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Tutti i danni dei «decreti insicurezza»

Interviste & Opinioni

a cura di www.rassegna.it 

Una bomba sociale: 750 mila migranti irregolari per le strade e migliaia di posti di lavoro persi. Il governo prova a correre ai ripari, ma i rischi restano. 

di Carlo Ruggiero  

Il traffico scorre lento sullo stradone. Puzza di gas di scarico e colpi di clacson. Un torrente di macchine sgorga dalla cancellata del Policlinico Casilino. Siamo a Roma, a Torre Maura, una grossa borgata che solo di recente s’è avvicinata un poco al centro grazie alla nuova fermata della Metro. Un po’ più in là, sulla destra, una rampa scende fin sotto a un palazzo. Poi s’allarga in un grande androne pieno zeppo di auto. Ci sono tre uomini che armeggiano intorno a una Fiat scura, si scambiano attrezzi e suggerimenti. In arabo. Uno di loro è grande e grosso, mani sporche di grasso e spesse lenti a coprire uno sguardo sottile. Si chiama Ara Markaryan, iracheno di origini armene, cristiano, rifugiato politico. Anche gli altri due sono iracheni, sfuggiti alle bombe americane e all’Isis. Un altro ragazzo che lavora un po’ più in là, invece, è marocchino. Ara è arrivato in Italia con moglie e figli per raggiungere il fratello minore Azad, che è già qui dal 2013. Pure lui con la moglie Asil, l’anziana madre e due bambini. Azad e Ara erano meccanici già a Bagdad, lo erano anche il padre e lo zio. Avevano un’enorme officina, “con decine di dipendenti e ben 12 ponti per le auto” ci tengono a sottolineare. Pare mettessero le mani anche nei cofani degli alti papaveri del regime di Saddam Hussein.

    “Poi per? sono arrivati i bombardamenti – racconta Azad in un italiano un po’ stentato – e io sono rimasto ferito da un’esplosione. M’hanno messo delle placche di metallo in una gamba e non ho potuto più lavorare. In realtà, per un po’ ho anche aggiustato i mezzi degli americani. Ma quando loro se ne sono andati, quelli dell’Isis hanno cominciato a perseguitarci. Ci hanno minacciato di morte, allora siamo dovuti scappare tutti”. Azad e la sua famiglia sono “dublinati”. Dopo un anno a Dusseldorf sono stati rimandati indietro perché erano già stati identificati in Italia. Hanno passato quasi un altro anno tra un centro di accoglienza e un altro, e hanno ottenuto l’asilo politico. Ara adesso lavora qui, nell’officina di un amico italiano che ha sposato un’armena. “Gli affari vanno abbastanza bene, non ci possiamo lamentare”, ammette. Azad, invece, grazie a quella bomba è rimasto invalido al 100%. I loro figli vanno a scuola. “E sono molto bravi, uno fa la prima liceo, l’altra la prima media. Parlano arabo, armeno, inglese e italiano”, dice non senza un certo orgoglio mamma Asil. “Abbiamo anche passato diverse notti per strada, ma grazie a Dio oggi siamo sereni”.

    BUON VICINATO – Ara e la sua famiglia vivono in una casa al secondo piano di un complesso di 300 persone nel quartiere di Sacco Pastore. Sono ospiti di un centro Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) gestito dal progetto Wel©home della cooperativa Idea Prisma 82: cinque camere da letto, cucina e tre bagni per accogliere 4 nuclei familiari, in totale 14 persone. Anche Azad e famiglia sono stati qui per più di un anno, prima di trovare una sistemazione tutta per loro. “È una piccola struttura per pochi ospiti, quindi c’è la possibilità di seguirli individualmente – spiega il responsabile del progetto Wel©home Emanuele Petrella –. E poi ci siamo radicati nel territorio e abbiamo ottimi rapporti con gli altri condomini”. A beneficiare del centro, tra l’altro, ci sono anche le botteghe del quartiere: “Noi facciamo la spesa nei negozi qui intorno e formiamo gli ospiti nelle attività vicine”.

    Non è un caso se, oltre ai due meccanici iracheni, diversi migranti sono riusciti a ricostruirsi una vita partendo da questo appartamento. “C’è Ahmad, per esempio. Un rifugiato afghano che è stato da noi per un anno con la moglie, ed è un imprenditore nato – sorride adesso Petrella –. Aveva frequentato diversi corsi di finanza e imprenditorialità, e una notte s’è presentato da me con un master plan già bello e pronto. Lo abbiamo aiutato a costituire una cooperativa, e dopo un po’ ha aperto una pizzeria-sushibar al Pigneto”. Una storia simile a quella di Elisabeth, una donna nigeriana che aveva una protezione umanitaria in scadenza: “È una bravissima sarta e, grazie alla collaborazione di un assistente sociale, di un legale e di un commercialista, è riuscita ad aprire una partita Iva. Cos? ha ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di lavoro”. Il suo laboratorio si chiama “Taglia e cuci da Lizzy” e vende i suoi abiti online con l’aiuto di una delle figlie. “Noi li spalleggiamo per superare le pastoie burocratiche italiane, cos? da mettere a frutto i loro talenti”. Magari trovando un modo per aggirare i decreti Salvini, “che oggi stanno mettendo a rischio migliaia di storie di inclusione come queste”, spiega ancora Petrella.

    L’INCLUSIONE CANCELLATA – I decreti voluti dall’ex ministro dell’Interno, infatti, hanno scatenato un vero e proprio terremoto nell’accoglienza in Italia. Prima era sostanzialmente strutturata in centri Sprar come Wel©home e centri Cas. I Cas (Centri di accoglienza straordinaria) sono strutture pensate come temporanee, attivate dalle prefetture e gestite attraverso appalti. Gli Sprar sono invece centri di seconda accoglienza attivati dagli enti locali. Col passare degli anni, per?, i Cas sono aumentati a dismisura, diventando la soluzione definitiva nell’80% dei casi. Si stima che a gennaio 2019 ospitassero ben 131.067 richiedenti asilo su tutto il territorio nazionale.


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