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Il coronavirus al tempo dell’egoismo collettivo

Politica

di DONATELLO D’ANDREA

Tra decreti, comunicati stampa e balconi addobbati a festa, questi sono i giorni della retorica, che andrebbe anche bene se non fosse una cattiva retorica. Il reboante ritornello sugli italiani indisciplinati che danno il meglio di sé nelle emergenze è una leggenda metropolitana. Non siamo i romani, che nel momento in cui assaggiarono la sconfitta di Annibale si unirono, e non siamo nemmeno gli eroi del dopoguerra, quelli che diedero origine al miracolo economico.

Questi italiani sono i figli di un ben altro periodo storico, il quale sostanzialmente non ha vissuto tragedie collettive molto grandi e paragonabili ad una guerra mondiale o ad una epidemia come la spagnola. 

Ancora peggiore, è, se si può dire, la scioccante retorica della grande tragedia che servirà a renderci una comunità più forte e unita. La retorica degli eroi non deve sostituire quella di un popolo scrupoloso e che rispetta le regole per il bene di tutti.

Non saranno gli infermieri a fermare il nuovo coronavirus, non solo. Abbiamo bisogno di persone che facciano semplicemente quanto nelle loro possibilità, rispettando i dettami governativi ed evitando di prendere scelte dettate dalla paura, dall’incoscienza e dall’impulso emotivo. Abbiamo bisogno di un esercito di persone scrupolose per affrontare una guerra difficile.

In questo frangente non sarà la furbizia a salvarci, oppure la legge del più forte o un semplice colpo di fortuna, cioè quello a cui ci affidiamo nei momenti difficili (dal mondiale di calcio alla finanziaria, per intenderci).

Non ci sono scorciatoie. Ed è proprio questo il vero problema del coronavirus al tempo di una comunità che non esiste. Tra chi si riversa in stazione a prendere il treno, nella speranza di non restare imbottigliato in una regione che combatte, eludendo tutte le raccomandazioni possibili, chi chiede quale siano i modi per bypassare l’autocertificazione; oppure chi, all’inizio della quarantena, ha usato scorciatoie secondarie per uscire da Codogno e andare a Lodi a fare la spesa per non fare la fila. Il vero problema degli italiani al tempo del covid è l’esigenza di agire collettivamente. L’epidemia non è una cosa che può essere affrontata da un singolo, richiede uno spirito di comunità. I preziosi contributi dei singoli, che siano gli infermieri, i medici o coloro che donano parte del loro patrimonio, sono necessari ma non sufficienti.

Serve pazienza, disponibilità da parte di tutti a sacrificare le proprie personali esigenze, in nome di un bene collettivo. Serve uno spirito comunitario che travalica il confine del singolo interesse in un nome di qualcosa di più prezioso. Inoltre, coloro i quali hanno espresso grande generosità nel donare, si ricordassero anche di emettere regolare fattura, non cercando di eludere il sistema fiscale. Questo è un atto di solidarietà ben più grande rispetto a quello compiuto nella singola emergenza

Certo, il Covid-19 ha cambiato le nostre abitudini, suscitando un timore mai vissuto prima. Non è una guerra nel senso di un conflitto basato sullo scambio reciproco di offese militari, ma è ugualmente pericoloso. Un nemico invisibile e silenzioso, il quale può essere sconfitto solamente con buonsenso e buona volontà. Le privazioni a cui siamo sottoposti sono tutto sommato sopportabili. Ai nostri nonni e bisnonni chiesero di combattere, a noi ci stanno chiedendo di restare in casa. Notare le differenze.

La prima vera prova di carattere di un popolo, abituato a vivere nell’opulenza e nell’agiatezza e ad agire anche nel disinteresse dell’altro, ci ha fatto scoprire deboli, fragili, impotenti e indifesi. Una società viziata e individualista, la quale deve necessariamente vedere emergere anticorpi civili e valori da tempo sopiti e ora riscoperti importanti. L’occasione è propizia.

In questi giorni non abbiamo dato prova di incessante coraggio. La seconda grande “fuga di cervelli” dal Nord rischia di provocare il collasso anche degli ospedali del Sud Italia. Anche la politica, attraverso scialbi gesti di propaganda, di incoscienza e di irresponsabilità non ha trasmesso quella fermezza che un cittadino comune si aspetterebbe da chi è “migliore di lui” perché occupa una posizione di comando. Anche sui social non è andata meglio.

Ora, però, è arrivato il momento di dimostrare il contrario di quanto detto. L’unico modo di dare prova al mondo di quanto l’Italia possa valere è quello di ritrovare una dimensione civica di cui ci siamo sempre volentieri privati, nella speranza che la nostra Italia, seppur ferita, possa uscire più unita e più solidale. Più orgogliosa della sua identità.

Un altro auspicio riguarda noi italiani, di uscire da questo brutto periodo meno opportunisti, meno egoisti e meno individualisti, ricordandoci di questi giorni con maggiore senso civico e con più rispetto per il bene comune e la convivenza civile. 

Solo restando a casa, uscendo il meno possibile, rispettando i dettami del Ministero della Salute, e magari evitando di fregare il prossimo, il coronavirus potrà dirsi sconfitto. Forse solo così potremo dimostrare a noi stessi, al mondo e soprattutto alla storia di essere quel popolo che dopo ogni tragedia si è sempre rialzato più unito, come settant’anni fa. 


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