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Dario Antoniozzi credette nell’Europa delle Nazioni e della cultura

Cultura & Società

Allievo di Aldo Moro, Dario Antoniozzi credette nell’Europa delle Nazioni e della cultura e comprese l’importanza della Unione europea

Pierfranco Bruni

L’Europa era stata punto focale del suo pensare la cultura e il Mezzogiorno. Aldo Moro e prima De Gasperi proponevano un pensiero forte sulla politica, sulla cultura e sull’economia.  Tra gli Statisti della cosiddetta Prima Repubblica ci sono nomi e personaggi politici che hanno data un contributo notevole allo sviluppo culturale dell’Italia. La cultura come identità di una Nazione. Tra questi campeggia una personalità che ha dato un contributo notevole alla valorizzazione del Patrimonio storico attraverso iniziative che hanno permesso ai beni culturali di diventare promozione, salvaguardia e innovazione. Mi riferisco a Dario Antoniozzi, cattolico – cristiano  Statista e più volte ministro democristiano.

Grande uomo. Ho  vissuto con lui una delle stagioni più belle della mia vita, della vita politica, dell’insegnamento compartecipato tra politica e cultura. Erano gli anni Settanta – Ottanta.  A lui si deve molto. Uomo di Stato, più volte sottosegretario e ministro. Democristiano di antica data. Nasceva nella formazione politica e culturale di Emilio Colombo. La cultura e la prassi erano al centro di una dialettica kantiana il cui perno fondamentale rimaneva il percorso da De Gasperi, con la sua eredità cattolica e cristiana, a Moro con la sua funzione strategica euro-mediterranea.

Per Antoniozzi l’Europa di quel tempo, dagli anni Sessanta in poi, non l’Europa di oggi e di Prodi, era quella nata all’interno della questione Mediterranea con la quale i Governi degli anni Settanta si sono confrontati e avevano fatto in modo di creare una ontologia della politica che nasceva dalla interpretazione di Giovanni Pascoli nel suo Discorso di Barga. Antoniozzi spesso ritornava a Pascoli e al Mediterraneo, nostra terra e nostro riferimento. Fu anche per questo che nel 1979 scelse, allora bisognava fare una scelta politica seria, con le Elezioni europee di quell’anno, una Europa rosminiana e non dei mercati soltanto o della moneta unica, lasciando il parlamento italiano per quello europeo. 

Dario Antoniozzi venne eletto nel 1979 sia al Parlamento Italiano che a quello Europeo con una doppia candidatura. Io seguii tutta quella campagna elettorale e si ragionava di problemi. Ero un ragazzo appena laureato. Fu lui che mi spinse alla politica, lui e Giuseppe Mascaro, allora consigliere regionale e assessore alla Regione Calabria. Quando la politica era istituzione e le Istituzioni erano la identità nazionale, la Identità  di una Nazione.  Certo, prima di ogni comizio si parlava. Le parole erano non solo pensanti ma pesate. E la lingua italiana si conosceva bene. Era stato già più volte sottosegretario e ministro. Ministro al Turismo. Il Turismo, si pensi un po’, era un ministero insieme allo Spettacolo. Infatti è stato Ministro allo Spettacolo e al Turismo nella sede a San Giovanni. Quando il turismo e lo spettacolo non erano deleghe.

Era stato Ministro ai Beni culturali dall’11 marzo del 1978 al 31 marzo del 1979. eravamo nella stagione del Governo presieduto da Giulio Andreotti.  Precedentemente aveva rivestito l’incarico di Ministro al Turismo e allo Spettacolo dal 29 luglio dal 1976 sino alla nomina del 1978.  dal 1970 al 1972 era stato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del Ministri nel Governo guidato da Emilio Colombo. Nel 1980 gli viene conferita la Medaglia d’oro per la sua attività cultura come Benemerito alla Cultura e all’Arte, conferita dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Ero di casa lì. Tra pre e post laurea. Poi venne il Ministero ai beni culturali e ambientali. Una grande scommessa dopo la grande ideazione di Giovanni Spadolini. Erano gli anni in cui la cosiddetta Commissione Franceschini ai beni culturali discuteva sulla tutela e la valorizzazione. Antoniozzi prese il testimone di Spadolini e rese la cultura un riferimento con la nascita di diverse strutture e il censimento del patrimonio culturale della Nazione Italia. Ebbe  l’incarico di coordinamento della ricerca scientifica e tecnologica. La sua cultura giuridica interagì fortemente con quella filosofica ed etica. A lui si deve la costituzione reale di riferimenti istituzionali e strutture. Come la nascita della biblioteca nazionale di Cosenza che mi vide protagonista come primo presidente della allora cooperativa Kennedy che diede vita alla attuale Biblioteca nazionale.

La Biblioteca  nazionale di Cosenza  esiste per merito suo, Decreto Antoniozzi, e del suo segretario particolare Antonio Loricchio, altra grande personalità sempre a fianco di Dario.

Molte volte ospite a casa mia a S Lorenzo. Ricordo che spesso amava venire a cena. Si arrivava addirittura, dopo estenuanti campagne elettorali, alla 4 del mattino a casa mia. Saliva le scale del giardino e si soffermava a parlare con mio padre sulla potatura delle rose.  Ho lavorato con lui al Turismo e ai beni culturali. 1977 1978 1979. Ai Ministeri. Uomo di grande cultura e umanità. Dario! Ricordo gli incontri al Collegio Romano. I tappeti rossi. Gli incontri a Via del Carovita n. 5 a Roma, una stradella che butta su Via del Corso, proprio vicinissimo al ministero della cultura, avevano sempre un senso. Vennero poi i giorni della Strage di via Fani e della uccisione di  Moro. Quante discussioni al Collegio Romano. 1978. Destini incrociati. La politica tra le ombre. La cultura tra i pensieri. A Dario si deve, tra l’altro, anche il vincolo del  castello di San Lorenzo del Vallo (mio paese di nascita).

Dopo Spadolini è stato il più importante Ministro alla cultura. Non ci sono dubbi. Anche al Turismo aveva creato l’idea degli eventi come immaginario. Era un Ministro che i libri li leggeva e li commentava. Europeista convinto. Tra i fondatori del PPE. Lasciò il parlamento italiano nel 1979 per l’europarlamento, come ho già detto, e proprio allora scrisse un libro sull’Europa che resta, oggi, di grande attualità.  Uno dei suoi primi libri risale al 1958 “I miei primi cinque anni in Parlamento. 1953 – 1958” .
Era entrano in Parlamento, alla Camera,  nel 1953. Restò parlamentare italiano sino al 1980. Ha avuto anche l’incarico di vice segretario della Democrazia Cristiana.

Parlamentare dalla II alla VIII legislatura.  Al Parlamento europeo è stato rieletto nel 1984. importante relatore in diversi convegni internazionali proprio sui legami tra Europa, Italia e Mediterraneo. Era nato a Rieti 11 dicembre del 1923. Scomparso il 25 dicembre del 2019. Laureato in Giurisprudenza e avvocato diede al concetto di diritto il significante di un processo giuridico essenziale e portò il diritto nella sua bella esperienza politica.  I ricordi affollano le mie memorie. Un altro pezzo di storia si ricompatta con la geografia del tempo perduto e ritrovato.  Il suo interesse per l’Europa nasce da molto lontano. Rappresentò il Governo italiano in Europa, grazie ad Aldo Moro, dal 1963 al 1970 Moro lo inviò a rappresentare l’Italia a Bruxelles con la delega ad occuparsi di agricoltura del Mezzogiorno e prese parte a 80 consigli dei ministeri all’agricoltura in Europa. L’ comprese il ruolo dell’Italia e del Sud. Moro gli disse, lo ha ricordato egli stessi, che “…vai come sottosegretario perché così potrai durare tanti governi. Ti passeranno sulla testa molti ministri. Sette ministri mi passarono sulla testa, ma con me Moro garantì la continuità del lavoro, della politica agricola”. Con Moro addirittura fece l’esame di Diritto della filosofia all’Università di Bari.

Molti sono stati anche i nostri incontri al Sindacato Libero Scrittori a Roma dove degli anni Ottanta e Novanta partecipava con passione. Amico di Francesco Grisi al Brutium. Era dentro il nostro viaggio. Da calabrese nato a Rieti e da calabrese vissuto in Calabria con la sua passione per Dante e per Corrado Alvaro. Ebbe modo di conoscere Corrado Alvaro a Roma perché frequentava gli ambienti culturali ed ha fatto della cultura il suo punto di notevole intreccio con la politica. Resta uno dei più fattivi ministri alla cultura. Tutta  la Democrazia  Cristiana deve a lui il legame tra la cultura come Istituzione e la cultura come valorizzazione.
Aveva vissuto il suo incarico da Ministro ai beni culturali con autorevolezza, dando al sistema dei beni culturali la strategia idonea per continuare il modello educativo, che partiva dalla pubblica istruzione,  guardando in prospettiva alla cultura come veicolo di turismo. Un parlamentare e un ministro che aveva creato il sistema dei beni culturali. Un parlamentare che studiava la filosofia delle culture in Europa. Un vero statista.

Aveva attraversato la Calabria e il Sud nelle stagioni importanti e il suo contributo è stato notevole. L’Università della Calabria, il lungo tratto stradale Salerno – Reggio Calabria (oggi definito autostrada del Mediterraneo), il turismo come valenza promozionale, la telecomunicazione e le Poste italiane con Antonio Loricchio direttore generale, l’agricoltura come risorsa viva di tutto il Mezzogiorno, i beni culturali legati alla politica ambientale sono soltanto alcuni aspetti di un lungo percorso di una strategia politica che ha caratterizzato il suo fare politica e il PPE che lo ha visto tra fondatori. Erano altri tempi. Era un altro modo di concepite la politica. Una politica dove le polemiche erano discussioni serie nella criticità in cui la politica stessa era necessità dar crescere una Nazione e i territori.


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