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Scuola Coraggio

Interviste & Opinioni

L’esercito scuola, in silenzio e senza sosta, continua la sua missione. Scuole chiuse e menti aperte, docenti e discenti sincronizzati, dalle rispettive dimore, con responsabilità e senso del dovere. Dirigenti scolastici messi alla prova di fronte ad una emergenza inaspettata che impone formazione a distanza. Aule vuote, corridoi spenti, nessun vociare e campanelle ferme, ma la didattica non arresta il suo volitivo passo. Sicuramente manca il calore, lo sguardo dell’allievo che misura la temperatura dello svago, quella mano alzata che dá il ritmo, la risata, la distrazione funzionale al richiamo d’attenzione, ma noi, docenti di ogni ordine e grado, come mai prima d’ora, sentiamo ruggire forte quella missione che ci impone di guidare i nostri ragazzi, soprattutto adesso. Complice la tecnologia e in particolare il registro elettronico e WhatsApp, nel giro di poche ore sono arrivati i primi compiti, soprattutto per gli alunni della primaria. Per le secondarie, invece, sono molti gli insegnanti che, nonostante le carenze nella digitalizzazione e informatizzazione delle famiglie, si sono attrezzati. C’è chi ha caricato le sue lezioni su piattaforme che permettono di condividere documenti, creare corsi, distribuire compiti e ottenere dei feedback da parte degli studenti, ricreando una sorta di dialogo a distanza. Si tratta degli ormai numerosi strumenti per insegnare senza trovarsi fisicamente in un’aula. Per citarne alcuni: Google classroom, Mooc (Massive Open Online Courses), E-learning, Moodle, Edmodo, tecnologie educative che si uniscono all’ormai collaudato registro elettronico per mantenere una comunicazione aggiornata tra docenti e studenti e soprattutto per condividere materiali didattici, mappe, esercizi aggiuntivi, ecc.. E poi discussioni on line, tra cui Screecast-o-matic, che permette di realizzare video condivisibili inserendoli nella piattaforma o indicando il link del filmato caricato su Youtube.
Uno strumento ancora più semplice è dato dai normali smartphone, con i quali si possono registrare audio o brevi video, da condividere con gli studenti tramite gruppi WhatsApp, oppure dare appuntamento con videochiamate per salutare i ragazzi, assegnare i compiti e verificare che non ci siano dubbi o incomprensioni. Chiamate collettive sono poi possibili anche tramite Skype, che nella versione free può ospitare videoconferenze con un massimo di 25 utenti, ai quali dare appuntamento in una data e ora stabiliti. Anche Hangout o Hangout Meet, sempre in versione free e utilizzabile tramite account Gmail, permette di avere connessi fino a 10 utenti. Con Gsuite for Education, utilizzata dal Liceo Moscati di Grottaglie, si può arrivare fino a 25 persone connesse in contemporanea. La Realtà Virtuale incontra la Scuola Tradizionale fatta di banchi e ardesia e vince la sfida lanciata dal Coronavirus. Cresce la didattica, maturano gli studenti chiamati ad una presenza nuova senza appelli, si innalza il senso alto del dovere di insegnamento e, nel reticolo costituzionale della libertà di insegnamento, docenti e discenti si formano vicendevolmente. I docenti sperimentano, di necessità, nuovi ambienti di apprendimento e i discenti imparano che davvero l’istruzione è, per lo Stato padre e la Costituzione madre, un diritto sacrosanto che neanche una emergenza sanitaria può arrestare. La scuola dunque si è scossa, galeotto un virus. Un’occasione per svecchiare la didattica, per riportare l’istruzione in cima alle priorità del sistema e della politica. Perché la Scuola non può permettersi il lusso di stare a guardare. Il futuro che ha a cuore il bene di chi cresce non può aspettare tempi migliori. Lo dico convinta alla luce dei fatti, l’Italia ha docenti eccezionali che chiamati da eventi avversi si sono armati di senso del dovere e cura per non spezzare quel filo rosso che porta i nostri ragazzi a tagliare traguardi. La scuola italiana, sotto l’ala forte e direzionale di Dirigenti Scolastici presenti allo Stato, sta facendo di tutto, sia pur con i suoi limiti. Ora però, Coronavirus praeteritum, servono volontà politica e una scelta coraggiosa che investano per il futuro. Per rinnovare un sistema scolastico ci vogliono dieci anni. Abbiamo una percentuale di Pil dedicata all’istruzione pari al 3,5 per cento a fronte di una media europea del 5 per cento. Per non parlare di Paesi illuminati che arrivano all’8 per cento o anche al 9 per cento. Non servono però solo i soldi, certo necessari ma non sufficienti da soli. E’ evidente che i docenti dovrebbero essere pagati molto di più, ma non è che, riconoscendo cinquecento euro in più, questo cambierebbe automaticamente la situazione. Servono dei correttivi che portino in quella direzione virtuosa. La Finlandia ci ha messo vent’anni, dal 1970 al 1990, a diventare quella che è sul piano scolastico. Serve gradualità ma occorre anche un dibattito su ciò che vogliamo che sia la scuola pubblica. Ora siamo a un bivio. Il “fare scuola” da casa, nella solitudine di una stanza, all’ombra di freddi pec, smartphone o tablet schiude in ognuno di noi, servitori della formazione, una dovuta pausa di riflessione che deve avere come punto fermo un dogma assoluto, senza dubbi ed esitazioni. Perché quando si tratta dei nostri ragazzi, del nostro futuro, possiamo tutti, docenti, dirigenti e genitori, permetterci il lusso di non avere dubbi: al centro di ogni nostra azione e pensiero sempre gli studenti, come impone la Costituzione, letta con la mano sul Cuore.
Evelyn Zappimbulso 


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