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Con Diritto e Poesia

Interviste & Opinioni

Il poeta, dai tempi di Omero ad oggi, narra, racconta. E che cosa è un processo se non un contesto dialettico, quindi un lungo racconto? Tanto è vero che si parla di “dialettica” processuale e di “narrazioni” processuali. Narrazioni che provengono da più parti: dagli avvocati che espongono le proprie tesi ai testimoni che sono tenuti a raccontare ciò che hanno visto e ciò che sanno; ai giudici che redigono le motivazioni della sentenza.

Anche il fatto che difensori e accusatori ricordino alla corte una serie di precedenti favorevoli alla propria causa, costituisce una forma di narrazione. In che cosa differiscono, allora, i due tipi di narrazione, quella poetica e quella giuridica? Potrebbe sembrare che differiscano negli obiettivi: la narrazione giuridica dovendo mirare all’obiettività, alla cosiddetta pretesa veritativa. Mentre nella narrazione poetica, l’arte, il modo in cui la narrazione avviene, è fondamentale e può persino travalicare il “fatto” narrato, perché la finalità è di tipo “estetico”.

Quindi si potrebbe affermare che, tra giustizia e poesia, vi sia un procedimento comune – la narrazione – che tuttavia differisce radicalmente nelle finalità.

Ma è proprio vero? Una sentenza mal scritta è convincente tanto quanto una sentenza ben scritta? O anche qui conta la “forma”, fino al punto da intaccare la “sostanza” (elegantia juris)? In poesia, sappiamo bene, forma e contenuto sono talmente consustanziati da rendere impossibile ogni scissione. Sarebbe come voler distinguere la danzatrice dalla danza nel momento in cui gira vorticosamente sul palcoscenico. E’ evidente che, in quel momento, la danzatrice e la danza sono la stessa cosa.

Non c’è forse – per definizione – più verità nella poesia, nella grande poesia, anche se essa è priva – sempre per definizione – della cosiddetta pretesa veritativa? Mi viene in mente Céline, il quale diceva con disprezzo: “Raccontare storie?… Di storie sono pieni i commissariati… In letteratura ci vuole lo stile: lo stile è tutto”. E lo stile include, facendole proprie e persino trasfigurandole, le storie che racconta.

Credo che le decisioni giudiziali più importanti si riconoscono sempre anche per l’eccellenza dello stile; forma e sostanza sono inseparabili.

Negli Stati Uniti è vivacemente operativa da un ventennio una branca di studi che si definisce Law and Literature consistente nello studio del diritto nella letteratura (Law in Literature) e nello studio del diritto come letteratura (Law as Literature).

Un movimento che mira ad offrire un più profondo e consapevole fondamento umanistico al diritto, ponendo al centro della propria attenzione l’umanità sottostante al diritto e all’interpretazione giudiziale.

L’immaginazione letteraria e le emozioni che le opere suggeriscono al lettore contribuiscono ad una riflessione sulla giustizia e ad una interiorizzazione delle sue esigenze. E questo grazie a quell’aspetto fondamentale dell’immaginazione letteraria che è la capacità del lettore/spettatore di immedesimarsi in vicende altrui, di viverne le aspirazioni e i drammi, le gioie e le sofferenze.  Penso all’ideale giudice-letterato che Walt Whitman suggerisce in Leaves of Grass, lui vede nei fili d’erba la pari dignità di tutti i cittadini. In questa metafora, la sublimazione poetica di uno dei più importanti principi costituzionali.

Evelyn Zappimbulso


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