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Sotto il tendone del circo

Politica

Come è ormai d’obbligo devo premettere che considero deplorevole  l’esodo dei cretini da Nord a Sud, possessori di seconde case a Taormina o in Costa Smeralda, e che, memori della frettolosa lettura del Decamerone, cercano riparo lontano dalle città infette.

Fatta questa premessa, che sostituisce le autocertificazioni necessarie fino a qualche giorno fa di antifascismo, antirazzismo, mitezza e creanza, dichiaro che trovo nauseante la condanna e pubblica riprovazione rivolta alla plebe scriteriata che non ottempera agli obblighi imposti per il contenimento della pestilenza, da parte di decisori, scienziati, opinionisti e laureati all’università della strada, come recita il profilo Fb, ormai promossi a tecnici dello stato di eccezione e inclini a richiedere i servizi di qualche uomo della provvidenza, di governi di salute pubblica e soprattutto privata e di muscolari (anche grazie a appropriati massaggi) manager della protezione civile indimenticati o superpoliziotti adusi a salutari repulisti .

Pare non venga proprio loro in mente che nessuno di loro in questo Paese, dove siamo rinchiusi in gabbia a lavorare come animali da circo,   è davvero abilitato ad esigere dalla “gente comune” senso di responsabilità, comportamenti ispirati alla coesione sociale e alla solidarietà, se l’ideologia imperante e le politiche che ispira hanno invece consolidato l’egemonia di una panoplia di “valori”, di vizi convertiti se non in virtù, almeno in qualità indispensabili per affermarsi nella professione e nella vita privata.

Non occorre nemmeno guardare in alto per avere conferma  che  all’ambizione, all’arrivismo, alla competitività, alla superficialità dinamica e futurista, si è aggiunto a tutti i livelli  un requisito in più, quel “realismo” che obbliga all’obbedienza cieca alla “necessità”, togliendo insieme ai diritti fondamentali, perfino quello a desiderare, a sognare, a immaginare qualcosa di diverso dalla sopravvivenza, esonerandoci non solo dall’utopia, ma pure da obblighi e imperativi etici retrocessi a moralismo.

Basta pensare che la contingenza di questi giorni ha sortito l’effetto di rendere semplicemente esplicita una consuetudine che vige da sempre, oggi più che mai inderogabile, quellche ha spinto la Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva,   a diffondere e legittimare, con un documento indirizzato all’Esecutivo,  la probabile obbligatorietà della fissazione di un limite di età per l’accesso alle terapie intensive, basato sulle maggiori possibilità di sopravvivenza e sul fatto di avere più anni di vita salvata.

Si tratta di un aggiornamento del “prima le donne e i bambini” in occasione di un naufragio senza Schettino, della discrezionalità delle liste per i trapianti e per certe cure sperimentali, oggi ammissibile e svincolato da “ipocrisie” grazie alla definitiva legittimazione dell’urgenza perenne, dell’emergenza governabile solo con misure eccezionali, restrizioni, limitazioni della circolazione e delle libertà che il coronavirus ha coronato, ma che avevamo sperimentato già grazie alle varie minacce e paure che respiravamo: terrorismo, invasioni, eventi catastrofici in seguito ai quali si sono innestati altri timori, tanto che le ricostruzioni sono diventate rischiose a causa delle opportunità offerte a malavitosi profittatori mafiosi, quindi  ragionevolmente pare preferibile lasciare la gente in tenda o casette temporanee , anche quelle soggette a criteri arbitrari di precedenza.

C’è poco da stupirsi dunque se   chi ha la fortuna  di possedere una casa fuori dalla zona rossa, ne approfitta,  Berlusconi compreso, se  c’è da sospettare che Zingaretti o Fontana in caso di peggioramento possano accedere a uno dei letti in terapia intensiva sopravvissuti ai loro stessi tagli,  se  a fronte della sorprendente latitanza di startup e giovani imprenditori creativi pronti a cogliere l’opportunità offerta dalla crisi mettendo in produzione mascherine e dispositivi di protezione, c’è qualcuno qui e fuori che specula, se i furbetti sono una categoria apprezzata, invidiata e imitata, se l’Europa è la prima a far tesoro delle raccomandazioni di “lavarsi le mani”, sicché si può star certi che  anche qualora venissimo autorizzati sforare ora i limiti del deficit, passato il peggio sanitario verrà premuto l’interruttore con l’obbligo di rientrare nei parametri, tagliando ovunque si può e anche dove non si può, sanità compresa.

Eppure adesso tutti e non solo i carnefici, i macellai e i loro inservienti,  si aspettano e pretendono eroismi, sacrificio, abnegazione, da un personale sanitario umiliato  al lavoro in ospedali dove interi reparti sono stati chiusi, dove mancano le risorse anche per le spese correnti, dove arrivano giovani impreparati ma ricattabili, preferiti a soggetti più esperti e qualificati costretti a andarsene mentre vengono richiamati i pensionati in veste di consulenti. O da insegnanti, quelli che nella mentalità diffusa fanno tre mesi di vacanza, quelli maltrattati dai superiori e dai genitori iperprotettivi di sciagurati bulletti, spostati come marionette, sottopagati e sottomessi a figure manageriali che piegano la didattica a regole di mercato, in scuole pericolanti dove le famiglie devono concorrere alle spese, che si devono improvvisare in veste smart per attuare il sogno demiurgico della telescuola senza mezzi, senza preparazione, senza strutture, alla faccia della scuola smart. O  da funzionari pubblici, quelli del cartellino facile, loro esonerati da restrizioni e limitazioni, allo sportello e alla scrivania  negli uffici dei comuni, delle amministrazioni, arrivati al lavoro, su autobus e treni guidati da altra gente da sempre assimilata alle clientele, alla cerchia infame del familismo, tutti in attesa di riconoscimento, redenzione, ammirazione grazie alla possibilità del martirio.

D’improvviso e magicamente il loro lavoro, il nostro lavoro, riprende valore, di modo che chi aveva ancora la fortuna di avere un’occupazione, un salario, una fatica, anche precaria, oggi deve dimostrare di meritarsela sfidando la malattia. Poi quando il pericolo sarà passato, tutto tornerà come prima, anzi peggio di prima, perchè il sollievo del pericolo alle spalle riporterà in auge la mistica della necessità, perché tocca pagare la buona sorte di averla scampata e doverosamente saremo chiamati a contribuire al dopoguerra, alla ricostruzione.

E per quella servono quattrini, bisognerà spremere i sopravvissuti della pecora nera, non solo al Covid19,  ma ai suoi effetti collaterali, crollo borsistico, esercizi chiusi, campi abbandonati, fabbriche e aziende che licenziano, voragini amministrative del settore pubblico incrementate da costi straordinari, a fronte di multinazionali e delle grandi imprese che approfittano della criticità per darsela a gambe o a venir meno ai patti come nel silenzio dei media, stanno facendo Arcelor Mittal, Atlantia, Alitalia.

E sarà allora che la cupola finanziaria coglierà l’occasione per commissariare l’Italia ed imporre tutte quelle misure che perfino nella anomala normalizzazione dell’iniquità e della speculazione che viviamo da anni, sarebbero sembrate eccessive e strabordanti, grazie a aggiustamenti per rompere di più, a interventi drastici inesorabili, imprescindibili, come non lo era investire per curare, assistere, dare condizioni di vita dignitosa a malati, anziani, sani senza casa, giovani senza lavoro, cinquantenni espulsi dal consorzio civile in quanto obsoleti e parassitari, talenti sacrificati, vocazioni derise.

Ma bisogna stare attenti a dirlo, si fa brutta figura, si è trattati da sciacalli perché il grande successo popolare di questi regimi eccezionali non consiste nella imposizione e accettazione delle limitazioni di libertà oggi necessarie quanto non lo era garantire ospedali funzionali, reparti specialistici, personale competente e pagato il giusto:  chiusura delle scuole, delle università, sospensione delle udienze nei Tribunali, blocco delle manifestazioni pubbliche e di quelle manifestazioni sportive, riduzione dei trasporti locali, permesso di movimento consesso solo a chi dimostra di uscire di casa per lavoro o per gravi motivi sanitari, quelle cioè che hanno persuaso all’ammirazione e all’emulazione anche quelli che da anni lanciano invettive e allarmi contro il pericolo giallo.

Ma risiede nella ormai pubblica e generalizzata proibizione di interrogarsi sul perché siamo arrivati a questo, sul perché una epidemia diventa catastrofica, quando cioè rivela e denuncia la devastazione prodotta non solo a carico del sistema sanitario pubblico, ma in tutta la società, nei servizi, nell’istruzione, nell’anatema che viene lanciato a chi si preoccupa non solo dell’ora e qui, ma del prezzo che pagheremo dopo, quando qualcuno saprà approfittare, come previsto, della felicità della salvezza, che, come ormai è “naturale”, è precaria anche quella.

 


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