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Ma il sud che fa??

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Se in qualche parte d’Europa il benessere dovesse salire a livelli tali da ridurre la disoccupazione a percentuali vicine allo zero e quindi avere una pressione al rialzo dei prezzi interni, la Banca Centrale Europea dovrà intervenire e contrastare questo fenomeno aumentando il tasso di interesse. Certamente questo aumento sarà fieramente voluto dai governanti di quella parte fortunata di Europa. Peraltro la media delle inflazioni europee risentirà statisticamente della crescita dei prezzi di quell’area fortunata e quindi la BCE dovrà intervenire per dovere statutario.

Nello stesso  momento è probabilissimo che altre parti d’Europa non godano della stessa salute economica e quindi registrino riduzione dei prezzi che non solo si presenta come fatto statistico ma anche come chiusura di imprese e riduzione del personale resi superflui dalla massa di beni rimasti invenduti a prezzi costanti e vendibili solo a prezzi discendenti. Quindi parliamo di aree economiche contrassegnate da riduzione del livello dei prezzi e da aumento (o non riduzione) della disoccupazione già elevata; in queste aree servirebbe una crescita a due cifre per anni per raggiungere la piena occupazione e quindi anche una tonificazione dei prezzi come accade nelle aree fortunate.

In questa ipotesi di coesistenza di paesi con differenti tassi di inflazione, ipotesi molto reale ed effettivamente descrittiva di quanto sta accadendo (e che non può non accadere in Eurolandia a meno di ipotizzare uno scenario praticamente impossibile in cui tutte le aree economiche europee registrino lo stesso livello di inflazione e di disoccupazione) i paesi più deboli si vedranno aumentare i tassi e quindi ipotecare il proprio futuro economico semplicemente perché altre parti di Europa scoppiano di salute economica e quindi hanno bisogno di forti calmieramenti. Un po’ come imporre a tutti una medicina dimagrante solo perché c’è qualcuno (o molti) obeso.

Ma v’è di più: a seguito della non ancora superata Grande crisi iniziata ormai più di dieci anni fa il mercato interbancario non esiste più o è ridotto al lumicino e il ruolo di indicare il tasso di interesse concretamente utilizzabile nel sistema del credito europeo è sostanzialmente demandato alla sagacia della BCE. Cosa molto positiva se riesce ad azzeccare quello necessario. Circostanza che non è sostanzialmente possibile visto che tra le varie aree di Europa esistono differenze marcate; differenze che vengono accentuate -come detto- dalla unitarietà della moneta e del tasso di interesse concretamente praticato dalla BCE. Un fenomeno che autoalimenta e perpetua.

Cosa fanno i governi danneggiati dall’eventuale rialzo dei tassi? Semplicemente sperano che si riapra la stagione del QE e chiedono che i tassi non vengano toccati. Cosa accordata dalla nuova governance della BCE. Cioè vanno in Europa, a Bruxelles e a Francoforte, con il cappello in mano sottolineando le difficoltà in cui si dibattono… laddove lo stesso statuto della BCE è chiaro nell’attribuire a quella banca centrale il compito di contrastare l’inflazione e quindi di influire sui tassi di interesse dove e quando c’è variazione indesiderata dei prezzi e nella misura in cui c’è. Cioè la BCE deve intervenire in modo differenziato se differenziato è l’andamento dei prezzi e della disoccupazione (che ne è una conseguenza diretta, quasi un tutt’uno).

E cosa fanno le popolazioni interessate come il sud d’Italia? Sbandano elettoralmente andando a premiare anche nemici storici o evidenti incompetenti, pur di dare segnali chiari di insoddisfazione.

Noi diciamo: finiamola con il pressapochismo; chiamiamo le cose con il loro nome e correggiamo gli errori; se ne gioverà il Sud ma anche e soprattutto tutta l’area dell’Euro. L’alternativa è consegnare non più solo uno stato ma l’intera Europa a estremismi autoreferenziali dall’imprevedibile evoluzione e comportamento.

 
Canio Trione
 
 

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