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Indipendentisti catalani condannati

Estero

Il Tribunale supremo di Madrid ha espresso condanne molto dure per i 12 indipendentisti catalani che erano accusati di una serie di reati che hanno portato alla Dichiarazione unilaterale di indipendenza dell’ottobre 2017. Le accuse sono di sedizione e appropriazione indebita; scartato invece il reato di ribellione per il quale sono previsti 25 anni di reclusione.

Oriol Junqueras,  leader di Esquerra Repubblicana, è stato condannato a 13 anni di carcere da scontare a Lledoners. 12 anni e mezzo per gli ex assessori Jordi Turull, Raul Romeva e Dolors Bassa; 11 anni e mezzo per Carme Forcadell, ex presidente del Parlament;  10 e mezzo per Josep Rull, e Joaquim Forn,  assessori; Jordi Sanchez e Jordi cuixart infine hanno avuto 9 anni. Questi ultimi sono i presidenti di Anc e Omnium Cultural,  movimenti di società civile che avevano organizzato manifestazioni a sostegno dell’indipendentismo catalano.  I reati sono quelli di sedizione e malversazione,  ossia di gestione illeciti dei fondi pubblici. 

Ripresa nella sentenza la protesta del 20 settembre 2017 a Barcellona davanti alla sede dell’assessorato all’Economia che,  secondo i giudici, ha costituito la base per il reato di ribellione.  Infatti secondo la legge spagnola,  le attività dei condannati ha portato ad una sollevazione pubblica e violenta nel tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale.  Quella manifestazione, raccogliendo oltre 40.000 persone, aveva dato il via alla giornata referendaria del 1 ottobre che aveva consentito al popolo catalano di esprimersi per l’indipendenza nonostante la polizia cercasse di fermare le operazioni di voto in seguito alla decisione del Tribunale costituzionale. 

Il Tribunale supremo condanna questi amministratori,  non per la loro partecipazione diretta ai fatti (anche se non ne è sicura la loro assenza),  ma perché ritiene che essi abbiano promosso queste manifestazioni con la consapevolezza che si sarebbero potuti verificare incidenti. L’esercizio del referendum non è stato considerato dunque un atto violento se preso come strumento di espressione. 

Riattivato dal giudice Pablo Llarena del mandato di arresto europeo per Carles Puigdemont che al momento si trova in Belgio. Anche per lui le accuse sono di sedizione e appropriazione indebita per la fallita successione catalana. 

Dura la risposta del premier Pedro Sanchez che ha assicurato “fermezza e proporzionalità in caso di incidenti dopo la sentenza”.  “Nessuno è al di sopra della legge. La sentenza riguarda la violazione di tre principi costituzionali. Uno è quello dell’ uguaglianza dei cittadini nel rispetto delle leggi. In secondo luogo la diversità territoriale: l’unità della Spagna si basa sulla diversità e su un alto livello di autonomia. E in terzo luogo,  come in qualunque Costituzione democratica, l’inviolabilità dell’integrità democratica “, ha sottolineato Sanchez. 

Commento duro da parte del presidente regionale Quim Torra che ha definito la sentenza” ingiusta e antidemocratica” ed ha inoltre chiesto un urgente incontro al re Felipe VI  e al premier Sanchez per gestire la crisi.

Di Sara Carullo


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