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Il solito Bari non convincente formato trasferta pareggia a Catania

Sport

L’Etna fumante è era lì a guardare la gara da “portoghese” e un cielo plumbeo era di contorno. Fosse passato indenne anche in questa trasferta di Catania, al mitico Cibali dove tutto ha un fascino “clamoroso”, sarebbe stato confortante e, forse, sarebbe stata la svolta. Ed invece non è andata così, o meglio è andata a metà, solo un pareggio, tutto sommato guadagnato per come si erano messe le cose. Ancora un passo indietro rispetto alle aspettative anche se si è visto un Bari con grande capacità di sofferenza, ma si sa, che con la troppa sofferenza e scarsi artigli non si va lontano soprattutto in trasferta anche perché le altre concorrenti fuggono.

Bisogna capire il confine tra l’alibi dell’inevitabile supporto e l’immancabile apporto psicologico che trasmette il nuovo allenatore (Lucarelli) che, sicuramente, spinge la squadra ad una reazione efficace (vedasi Capuano), o se siamo di fronte ad una patologia da trasferta. Il confine è labile ma tocca a Vivarini capirlo. Il timore è quello che siamo davanti ad un certo malanno di trasferta anche perché – diciamocelo – anche nelle vittorie fin qui conseguite lontano da Bari, la squadra non ha mai convinto.

Il timore era quello che qualcuno avrebbe potuto segnare il passo a causa della stanchezza accumulata nelle due gare precedenti, ed invece l’allarme è rientrato, dunque,Vivarini scegliendo la continuità, ha mandato in campo la formazione tipo con Frattali in porta, Perrotta Di Cesare e Sabbione dietro, Berra e Costa ai lati, Awua, Schiavone e Scavone al centro, Antenucci e Simeri in avanti.

La gara sin da subito si configura in una battaglia come quelle storica di Termopili, visto che siamo in area greco-siciliana. Un acquazzone, poi, ci mette del proprio a renderla ancora più cruenta. Il Bari soffre la stanchezza accumulata in settimana, sta a guardare, e di tanto in tanto mette il muso dentro l’area di rigore rendendosi pericoloso con Costa, Antenucci e Simeri che con i rispettivi tiri danno qualche grattacapo a Furlan, ma è il Catania che esce alla distanza mangiandosi letteralmente un gol con Mazzarani, poi con una rovesciata di Biaggianti ed un paio di tiri in porta tutti neutralizzati da Frattali, Un Catania tutt’altro che in crisi, come aveva previsto Vivarini, che ha, di fatto, dominato questa prima frazione di gioco.

Poi il secondo tempo. Antenucci sugli sviluppi di un corner si propone con un bolide da fuori area ma il pallone termina di pochissimo fuori. Il Bari si sacrifica con tutti i suoi uomini, dimostrando di tenere botta ma non basta, tra l’altro il Catania appare un po’ appannato ed il Bari potrebbe approfittarne. Macchè. Il Catania esplode in un urlo strozzato in gola per un gol segnato da Mazzarani ma era fuori gioco. Senza dimenticare che, con ogni probabilità, l’arbitro ha ritenuto fuori un fallo apparso dentro l’area del Bari, poteva essere rigore, insomma.

I giocatori sono stanchi e allora Vivarini vuol cambiare qualcosa proponendo Floriano al posto di Costa e Ferrari al posto di Antenucci. Ed il  modulo cambia in un 4-3-1-2.

Il Bari ci prova, osa di più cercando di colpire nel punto debole degli etnei, ovvero la stanchezza per aver dato tanto nel primo tempo. Ci prova, allora, Berra dalla distanza ed il pallone sibila il palo.

Occasionissima per il Bari con Folorunsho che, servito da Simeri, si presenta solo davanti a Furlan ma spedisce clamorosamente al lato. Peccato, poteva essere il gol del vantaggio.

Vivarini percepisce odor di colpaccio e prova, quindi, a vincere la gara facendo entrare Neglia e Terrani al posto di Simeri ed Awua ma il risultato non cambia e la gara termina qui sullo 0-0.

Il Catania le ha provate tutte per vincere, il Bari non è riuscito a fare il salito di qualità anche se, tutto sommato, un pari a Catania non è da buttar via. La squadra deve ancora crescere per diventare protagonista anche in virtù del risultato della Reggina che espugnando Avellino, si è portato a sei punti di distanza dal Bari.

Oggi, ove ce ne fosse stato ancora bisogno di rimarcarlo, è stata la dimostrazione di come non basta avere una squadra zeppa di qualità che deve ammazzare il campionato nelle intenzioni, no. Chi lo pensa ancora è sulla cattiva strada. Non è sufficiente essere, sulla carta, più forte dell’avversario (posto che lo si sia contro una “pari grado”), serve ben altro. Serve pedalare e grande capacità di sofferenza, qualità che, ad onor del vero, si è vista in abbondanza anche se si è sofferto troppo rispetto ad altre trasferte. Bisogna essere in grado di giocarla la partita anche, e soprattutto, quando lì davanti c’è una squadra rognosa e proveniente da un periodo negativo con il cambio di allenatore, come lo è il Catania. Le grandi, così come si professa questa squadra, devono essere in grado di districarsi dal macramè tecnico-tattico soprattutto nelle cosiddette partite sporche, perché le grandi squadre devono essere capaci di vincere gare come quelle di Avellino e come quella di oggi. Poco ritmo, forse la stanchezza nonostante il turn over, poche idee e confuse. La “traccia” di Vivarini che avevamo appena gustato, sembra lontana rispetto alle gare in casa. Poco pressing, sembrava che il Bari volesse prestare il fianco agli avversari, scarso fraseggio e decisamente scarsa qualità in campo, geometrie esistenziali non pervenute anche se, onestamente, i lanci lunghi non si son visti avendo giocato palla a terra rendendosi talvolta pericolosi. Eppure la vittoria era lì, ad un passo, questo a testimoniare la differenza abissale di valori. Insomma siamo punto e daccapo, bisogna prendersi questo punto e ripartire con umiltà. Le lezioni servono proprio a questo, a provare a sbagliare di meno e a rigenerarsi mentalmente e fisicamente. Quando si vince, il rischio che sia tutto facile diventa pericoloso mentre la guarigione è ancora lontana. Vivarini è un uomo saggio e razionale oltre che di una onestà intellettuale fuori dal comune. Dai pareggi sofferti col Monopoli a quello di oggi, alle vittorie cristalline contro Cavese, Ternana e Catanzaro non ha mai alzato i toni, anzi, ha sempre evidenziato gli errori e le problematiche per cercare di migliorarsi sempre senza cullarsi sugli allori e, dalle prestazioni incolori, ragionare su ciò che non si è fatto. A Vivarini non era piaciuta la squadra che aveva battuto la Cavese e nemmeno quella che ha battuto il Catanzaro, ma in genere non gli son piaciute tutte quelle della sua gestione e, di conseguenza, non gli è piaciuto quella di Catania dove il  Bari è apparso privo di personalità, morbido e poco efficace. Lui sa bene che le gare si vincono sporcandosi le mani e indossando le tute da operai affrontando le partite come se fossero infuocate.

Anche stasera non si è visto il Bari vivace delle gare precedenti, la squadra ha pressato poco, ancora una volta non ha imposto il proprio gioco, ha giocato poco “di squadra” e ha palleggiato ancora meno, una gara senza corsa ed intensità nonostante le sue buon occasioni le ha pure avute, forse anche a causa del terreno fangoso, inevitabile, dunque, soffrire e giocare poco. L’impressione è quella che oggi siano venute meno le forze, e ci mancherebbe, può capitare anche in virtù degli incontri troppo ravvicinati come quelli di questa settimana calda con tre gare in sette giorni. Però i problemi atletici non assolvono i giocatori. Una squadra costruita per vincere il campionato ha l’obbligo di far sue queste gare trovando le energie giuste con mestiere e furbizia. Non è sufficiente chiamarsi Bari per sbarazzare ogni avversario. Occorre lavorare tanto. Intanto l’imbattibilità continua. Un segnale sicuramente incoraggiante.

 

Massimo Longo


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