimana contribuisce a rianimare la coscienza del Paese (è stato pubblicato il 27 agosto; n.d.r): “in ciascuna delle 25.000 scuole bisogna che sia presente e attiva la società che educa con la consapevolezza che la scuola è nostra; non del governo, ma con il governo”. Il suo pensiero è condiviso da tutta la Chiesa cattolica dela Paese sudamericano.

Nessun appello allo “Stato docente” che esclude gli altri; neppure la negazione che allo Stato spetti la responsabilità per tutta l’istruzione nel Paese.

“Con questa nuova consapevolezza sorgono possibilità inimmaginabili” spiega il Gesuita, che dà voce a un pneisero condiviso dai vescovi. “Se non ci sono educatori attivi laureati (dal momento che sono sottopagati; n.d.r.) sopperiremo a questa mancanza con quelli in pensione, con genitori formati, con studenti universitari… è inutile chiedere aumenti di stipendio a uno Stato in rovina o ai genitori di mandare i figli a scuola dopo che hanno fatto una buona colazione”.

L’ispettoria salesiana tiene fede a questo impegno attraverso i suoi religiosi e un piano di contrasto all’emergenza alimentare che supplisce alla mancanza di percorsi scolastici per tutti. In questo è sostenuta dall’intera congregazione e dal Rettore Maggiore in primo piano: “Non siete soli, dalle varie parti del mondo salesiano ci preoccupiamo per voi, siamo attenti a ciò che state vivendo e ben consapevoli di tutto ciò che vi accade” scrisse già nell’aprile 2017. Con tutta la prudenza che impone di non entrare sul piano delle scelte di potere, don Ángel Fernández Artime rassicurò i confratelli veneuelani di essere al loro fianco: “Intuiamo il dolore che vivete e la stanchezza a cui siete giunti. Per molto tempo abbiamo pregato per questo bellissimo Paese e la sua buona gente”.

La questione da affrontare è  che la maggioranza povera del Paese abbia un adeguato pasto a scuola tutti i giorni e che non si accontenti di mandare i bambini a una scuola che viene considerata “dello Stato”, ma che vada con i propri figli a una scuola che è loro. Da questa visione che chiama all’impegno “per” e non “contro” nasce il riscatto dei valori personali e di cittadini: “è questione di vita o di morte per la società, così come lo sono la formazione e le abitudini di lavoro responsabile, senza le quali la società non ha futuro”.

La Scuola pubblica venezuelana fu riformata trent’anni fa (prima del Chavismo; n.d.r.), fissando l’obbligo di frequenza per tutti fino ai 15 anni. Pur con molti limiti circa la qualità pedagogica, fu garantito l’accesso alle materne anche per la popolazione più povera, e si ebbero buoni risultati nella scuola primaria e secondaria, tanto da prefigurare la quasi totale scolarizzazione della popolazione: nel 2011 il tasso di alfabetizzazione: era del 98.4% fra i giovani e del 95.2% fra gli adulti. L’ottimismo governativo si era spinto a prefigurare un alto numero di laureati. Le presidenze di Chavez e poi di Maduro enfatizzarono questo dato: “L’orgoglio della propaganda di regime galoppava presumendo il numero di universitari” scrive Ugarte, ma senza preoccuaprsi della qualità dell’istruzione e senza confrontarsi con altri Paesi: “con la scusa che le misurazioni quali il PISA (Programma per la valutazione internazionale dell’allievo) sono di stampo capitalistico e non adatte per apprezzare quello che il governo definisce gioielli educativi socialisti”.

L’autore dell’appello riconosce che il governo oggi non riesce a mantenere le scuole, e spesso l’abbandono delle strutture fa sì che siano saccheggiate. “Non si tratta per i genitori e per gli educatori di mettersi contro lo Stato, ma di raggiungere nuove sinergie che si supportino a vicenda per promuovere congiuntamente, organizzare, assumersi la responsabilità degli aiuti umanitari nazionali e internazionali, che finora sono stati avviati in modo molto timido con la Croce Rossa o con la Caritas”. Anche la famiglia salesiana, in tutte le sue componenti, si è fatta parte attiva per costruire questo flusso di risorse.

Secondo il Gesuita, occorre che ‘Fe y Alegría’ (fede e gioia, due termini che designano una delle molte scuole di istituzioni sociali e religiose in Venezuela; n.d.r.) ritornino in primo piano.


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