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Dov’è la donna?

Interviste & Opinioni

Eppure, bisognerà ricominciare.

Uomo e donna non potranno andare avanti così, indefinitamente, lungo strade che li allontanano sempre più, che li vedono sempre più estranei, diffidenti o, peggio, del tutto indifferenti l’uno verso l’altra.

Verrà il tempo in cui l’uomo rientrerà in se stesso; riprenderà coscienza di sé, del proprio ruolo, della propria virilità, senza arroganza ma senza ambiguità. E si chiederà, come dopo una lunga malattia: «Mio Dio, ma dove sono stato in tutto questo tempo? Che cosa ho fatto, che cosa mi è successo?».

Anche la donna rientrerà in se stessa; riscoprirà il piacere della propria femminilità, senza troppi languori, ma anche senza più la folle ambizione di scavalcare l’uomo in fatto di aggressività: ritroverà la dolcezza perduta e ritornerà a vedere nella maternità non un peso e un inconveniente, ma una gioia e una profonda realizzazione.

Torneranno a guardarsi negli occhi con simpatia, con affetto, con desiderio, con stima e ritroveranno l’emozione e la gioia di una sottile, sorridente complicità.

Perché un rapporto sentimentale senza complicità finisce per diventare freddo, burocratico, prevedibile e soprattutto noioso. Nella complicità c’è sempre una leggera ma necessaria vena di pazzia o, almeno, di sregolatezza; appena un poco, quanto basta per dare un po’ di pepe alla relazione e per impedirle di impantanarsi nella routine.

Nella complicità fra uomo e donna, poi, entra in gioco anche l’elemento sessuale, ma in forma sottintesa, allegra e scherzosa. Due amici dello stesso sesso, per quanto affiatati, non potranno mai essere complici nel modo che è proprio dell’uomo e della donna. La complicità, infatti, è un capirsi istintivamente fra diversi, non fra simili.

Da quando l’uomo e la donna hanno smesso di essere complici, di porsi l’uno rispetto all’altra con una certa dose di sensuale complicità?

Da così tanto tempo che, forse, l’hanno perfino dimenticato; certo prima del femminismo e anche prima del dilagante consumismo, che tutto appiattisce ed omologa, facendo sparire la diversità, salvo poi vederla rientrare, ospite indesiderata, dalla finestra, ad esempio nelle vesti della donna mascolinizzata, o dell’uomo svirilizzato.

Forse tutto è cominciato con l’avvento della rivoluzione industriale e del suo inevitabile corollario, la società di massa, che ha provocato un autentico sovvertimento antropologico.

Da allora, l’uomo non è stato più del tutto uomo e la donna non è stata più interamente donna; e, in mezzo a tanta confusione, i figli hanno cominciato a non capirci più nulla, a perdere ogni punto di riferimento e ogni senso di identità.

Sia come sia, il fatto è quello: l’uomo e la donna si sono persi di vista.

L’uomo, ormai, ha paura della donna: la sua aggressività lo intimidisce.

Con se stessi, però, è difficile mentire. Il nervosismo, la scortesia, l’aggressività sempre pronta a balzar fuori sono altrettante spie di un malessere profondo, che ha le sue radici – spesso – proprio nella solitudine affettiva e nella incertezza di genere. Il piacere di sentirsi uomo e di sentirsi donna è indispensabile per godere dell’equilibrio interiore; e non si può provarlo se non si nutre un sentimento di attrazione, di rispetto, di simpatia per il sesso opposto.

Ma allora, che cosa dovrebbero fare l’uomo e la donna per ritrovarsi, per ritornare amici, per ridiventare complici?

In primo luogo, sforzarsi di essere veramente se stessi, di fare chiarezza dentro di sé: ritrovare il proprio equilibrio, vuol dire anche ritrovare la propria identità di genere.

Tale identità, negata dalla cultura femminista degli anni passati, che l’aveva ridotta ad un semplice prodotto culturale, esiste, che piaccia o no ai sostenitori di una astratta «uguaglianza» la quale, in nome di un malinteso democraticismo, vorrebbe anche negare, ad esempio, l’esistenza di differenti razze umane; anche se non può certo essere ridotta alle meschine proporzioni di un maschilismo becero e arrogante e di una femminilità passiva e sottomessa.

In secondo luogo, bisogna trovare in sé quel tanto o quel poco di coraggio necessario per confessare, francamente e senza trucchi, il bisogno reciproco dell’uomo e della donna: perché nessuno basta a se stesso; e la pretesa di essere perpetuamente ammirati e desiderati, ma senza mai concedersi ad alcuno, è una autentica forma di perversione sessuale. E a tale forma di perversione sono in molti ad indulgere, oggi, specialmente nel sesso femminile.

In terzo luogo, bisogna riscoprire il piacere di capirsi, aiutarsi, sostenersi e incoraggiarsi a vicenda: questo è il segreto della complicità; ed è un piacere che si addice alle persone forti e mature, le quali non temono di ammettere di essere bisognose dell’altro. Solo i deboli si credono del tutto autosufficienti; è una maschera, quella che indossano, la quale dovrebbe proteggerli dal rischio di dover chiedere, di doversi aprire, di doversi esporre.

Ma chi non è abbastanza forte e abbastanza umile da esporsi, non merita di uscire dalla propria solitudine; al massimo troverà qualcuno simile a sé, che non lo aiuterà a superare le sue paure, ma vi aggiungerà le proprie: con quanto vantaggio e giovamento reciproco, poi, è sin troppo facile profetizzare.

Non c’è niente da fare; non vi sono scorciatoie.

Chi non ha fatto i conti con se stesso, non troverà mai l’affettuosa complicità dell’altro; e, in particolare, non troverà mai la gioia dell’incontro vero, profondo, con il sesso opposto, che gli schiuderà nuovi e meravigliosi orizzonti esistenziali.

È quasi divina la forza che l’uomo e la donna possono donarsi reciprocamente, allorché siano in reale sintonia e, invece di diffidare l’uno dell’altra, di temersi e aggredirsi, uniscano le loro energie vitali, la loro sensibilità, la loro capacità di accoglienza e comprensione, per formare una entità nuova e diversa, che non sarà più la semplice somma delle due componenti, ma qualcosa di molto più vivo e profondo.

Essere compici non significa annullarsi, ma rimanere distinti e tuttavia solidali, uniti da mille vincoli di simpatia, di calore, di desiderio della felicità reciproca.

Diversi, appunto, ma anche un po’ simili: abbastanza diversi da costituire un grande mistero l’uno per l’altra; e tuttavia abbastanza simili, da potersi spingere almeno fino alle soglie di un tale mistero, se non altro per godere tutto l’ammirato stupore che esso merita.

Il segreto, in fondo, è tutto qui: riscoprire la meraviglia dell’incontro che rende i diversi un po’ meno diversi, un po’ più simili, pur rimanendo distinti.

E tu, donna, resta donna.

Evelyn Zappimbulso


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