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I poveri sono matti

Cultura & Società

Cesare Zavattini scrisse un capolavoro troppo poco ricordato “I poveri sono matti”, più che un racconto poetico un racconto poesia, in cui magistralmente, come uno dei migliori scrittori mai esistiti, narra le vicende e le relazioni di un gruppo di operai. Per prima cosa va sottolineata la grande, grandissima vicinanza dello scrittore ai più poveri di cui descrive le vite, oserei dire, l’amore vero e proprio per le sorti di costoro, che nella letteratura attuale sembra essere scomparso, quasi come fosse una colpa di cui vergognarsi o un interesse da passatisti. La bellezza del libro risiede però nel confessare una sorta di perdita di senno di questi operai a seguito delle ingiustizie piccole e grandi che la loro condizione li obbliga a subire, perdita di senno da lui divinamente sublimata in poesia. È dunque pacifico che quanto sto per trattare sia stato già e da tanti trattato meglio che da me, anche se in questa circostanza mi sta più a cuore analizzare il rapporto tra giudizio sociale, emarginazione e follia. Sappiamo infatti che un giudizio di condanna verso i nostri simili può scattare per svariati motivi, alcuni dei quali cambiano a seconda dei contesti anche storici. Si può essere emarginati dunque perché non si è alla moda, perché si è omosessuali o poveri o, come di recente, perché si è di colore.

Non avere mezzi non significa necessariamente non avere nella propria disponibilità apprezzabili quantità di danaro, anche se, se per mezzo intendiamo qualcosa che ci consenta di entrare in contatto con la realtà e trasformarla, va ammesso che il danaro sia uno strumento, forse il più forte, di cui poter disporre in una società organizzata come la nostra. I mezzi si potenziano e sviluppano peraltro anche a contatto con la realtà. È di tutta evidenza dunque, che ciò che ci caratterizza nella maniera più profonda, ci forma e ci sostanzia e cioè le relazioni, dipendano dagli strumenti di cui disponiamo e che l’assenza di questi, ponendoci in una condizione di debolezza e di emarginazione, ci esponga a conseguenze patologiche dal punto di vista dei nostri equilibri psichici. Ovviamente non tutte le condizioni di debolezza sono destinate ad approdare al disagio psichico, che, per potersi manifestare necessita di presupposti talvolta particolarissimi e di un numero infinito di abusi, ma l’assenza di mezzi è senz’altro una concausa che può rendere più debole chi è già in una condizione di precarietà. Costui infatti, sarà in primo luogo alla berlina di chi lo avverte incapace di difendersi.

Qualche anno fa mi domandavo, leggendo degli sbarchi sulle nostre coste di immigrati africani e delle condizioni di atroce sofferenza e di soprusi a cui erano sottoposti, quale traccia queste esperienze avrebbero lasciato nelle loro vite. Non mi ha pertanto meravigliato apprendere che una buona percentuale di questi uomini sta manifestando oggi i sintomi delle più invalidanti malattie psichiatriche a noi note.

Anche rapporti di forza squilibrati all’interno di una famiglia, pongono in essere meccanismi di difesa che, non essendo efficaci verso l’esterno, finiscono col modificare le giuste proporzioni che reggono la personalità che, sotto la sempre vigile coscienza della sensibilità, consapevole di una condizione di sudditanza, si costringe a mendicare briciole come fossero brioches. Meccanismi siffatti portano, alla lunga, a desiderare cose diverse da quelle desiderate dagli altri, favorendo l’entrata in una dimensione esistenziale sempre più lontana dalla cosiddetta norma e questo stato di cose peggiorerà anche a causa del fatto che al malcapitato sarà consentito imbastire relazioni solo con soggetti come lui emarginati e di conseguenza potrà sviluppare solo pensieri e comportamenti strettamente funzionali al “ghetto” a cui appartiene, diventando sempre più incapace di relazionarsi ad altri diversi da sé. Tutto ciò produrrà anche l’ulteriore effetto di frustrare ab origine ogni possibilità di miglioramento e di e entrare a far parte di una comunità più ampia.

Queste poche e banali considerazioni ci investono dunque di una responsabilità che, quando parliamo di ammalati psichiatrici crediamo non appartenerci, convinti come siamo che il matto sia matto per suo limite esclusivo. La storia e la stessa vita ci insegnano continuamente quanto siffatta visione dell’umanità non risponda al vero, un vero senz’altro difficile da definire ed indicare nei suoi confini, ma pur sempre migliore di un’idea ottusa che prescinde dal confronto col reale perché ne è spaventata.

Nell’eterno divenire nel quale siamo immersi e la cui essenza non ci è dato di cambiare è perciò doveroso bilanciare, regolare i rapporti tra forza e fragilità nella direzione di un maggiore equilibrio, affinché questa strada che siamo chiamati a percorrere sia per tutti un po’meno faticosa ed un po’meno in salita.

                                                                                                                             Rosamaria Fumarola 


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