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Quanto conviene “darsi all’agricoltura” durante l’emergenza da coronavirus

Ambiente & Territorio

La crisi generata dall’epidemia colpisce anche i settori dell’agroalimentare. Ma c’è spazio soprattutto se si sceglie con attenzione il tipo di produzione

 
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 donna agricoltura frutta – pixabay

“Darsi all’agricoltura” in piena crisi innescata dall’epidemia di coronavirus ha ancora un senso per un giovane imprenditore? Sì, a patto di scegliere con attenzione il tipo di produzione, meglio se di nicchia, come le farine speciali, l’orzo per le birre artigianali, i formaggi, e di lavorare su una filiera integrata, in un momento in cui le abitudini dei consumatori sono state completamente rivoluzionate in poche settimane dal ‘lockdown‘.

Tutto da valutare invece l’impatto della crisi sul mercato dei terreni agricoli come strumento di investimento; i prezzi del patrimonio fondiario hanno subito un’erosione negli ultimi 15 anni e comunque sono troppo alti rispetto al reddito che fruttano.

“Il mercato agricolo vive un paradosso – ha detto all’AGI Carlo Maria Recchia, presidente dei Giovani agricoltori di Coldiretti Lombardia e titolare di Mais Corvino, azienda produttrice di un particolare tipo di mais – da una parte vediamo la grande richiesta di beni alimentari con un aumento dei prezzi, dall’altra parte c’è una materia prima sottopagata, come nella carne, nel latte, nell’ortofrutta”.

“C’è la crisi della ristorazione dovuta al fermo, ma ci sono anche inefficienze e speculazioni come sul grano dove il prezzo si è impennato. A essere colpiti spesso sono gli agricoltori di prima generazione, il 50% di questi iniziando da zero ha acceso linee di credito e ora ha debiti da ripagare. Chi ha aperto agriturismi inoltre adesso è a terra, la stagione primaverile è stata annullata e per quella estiva è tutto da vedere”.

Chi si salva dalla bufera?

“Stanno andando bene i coltivatori di verdure povere come insalata, zucchine, so di commercianti che stanno andando a fare direttamente contratti con prezzi in rialzo. Va bene chi fa vendita diretta, consegne a domicilio, saltando i passaggi intermedi”.

E poi ci sono i settori: “In molti di questi è impossibile entrare per le dimensioni richieste. Allora bisogna puntare sulla nicchia, i piccoli appezzamenti di viti con produzione di vino, l’orzo per le birre, il latte con poche mucche per formaggi, yogurt e gelato. Si può guardare allo zafferano, all’elicicoltura con le lumache. Io coltivo una specie di mais unica, macino con il mulino a pietra e vendo la mia farina speciale. Serve multifunzionalità, curare tutti i passaggi della produzione”.

Il momento difficile dell’agricoltura cade in un momento che fino a pochi mesi fa presentava grande vivacita’ per il ritorno dei giovani, con oltre 56mila under 35 alla guida di imprese agricole, un primato a livello comunitario con un aumento del +12% negli ultimi cinque anni, secondo un’indagine Coldiretti.

Molto attivo nel favorire l’accesso dei giovani all’agricoltura è il Ministero per le politiche agricole, con il Programma di sviluppo rurale, con 660 milioni di euro pagati dal 2016 a dicembre 2019 dai 21 Programmi di sviluppo rurale delle regioni e province autonome italiane per sostenere il primo insediamento di giovani in agricoltura. Da qui al 2023 il programma è di impiegare 2 miliardi di euro.

Il problema della “terra”

L’Ismea, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, ha istituito la Banca nazionale delle terre agricole, l’inventario completo dei terreni agricoli che si rendono disponibili anche a seguito di abbandono dell’attività produttiva e di prepensionamenti. 

“Il problema è che di terra ce n’è poca – spiega Lorenzo Bazzano, responsabile economico di Coldiretti – e storicamente c’è stata una crescita del prezzo superiore a quello del valore intrinseco della terra come fattore di produzione. Il costo diventa quindi un freno all’investimento. Certo, puo’ sempre essere visto come un bene rifugio”.

Per quanto riguarda l’andamento del mercato agricolo invece – afferma – ci vorrebbe la sfera di cristallo. Fino a dicembre crescevamo, si andava verso i 50 miliardi di euro di esportazioni, poi e’ cambiato tutto. Il florovivaismo è in difficoltà, si distruggono milioni di piante perché non hanno mercato, nel vitivinicolo si parla di utilizzare il vino in giacenza per produrre alcool. L’agroalimentare è un settore strategico per tutti, se il concetto e’ quello che i vari paesi saranno più attenti all’auto-approvvigionamento anche in futuro le esportazioni incontreranno problemi. Sono tutti scenari da capire e interpretare, probabilmente siamo a una svolta, ora le abitudini di consumo sono cambiate, bisogna capire in che direzione si va”.


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