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Noi italiani, ancora divisi, a volte nemici

Emigrazione

BARI – Come la maggior parte degli Italiani e di altre migliaia di persone nel mondo, mi sono svegliata, stamattina, come ormai da una decina di giorni, in un silenzio tombale. L’impressione è che non si odano neppure il rombo dei camion che ritirano la spazzatura o i consueti cinguettii dell’aurora. È lo stesso silenzio che impera nei camposanti. È lo stesso silenzio che udivo, nel 2004, nell’orfanotrofio di Nyamirambo, in Ruanda.

Era un orfanotrofio per bambini sordomuti. È vero, quando sciamavano nel cortile dell’istituto per l’alzabandiera e la preghiera del mattino, oppure nel pomeriggio per una qualche attività ludica, una sorta di brusio si levava nel sole incipiente oppure calante, tuttavia era quello, per antonomasia, un luogo di silenzi. Erano trascorsi già dieci anni dal genocidio, ma Kigali, come le campagne e i villaggi intorno, mostravano chiare le ferite della guerra. Il terrore del machete  La desolazione delle case sventrate.

Avevo già visto un paese, la Serbia, attraversato dalla furia umana, nell’anno 2000. Le sue ferite. Le case sventrate. Il dolore degli occhi.  

Non stiamo vivendo nulla di tutto questo, tuttavia le file di bare pronte per essere tumulate (incenerite) e le fila di camion che le portano via dai familiari che non hanno neppure salutato i loro defunti, rappresentano l’esito di un evento paragonabile ad una guerra. Un conflitto senza strepiti di mitraglie o rombi di carrarmati. Senza un nemico visibile, se non negli effetti, visibilissimi.

Ritorno al mio amato Ruanda. Non posso convincermi delle cause che scatenarono l’orrore. Ne appresi da un saggio dal quale riporto uno stralcio.

“Regno composito e raffinato, collocato nel cuore dell’Africa nera, agli occhi degli Europei non poteva essere considerato come un prodotto autoctono. La cosiddetta “ipotesi camitica” a cui a lungo gli Europei (missionari, amministratori, etnologi) hanno dato credito, ha provveduto a trasformare in una ‘etnia’ diversa, con origini un po’ più vicine a quelle europee, la ‘categoria’ dei Tutsi. Oggi Tutsi e Hutu, come è tristemente noto, si combattono atrocemente per il potere, e anche lì, sulle verdi colline del Ruanda e del Burundi, risuona minacciosa, da una parte e dall’altra, la parola ‘pulizia’.

Un’identità (l’unità) di questi due regni (quindi la convivenza di ciò che un tempo non erano altro che ‘categorie’ socialmente costruite: Tutsi, Hutu, sembra essere irrimediabilmente perduta. Chi parla ora più di società “rundi”, per esempio? La questione dell’identità è ormai passata alle “etnie” (Tutsi e Hutu) che nel frattempo gli Europei (prima Tedeschi e poi Belgi) hanno letteralmente inventato. Essi non avevano trovato due etnie, con caratteri distinti e con la tipica rivendicazione della propria identità, hanno invece pensato, immaginato, supposto e poi asserito e “scritto” che le due categorie tutsi e hutu fossero due etnie distinte, con origini, storie e qualità diverse: i Tutsi, pastori “nobili” “aristocratici”, di origine “camitica” (da Cam, figlio di Noè, i cui discendenti sarebbero penetrati nell’Africa orientale), collegabili (per questa loro ascendenza camitica) al retaggio biologico e culturale degli Europei, si sarebbero sovrapposti agli Hutu, rozzi contadini autoctoni, sottomettendoli e costruendo così i “regni” altrimenti inspiegabili – di questa zona tanto interna dell’Africa equatoriale. Questa “storia” non è stata soltanto ipotizzata e scritta in qualche testo dell’etnologia del primo Novecento: è stata “insegnata” per decenni nei collegi e nelle scuole, nelle missioni e negli uffici. Questa storia ha “etnicizzato” il Ruanda e il Burundi, dando forma a due diverse “etnie”, istituendo due diverse “identità”.

Come viene opportunamente ricordato da Ugo Fabietti, nel 1930 fu fatto un censimento dai colonizzatori belgi per rilasciare a ogni individuo un documento di riconoscimento in cui fosse indicato (“scritto”) inequivocabilmente se egli era Hutu, Tutsi o Twa. Criteri di tipo razziale (Hutu più piccoli, Tutsi molto alti) si rivelarono però tanto poco utilizzabili che si dovette far ricorso al numero di bovini posseduti: «gli individui maschi con dieci o più buoi erano “Tutsi”, mentre quelli che ne avevano meno di dieci erano “Hutu”. Per sempre» (Fabietti 1995: 156).

Scritto su un pezzo di carta ufficiale, su un documento di identità il cui carattere palesemente arbitrario è stato occultato dall’ottusa convinzione etnica dei colonizzatori, si è dunque determinato “per sempre” un destino di feroce opposizione. Chi può dire quando e in che modo questo conflitto, mirato indubbiamente alle risorse, ma giocato sulle contrastanti identità, potrà mai avere fine?

Le carte di identità esistono ancora e oggi costituiscono il mezzo attraverso il quale i militari e i guerriglieri delle opposte fazioni “etniche” ai posti di blocco possono individuare chi è da uccidere e chi è da risparmiare (Fabietti 1995: 157).

Ma un’ulteriore considerazione si impone a questo punto. Se questa invenzione di identità aveva basi così fragili e inconsistenti, perché è riuscita a prevalere, a tal punto che oggi, finita da un pezzo la colonizzazione, “Tutsi” e “Hutu” ne sono ancora prigionieri? Certo, è stata imposta dall’apparato amministrativo, militare e politico dei Belgi, dalla Chiesa cattolica e dal sapere etnologico. Ma perché, essendo tutto ciò finito, gli Africani non sono stati in grado, con l’indipendenza politica, di liberarsi anche dal giogo di quella finta opposizione? Forse, la risposta è che l’identità — una qualche identità, una qualche forma o brandello di identità, specialmente in un contesto di distruzione delle forme precedenti – è davvero “irrinunciabile” e, probabilmente, non si guarda troppo per il sottile, allorché vi è “urgenza di identità”. E allora che – come in effetti è successo in Ruanda o in Burundi – una “finzione” si tramuta velocemente in “realtà”, specialmente se questa finzione, sostenuta e garantita dalla scrittura, risponde ai criteri logici più elementari, quelli dell’opposizione, per esempio, “noi”/”gli altri”. L’identità è certamente un principio logico elementare, ma – “da sola” – è anche fallimentare. L’identità è in effetti un’esigenza irrinunciabile; ma di “sola” identità si muore. In Ruanda, come altrove.

Da “CONTRO L’IDENTITA’” di Francesco Remotti

Ricordiamocelo, noi italiani, ancora divisi, a volte nemici.


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