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La paura dell’uomo nero fa arrivare l’uomo nero

Un PD sempre più paralizzato dalla “paura” di Salvini non serve a nessuno.

Politica italiana

Sabato un centrodestra alle prese con i suoi tentativi di unità, si è misurato con il calore di piazza San Giovanni, a distanza di ben 13 anni dall’ultima volta. Mattatore, come ampiamente prevedibile, è stato Matteo Salvini, già proiettato alle sfide elettorali che attendono il Paese. L’appuntamento in Umbria di domenica prossima è dietro l’angolo e il leader leghista è già pronto a sfidare la coalizione alla guida del governo nazionale alle prossime elezioni regionali, ma punta soprattutto alle politiche.

 

Distante poche centinaia di chilometri, un altro Matteo, lanciava la Leopolda numero 10, appuntamento utile anche a promuovere il suo nuovo progetto politico: Italia Viva.

 

Entrambe le manifestazioni, al netto di come la si possa pensare del merito delle proposte, hanno evidenziato come i due Matteo possano, a ben guardare, definirsi gli unici leader presenti oggi in Italia. Entrambi hanno forza ed entusiasmo e non hanno paura di “farsi la guerra”: Renzi si batte contro “Quota 100”, Salvini minaccia di bloccare il Parlamento se venisse abolita; Renzi continua a chiedere chiarimenti sul caso Russia e Salvini rilancia con lo scarso successo elettorale del suo nuovo «partitino», Jtalia Viva,  come lui l’ha definito.

Occupano massicciamente giornali, radio, tv e soprattutto social, lasciando solo le briciole agli altri protagonisti della scena politica.

 

In tutto questo, “il PD che fa?”, riprendendo un vecchio adagio, caro soprattutto ai 5 Stelle.

Spiace dirlo, ma il principale partito del centrosinistra sembra ormai stancamente avviato verso una parabola discendente.

Era il 2007: della vocazione maggioritaria sognata e promossa da Walter Veltroni sembra ormai rimasto ben poco.

Spesso si usano i sondaggi come unità di misura della salute e della efficacia di una proposta politica. Il PD è ormai da mesi fermo su percentuali tra il 18 e il 20% e anche la prova del governo non sembra stia servendo a migliorarne l’indice di gradimento elettorale.

Ecco! Il PD, allora, potrebbe prendere spunto da due dei suoi massimi avversari: stiamo parlando di Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Non suoni strano tutto ciò: i due leader di FdI e Lega non hanno mai avuto paura dei sondaggi e hanno sostenuto da sempre molti dei loro attuali cavalli di battaglia. Se il PD riuscisse a ripercorrere una simile strategia avrebbe di che guadagnarne tutto il Paese.

 

Chi non ricorda le promettenti dichiarazioni d’esordio del PD? Spiace constatare che il Partito Democratico, nonostante i proclami, non abbia mantenuto la barra dritta sugli impegni che aveva preso all’inizio di questo percorso.

Si può certamente obiettare che non sia passato molto tempo dal giuramento e dalla operatività del governo, ma alcune linee sembrano già tracciate.

La legge di bilancio non sembra in grado, almeno non pienamente, di dispiegare gli effetti promessi prima della sua discussione, in commissione e in aula. Anche la commissione europea vuole analizzarne meglio i contenuti e, se l’invio di una richiesta di chiarimenti non deve allarmare, non può neanche lasciare del tutto tranquilli ed indifferenti.

Su “Quota 100” il Movimento 5 Stelle sembra non sentire ragioni e il PD non sembra particolarmente convinto di sostenere questa battaglia ideologica, lasciando campo libero a Renzi.

Il progetto di legge sullo “ius culturae” è stato bollato come non prioritario da Di Maio e subito abbandonato.

Il taglio dei parlamentari, ci assicuravano, sarebbe stato affiancato da un più ampio progetto di riforma costituzionale del quale non si vede ancora traccia.

Anche sull’ILVA, almeno a leggere un articolo de “Il Sole 24 Ore” di martedì 22 Ottobre, il PD sembra completamente succube della scelta dei 5 Stelle di non concedere lo scudo penale ad Arcelor Mittal, condizione posta dalla multinazionale ai fini dell’andare avanti col progetto di bonifica e riconversione.

Il cambio di rotta sull’immigrazione, infine, vero cavallo di battaglia di Salvini, non è ancora stato evidentemente elaborato: chi non ricorda le imperiose dichiarazioni di molti dirigenti PD, che promettevano l’immediata archiviazione dei decreti sicurezza? In realtà sono ancora lì e, sembra dalle ultime dichiarazioni, lo resteranno ancora a lungo, considerato che vengono ritenuti pilastri del programma dai partner di governo e, soprattutto, dallo stesso Conte, rapido a ribadirne, ogni volta che può, la centralità. E forse è proprio questo il vero punto nodale della questione: come si può chiedere al Conte II di smentire il Conte I, soprattutto alla luce di quello che sembra essere la sua volontà di costruirsi una carriera, e quindi una credibilità, politica ad alti livelli? Non è un segreto per nessuno che Conte abbia, negli ultimi mesi, allacciato rapporti molto stretti col Quirinale, meta finale, neanche troppo nascosta, della parabola da uomo di Stato che sta faticosamente provando a costruirsi. Alla luce di ciò risulta chiaro come debba, anche obtorto collo, provare ad ottenere il più ampio consenso possibile.

 

Cosa resta di questo discorso? Resta un PD estremamente pavido, incapace di elaborare un’alternativa politica all’alleanza strutturale col Movimento 5 Stelle, che sembra l’orizzonte tracciato e che avrà modo di misurare la sua efficacia nelle prossime sfide regionali all’orizzonte.

Il piano, neanche troppo nascosto, di parte dell’establishment, riconducibile non solo al PD, ma a tutta una fetta di sinistra che già guardava ammiccante verso i 5 Stelle, era “istituzionalizzare” il movimento di Grillo rendendolo organico al PD. Ad ora, invece, sono «i barbari che stanno colonizzando i romani», prendendo in prestito una frase molto usata, e non il contrario, come sembrava essere, e probabilmente è tuttora, il reale progetto alla base dell’alleanza coi 5 Stelle, facilmente comprensibile anche dai tweets di Franceschini, da sempre uno dei massimi sostenitori e artefici, dell’alleanza PD-5 Stelle

 

Al di là dei numeri che saprà ottenere, però, il partito guidato da Nicola Zingaretti è chiamato, nei prossimi mesi, ad una duplice sfida: non farsi schiacciare dalla forza dei due Mattei e recuperare una credibilità e un’identità che siano peculiari. Il principale partito riformista italiano non può accontentarsi, per esclusivo senso di responsabilità, di pensare e dire che bisogna accettare tutto, o quasi, altrimenti torna Salvini. Confrontarsi col leader leghista solo per contrasto fa da megafono alle sue proposte e, anziché renderle più vulnerabili, le legittima ancor di più, offrendogli ulteriore pubblicità. Bisogna impegnarsi a recuperare slancio, comunicatività e coerenza, proponendo la propria agenda al Paese, senza paura di scontentare qualcuno. Altrimenti, il PD inizierà ad avvitarsi su sé stesso e ad essere percepito sempre più come poco attrattivo, lasciando campo libero alle proposte alternative, che iniziano a sorgere da più parti: il duo Calenda-Richetti docet.

 

Vito Longo


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