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Il tunnel al pulcino e la torta al cioccolato

Da un campo di calcio la spinta a ripudiare il razzismo. Una lezione da un racconto, che è una pietra miliare della scrittura.

Cultura & Società

Paolo Marra

Alla gentile signora tifosa della Sovicese, mamma del piccolo calciatore, categoria pulcini. 
Mi ha ricordato un episodio accaduto, ahimè, quasi mezzo secolo fa.

Bari. Campo Rossani A. Domenica mattina. Campionato allievi di Lega giovanile.
Un aspirante calciatore venne superato da un altro aspirante calciatore con un tunnel. Umiliante. Chi ha giocato a calcio sa che si prova quando si subisce un tunnel. Reazione: ringhio rabbioso, maglia strattonata, fallaccio da tergo. Conseguenza: la via dello spogliatoio perentoriamente segnalata dall’arbitro, all’epoca non ancora dotato di cartellino rosso, con l’indice della mano destra a suggerirne la direzione, peraltro ben nota. Capo chino. E, per saluto, una brutta imprecazione: “bastardo di m….”. All’avversario? All’arbitro? Forse a tutt’e due. Forse a nessuno dei due.
Dalla tribuna un signore, più che 50enne, il cui viso passò in un batter baleno dall’espressione modalità “orgoglio – divertimento” a quella “disagio – vergogna”, si alzò, spense prima il sorriso, poi la sigaretta e se ne andò scuro in volto, accendendosene un’altra e senza salutare.
Eppure quella partita per lui contava più di Inter – Real Madrid perché, cavoli, ci giocava suo figlio. Appunto!
La squalifica arrivò immediatamente. Subito dopo pranzo. Non si attese quella della federcalcio regionale. Fu comminata in tempi strettissimi dalla commissione disciplinare domestica: papà giudice monocratico, pubblico ministero e testimone; mamma avvocato d’ufficio, così poco convinta che nemmeno la clemenza della corte invocó.
L’aspirante calciatore aveva già capito, appena seduto a tavola, che l’atmosfera non era propizia per raccontare di tiri al volo, colpi di testa, contropiede e discese sulla fascia laterale. Era stato giudicato in contumacia, per direttissima. Infatti, la sentenza fu: un mese senza pallone. Letteralmente. Senza attenuanti, né generiche (l’ardore agonistico? Ma quando mai?) e nemmeno specifiche (il tunnel? Semmai, un’aggravante).
Soprattutto capì la lezione: nessuna partita, vinta persa o pareggiata, finí più senza stretta di mano all’arbitro ed all’avversario.
Orbene, gentile signora tifosa della Sovicese. Spero per lei che, almeno a mente fredda, abbia capito la gravità del suo gesto. “Negro di m….” ad un bambino di 10 anni, calciatore categoria pulcini! Come definirla? Mamma sguaiata, giusto per farle un complimento. Eppure …
Dalle nostre parti si dice che dal guasto viene l’aggiusto. Mi permetta, quindi, di suggerirle: a) scriva una bella lettera di scuse non solo al calciatore pulcino da lei insultato, ma un po’ a tutti. Anonima se preferisce. La capisco, tale vuole restare. b) Riunisca la sua personalissima disciplinare e si autoinfligga la squalifica che si merita, non inferiore al DASPO a vita. c) La domenica mattina, dovendo restare in casa, prepari una torta al cioccolato di quelle che vengono di un bel color marrone (i colori hanno sempre il loro perché) ed inviti quanti più pulcini può per il dopo partita, compreso gli eventuali pulcini colorati avversari del suo, ovviamente. Dimostri di essere davvero una “gentile signora” e, soprattutto, la prima vera tifosa del suo piccolo pulcino, viso pallido incolpevole, che sicuramente capirà.

Imbattersi occasionalmente in un racconto che ha lo spessore morale degli insegnamenti di De Amicis, ma che è calato al contempo nella realtà odierna, con i suoi connotati, i suoi miti ed i suoi infiniti vizi, ed averne desiderio di pubblicarlo e permettere che i miei lettori possano leggerlo è la stessa e medesima cosa. Ringrazio l’Autore, Paolo Marra, per avermelo permesso.  Gianvito Pugliese

 


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