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L’Italia al tempo del Coronavirus

Comunicati

Riceviamo e pubblichiamo l’articolo di un nostro affezionato lettore

”Chi, come me, è nato alla fine degli anni sessanta, non ha conosciuto ‘paure’ per vere epidemie.
Il colera, infatti, ricorre nei miei ricordi solo per un tenero ricordo della mia dolce nonnina Anna che spesso, nelle coccole notturne, mi confessava quanto era brutto vivere relegati in casa in quel triste inverno del 1974.
Il mio – credo anche il vostro – primo, reale spavento aveva un nome in codice HIV, che, alla fine degli anni ottanta, non ci faceva dormire la notte e ci costringeva a ricordare con gran timore le nostre avventure intime. Fu così che imparammo ad usare i Condom, a selezionare (nonostante la giovane età) i nostri partners (ma, poi, le nostre scelte erano davvero sensate??), a stare molto attenti alla sterilizzazione dei ferri dei dentisti e ad osservare il cambio delle lamette nei salon dei barbieri.
Poi, vennero altri ‘spaventi ’, altri piccoli nemici, ‘la mucca pazza’, ‘ebola’, ‘SARS’… ma, dicevo, piccoli spaventi, forse perché riguardavano ‘gli altri’ o forse perché ne avevamo minore percezione.
Oggi, il nuovo piccolo nemico, ci ha investito come una tromba d’aria, sballottandoci violentemente e costringendoci (forse l’unico dato positivo) a pensare che i problemi (quelli veri) possono essere anche in casa nostra e non riguardano sempre e soltanto coloro che vivono ‘altrove’.
Nell’era dei social, della conoscenza immediata, dei dati su FB o su Instagram, ci accorgiamo che siamo vulnerabili, che basta un microscopico essere vivente a destabilizzare tutto il sistema; prendiamo coscienza del fatto di essere teneramente e indiscutibilmente umani e, per questo, deboli.
Tanto è stato sbagliato, ma, poi, penso, era certamente prevedibile l’errore? Si, ma certo, siamo umani!
Però mi piace sottolineare altro.
Mi piace stigmatizzare il lavoro, l’abnegazione di straordinari uomini e donne che fanno turni massacranti per far fede al loro giuramento (quello di Ippocrate); mi piace ricordare che tantissimi cittadini, dopo aver finalmente preso coscienza del pericolo, si ritrovano oggi ad affrontare isolamenti volontari (o meno) con la consapevolezza che l’unico metodo per vincere è quello di evitare; mi piace pensare che, al netto di tutti gli egoismi, delle fughe, del ‘che mi frega, io sono giovane’, alla fine, il rispetto degli altri e delle regole, la sospensione dell’IO verso un vero NOI, saranno gli unici strumenti per tornare alla vita, quella vera, quella fatta di abbracci e baci, di strette di mano e di calore!

Ce la faremo, insieme!

Ps: oggi c’è un po’ di luce, il numero dei contagi è diminuito rispetto ai giorni precedenti e il numero dei guariti aumentato in termini assoluti!
Beh, bravi italiani, forse si è capito che dura lex sed lex!”

Avv. Prof. Gianni Tartaglia 


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