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L’eroica dottoressa affetta da Covid-19

Cronaca

Medico, madre, moglie, esercita in un paesino del nord Italia, e pur essendo malata, continua a svolgere eroicamente il proprio lavoro. Giorno per giorno, quasi in tempo reale, sta raccontando la sua esperienza sul blog “Come Gesù” del prete e scrittore Mauro Leonardi. Trascrivo alcuni passi.
 
“Mi chiama il figlio del paziente anziano che ho visto ieri al domicilio. È a terra, non respira più, è ancora caldo. Arrivo subito. È il primo decesso da coronavirus tra i miei pazienti” (6 marzo). “Oggi è veramente il peggiore dei lunedì. Lavoro ad ambulatorio chiuso cioè senza avere contatto fisico né visivo con i pazienti. In questo modo riesco comunque ad adempiere a quasi tutti i miei doveri: i giorni di malattia si possono fare online [cioè dare i permessi per stare assenti dal lavoro, ndr], le ricette si possono prescrivere e poi consegnare telefonicamente al paziente un codice che darà direttamente al farmacista. In questo modo posso dedicarmi poi alle incessanti telefonate: dalle 8 alle 13:30 ricevo circa 100 chiamate (anche se ho smesso di contarle), senza contare le risposte che do a chi mi contatta via WhatsApp. Ho ricontattato i miei capi dell’azienda sanitaria locale che sanno della mia situazione e che mi confermano che non verranno a farmi il tampone. Ce ne sono pochissimi e ancor meno è il personale che può uscire e venire a farmelo. Ci confermiamo a vicenda che comunque siamo sicuri che con i miei sintomi e i contatti che ho avuto con i numerosi pazienti positivi della mia zona che si tratti di Covid19” (9 marzo).
 
“Mi chiama la figlia di una signora anziana che è stata trovata morta in casa. Serve la constatazione di morte. In questo caso la farà un collega della “continuità assistenziale” che dalle 14 del pomeriggio fino alle 20 di sera è stata aggiunta proprio per sostenere i medici insufficienti sul territorio. Mi spiace molto non poter andare a dare l’ultimo saluto al defunto e a confortare i familiari: mi costa, ma è giusto così. Potrei andarci, come mi ha suggerito la centrale operativa del 118, facendomi accompagnare da mio marito (perché sono ancora molto debole per guidare) e chiedendo che non ci siano presenti nel momento in cui arrivassi io nella stanza della salma. Detto per inciso: queste misure sarebbero superflue per la sola salma perché un morto non può trasmettere nulla. Il pomeriggio trascorre ancora tra molte telefonate e la febbre sale solo in serata di tre linee. Sono contenta!”.
 
Il quadro che appare sembra peggiore di quello che ci viene presentato dai media. La dottoressa lavora con la malattia addosso, anche perché non trova un medico che possa sostituirla, alla dottoressa non fanno il tampone perché mancano i tamponi, anziani che muoiono in casa. Perché muoiono in casa alcuni anziani e non in ospedale? Non ci vogliono andare oppure non c’è posto per loro? “I pazienti che non possono essere trattati vengono lasciati morire”, ha detto il sindaco di Bergamo Giorgio Gori. Ha forse ragione?
 
Renato Pierri

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