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Roberts difende la Corte Suprema dagli attacchi democratici: meno da quelli di Trump

Estero

Dichiarazioni minacciose di questo tipo da alti funzionari del governo non sono solo fuori posto, sono pericolose”. Questa le parole del giudice John Roberts, presidente della Corte Suprema americana, mentre difendeva la magistratura dagli attacchi politici. Ci si aspetterebbe si trattasse di una reazione agli attacchi massacranti di Donald Trump e i suoi tweet velenosi verso giudici a lui poco graditi. Il bersaglio di Roberts era invece diretto a Chuck Schumer, senatore di New York, leader della minoranza democratica nella Camera Alta. Schumer aveva in precedenza attaccato direttamente due giudici, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, dicendo in un rally davanti alla Corte Suprema che le loro possibili e orribili “decisioni comporteranno serie conseguenze”. Schumer avvertiva i due giudici sulla loro possibile decisione di limitare o persino vietare la legge sull’aborto che la Corte Suprema prenderà in considerazione fra breve.

Schumer ha capito di avere esagerato e quindi ha chiesto scusa. Ciononostante, il battibecco fra Roberts e Schumer ci conferma il clima di antagonismo verso il sistema giudiziario che continua sempre più a essere politicizzato. Allo stesso tempo però mette a nudo la debole difesa di Roberts della Corte Suprema dagli assalti del 45esimo presidente.

Il mese scorso, il presidente Donald Trump, ha attaccato Amy Berman Jackson, giudice federale, la quale si apprestava a emettere una sentenza su Roger Stone, ex collaboratore di Trump. Schumer aveva implorato Roberts di difendere la giudice dai feroci attacchi dell’inquilino della Casa Bianca. Va ricordato che Stone era stato riconosciuto colpevole di falsa testimonianza e intralcio alla giustizia da una giuria federale. Prima che la giudice pronunciasse la sua sentenza, Trump era intervenuto, asserendo, senza nessuna prova, che Stone era stato trattato male e che meritava un nuovo processo. Trump aveva inoltre attaccato la presidente della giuria accusandola di parzialità che macchia il sistema giudiziario. Roberts però rimase silenzioso in questo caso come spesso fa quando Trump lancia le sue frecciate a funzionari del sistema giudiziario ogniqualvolta i tribunali e giudici gli vanno contro in tanti dei suoi casi legali.

Che Roberts intervenga richiamando Schumer va riconosciuto e rispettato. Ma il presidente della Corte Suprema usa due pesi e due misure quando si tratta del 45esimo presidente. Eccetto in casi rarissimi, Roberts tace, lasciando correre gli assalti alla magistratura perpetrati da Trump. Uno di questi casi eccezionali si è avuto nel 2018 quando il 45esimo presidente attaccò il giudice federale Jon S. Tigar, il quale aveva sospeso un ordine di Trump di accoglienza zero ai migranti. Trump lo aveva etichettato un “giudice di Obama” perché era stato nominato dall’ex presidente. Roberts corresse Trump asserendo che non “esistono giudici di Obama, di Trump, di Bush, di Clinton” e che tutti i giudici sono imparziali a prescindere di chi li avrà nominati.

Il rimprovero a Trump da parte di Roberts però è stato raro. Nella campagna presidenziale del 2016 l’allora candidato Trump aveva persino attaccato personalmente Roberts, il quale, nonostante un record molto conservatore, aveva votato nel 2012 con l’ala liberal della Corte Suprema per mantenere la legalità dell’Obamacare, la riforma sulla sanità approvata dall’allora presidente. Roberts rimase silenzioso anche in quel caso lì.

Nel caso di Barack Obama però Roberts non ha taciuto. Nel 2010, il presidente della Corte Suprema ha etichettato di “molto preoccupante” un commento del primo presidente afro-americano su una decisione della Corte Suprema. Obama criticò aspramente la decisione “Citizens United v. FEC” la quale permette spese illimitate da corporation o altri gruppi nelle campagne politiche. In effetti aprì le porte a spese politiche che favoriscono i ricchi, aumentando il potere delle lobby e i loro contributi finanziari ai candidati, specialmente a quelli del Partito Repubblicano, legati come si sa alle classi benestanti.

La selettività di Roberts nella sua difesa del sistema giudiziario si è anche vista nel caso degli attacchi di Trump a due giudici della Corte Suprema considerati liberal, Ruth Bader Ginsburg e Sonia Sotomayor. Secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca queste due giudici dovrebbero ricusarsi da tutti i casi relativi alla sua amministrazione perché hanno dimostrato pregiudizi verso di lui. Silenzio di tomba di Roberts al riguardo di questi attacchi.

Il compito di Roberts non è ovviamente facile. Da una parte deve preoccuparsi del proprio lavoro di giudice ma come presidente di tutta la Corte Suprema ritiene giusto che si presenti anche come difensore della reputazione e soprattutto della legittimità delle decisioni giudiziarie. Le sue difese della Corte però ci fanno credere che la sua imparzialità di difensore del gruppo dei nove giudici della Corte Suprema lascia a desiderare. Il suo compito è ovviamente reso quasi impossibile dai feroci e costanti attacchi dall’attuale presidente che richiederebbe moltissima energia e tempo per neutralizzarli. Ovviamente Trump potrebbe dimostrare rispetto verso il sistema giudiziario ma non lo ha fatto da candidato né da presidente e nulla ci fa credere che cambierà.

Schumer da parte sua, essendosi reso conto di avere sbagliato, ha offerto le sue scuse, le quali non sono state accettate dalla leadership repubblicana al Senato. Due di loro, il senatore John Barrasso del Wyoming e Josh Hawley del Missouri, grandi sostenitori di Trump e anche loro completamente silenziosi sugli attacchi di Trump alla magistratura, credono che Schumer meriti di essere censurato dal Senato per il suo linguaggio aggressivo sui giudici. Barrasso, Hawley e i loro colleghi repubblicani, come Roberts in molti casi, ignorano però il linguaggio molto più aggressivo e minaccioso del 45esimo presidente. Forse Trump ha ragione: esistono giudici di Obama e anche quelli di Trump. Roberts sembra molto più vicino al secondo gruppo.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.


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