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Chi libera tutti sarà l’Impero

Politica italiana

Danilo Breschi

“There’s only one direction / One world and one nation / Yeah, one vision”. Così cantava Freddie Mercury in One Vision, canzone uscita prima come singolo nel novembre 1985 e poi pubblicata nell’album A Kind of Magic dell’anno successivo. I dorati, spensierati e già pro-global anni Ottanta: c’è soltanto una direzione, un mondo e una nazione; sì, una visione. Una e una sola. Un monismo e una omogeneità totale vagheggiate come idillio e panacea di tutti i mali. Pace e gioia universali. Una prospettiva fattasi mentalità intergenerazionale, che non nasce dal nulla ma è l’erede di un’idea di fratellanza universale sorta nella cultura americana degli anni Sessanta, anzitutto tra gli studenti universitari. D’altronde il testo di questo brano originariamente scritto da Roger Taylor, il batterista dei Queen, si ispira al celebre discorso tenuto nel 1963 da Martin Luther King jr. sui gradini del Lincoln Memorial a Washington. Non a caso nel brano della rock band inglese compare l’altrettanto celebre frase “I have a dream!”. Più precisamente Mercury canta: «I had a dream when I was young / A dream of sweet illusion / A glimpse of hope and unity / And visions of one sweet union». Il sogno di un mondo interamente pacificato e affratellato, unito nella speranza di non dividersi mai più.

L’utopia degli anni Sessanta, veicolata da tantissima cultura pop, parve potersi realizzare all’indomani del crollo del Muro di Berlino e della fine dell’impero comunista russo. La dolce illusione dei Queen ha subìto due scosse telluriche di portata globale: l’11 settembre 2001 e la grande recessione innescata dalla crisi finanziaria americana dell’agosto del 2007. Il terrorismo internazionale da un lato, la prolungata recessione economica dall’altro, hanno messo sempre più in discussione l’ideologia del globalismo no border. Un mondo senza limiti e confini, unificato dal mercato e dallo scambio commerciale, materiale e immateriale, tramite la rivoluzione digitale che nel frattempo si è dispiegata in questi ultimi tre decenni. C’era qualcosa di ammaliante per molti, anzitutto speculatori finanziari, ma anche giovani, studenti e non, che in quei tre decenni hanno accarezzato l’idea di fare del mondo il giardino di casa propria. Un mondo multicolore a portata di low-cost e smart-phone. Una dolce illusione, appunto, che li ha inebriati come l’ascolto dell’inimitabile voce di Freddie Mercury.

Marzo 2020: dopo le due grandi scosse venne il lockdown totale, ossia il blocco progressivo dell’intero mondo. Uno dopo l’altro gli Stati si chiudono all’interno e chiudono verso l’esterno. Blindati da un protocollo di emergenza che impedisce alle persone o alle informazioni di muoversi da una determinata area per salvaguardarne la salute, in certi casi la vita stessa. Ha cominciato la Cina a Wuhan, capoluogo della provincia dello Hubei. È da quella città, che da sola conta oltre 11 milioni di abitanti, che almeno dal dicembre 2019 è comparso il coronavirus ed è iniziato il contagio. L’epidemia che l’11 marzo 2020 è stata dichiarata pandemia dall’Oms. A quella data 114 erano gli Stati del mondo colpiti dal virus. Alla sua globalizzazione, al suo sconfinamento, non arginato dalle misure di contenimento fin qui adottate, corrisponde in misura crescente una controspinta che va in direzione della chiusura delle frontiere. Per comprendere tutta la gravità del momento, ricordiamo che nel settembre 2001, all’indomani dell’attentato alle Twin Towers di New York, fu disposto un blocco di tre giorni dello spazio aereo civile americano. La scossa fu forte, perché ebbe echi che giunsero fino alla Parigi (e Bruxelles) del novembre 2015, ma niente di paragonabile allo tsunami da coronavirus. Dal terrorismo jihadista al panico pandemico.

L’isolamento come necessaria misura sanitaria fa crescere, almeno in questa prima battuta, una forte tentazione isolazionistica. Ciò porta a rafforzare una tendenza politica già in atto, vedi Stati Uniti di Trump e Regno Unito di Johnson, oppure ad incentivare recuperi di sovranità nazionale in chi da tempo la rivendicava all’interno dell’Unione europea. Il riferimento va al presidente francese Emmanuel Macron, il quale già nell’aprile del 2019, in occasione di una conferenza stampa al Palazzo dell’Eliseo, dichiarava che il sistema di Schengen «non funziona più» e chiedeva espressamente una riprogettazione dello spazio Schengen e degli accordi di Dublino. All’epoca a sollecitare una simile richiesta era il problema della migrazione, giudicata come «la seconda grande lotta europea» dopo il clima. Macron parlava della necessità della «ricostruzione di un patriottismo inclusivo». Concludeva il suo discorso descrivendo la propria visione politica internazionale nei seguenti termini: fatta salva la cooperazione allo sviluppo del continente africano, meno di un anno fa il presidente francese auspicava «un’Europa che tiene ai suoi confini»,  tale per cui «non voglio più nell’area Schengen degli Stati che ti dicono ‘Io ci sono quando si tratta di libertà di movimento, ma non voglio esserci quando si tratta di distribuire i migranti’. Non voglio più Stati che non vogliono mantenere il confine comune europeo e sono negligenti!». Tali esternazioni non erano certamente una novità per Macron. Già meno di due mesi prima, inizi di marzo 2019, aveva avanzato una proposta di centralizzare e uniformare il sistema di asilo e il mantenimento delle frontiere esterne dell’Ue. È infine del 12 marzo 2020 un discorso alla nazione in cui il presidente francese dichiara che quanto innescato dal coronavirus è «l’emergenza sanitaria più grave degli ultimi 100 anni in Francia», aggiungendo, oltre al lockdown interno (asili, scuole università, ecc.): «Avremo senza dubbio misure di controllo, di chiusura delle frontiere […] ma bisognerà prenderle su scala europea».

Molteplici e complesse sono le considerazioni che potremmo trarre da quanto si qui sommariamente esposto. Preme per ora sottolineare una possibile conseguenza geopolitica per l’Italia e l’Europa. Se questa pandemia ha impatti simili ad una guerra mondiale, per dimensioni, durata e impatto, è fondamentale capire gli schieramenti e le alleanze che si andranno a formare sul campo per fronteggiare il virus proveniente dall’impero celeste. Nel frattempo  la Cina cerca di far ripartire la sua economia. Lo sta facendo gradualmente, e con maggiore fatica del previsto, anche perché il suo export ovviamente continua a risentirne. Sia in termini di fiducia da parte dei Paesi importatori, sia in termini di difficoltà economico-commerciali che stanno abbattendosi sul resto del mondo. Per inciso, rientra in questa politica di rilancio dell’export cinese l’acquisto italiano – e non la donazione cinese, come da alcuni media tv e social è sembrato – di mascherine e respiratori. Come confermano fonti della Farnesina e della Protezione civile, il ministero degli Esteri avrebbe fatto da tramite tra il governo italiano e quello cinese, dal momento che la Cina è uno dei maggiori produttori al mondo di macchine e prodotti sanitari. Come riportato dal “China Daily”, già la scorsa settimana in una conferenza stampa proprio da Wuhan il viceministro dell’Industria Wang Jiangping aveva incoraggiato le industrie del settore a «venire incontro alla domanda crescente di prodotti medicali dall’estero».

Inoltre il regime comunista sta attivando un giro di vite per i media nazionali, a cui sono state imposte nuove regolamentazioni per la diffusione di informazioni riguardo all’epidemia di coronavirus. Come riportano fonti internazionali e l’Ispi di Milano, vige un’unica regola con due corollari: «nessuna critica al governo, “santificazione” del lavoro del personale sanitario ed enfasi costante sul successo delle politiche adottate dalla leadership». A supporto, «il Presidente Xi Jinping ha ripetuto più volte la necessità di portare “energia positiva” nei contenuti internet sul coronavirus, e da inizio marzo un gran numero di account è stato chiuso per aver diffuso informazioni sull’epidemia senz’autorizzazione». Se ogni lettore di questo articolo farà una prova semplice come aprire un qualsiasi motore di ricerca e digitare “Cina” e/o “coronavirus”, avrà la dimostrazione lampante dell’azione di controinformazione cinese già in azione a livello mondiale. Nel XXI secolo gli 007 operano nel cyberspazio e la guerra informativa e l’intelligence passano dalla Rete. È qui che si pesca a strascico consenso, si costruisce e consolida il soft power. In sintesi la situazione si è rapidamente rovesciata: l’Europa è l’epicentro della pandemia, l’Occidente anglofono è sotto attacco, mentre la Cina ne sta uscendo alla grande e si prepara a soccorrere i poveri europei nella virginale veste di novelli liberatori, benefeci elargitori di un rinnovato Piano Marshall.

È esattamente questo uno dei possibili scenari geopolitici conseguenti alla crisi mondiale in corso. Il timore è che tra gli Stati europei non ci siano la solidarietà, la stretta unione e collaborazione che a parole la retorica europeista ha sempre contrapposto quale risposta sensata e progressiva alla reazione miope e suicida dei vari sovranismi e populismi nazionali. Il caso italiano, oltre che per rappresentare al momento il Paese occidentale maggiormente colpito, è esemplare anche in tal senso. Da un lato si chiede aiuto alla Cina, che immediatamente fornisce medicinali e attrezzature sanitarie, oltre a team di medici; dall’altro abbiamo l’isolazionismo di ciò che un tempo era l’asse atlantista (Usa + Uk), abbinato alla rigidità ideologica e all’allineamento su posizioni filotedesche e scandinave dei vertici dell’Ue e della Bce.

La domanda sorge infine spontanea: ma l’Europa, con l’Italia in testa, finirà tra le braccia della Cina? Il rischio è molto grande. Sarà decisivo sapere da chi, con chi e come questa guerra – lotta alla pandemia – sarà combattuta e le scelte di alleanze che saranno fatte nell’immediato dopoguerra. Chi potrà vantare il ruolo di liberatore dal nemico virale, o comunque di soccorritore globale, vedrà piegarsi a proprio favore i futuri assetti politico-economici internazionali. Chi libera tutti diverrà l’imperatore. Non dipende solo da noi, certamente, ma che sia chiaro a tutti che si sta riscrivendo l’ordine mondiale, e da una iniziale sconfitta la Cina, memore degli insegnamenti di Sun Tzu, potrebbe concludere con una cospicua vittoria finale. E allora sì che entreremmo in un nuovo millennio.

 


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