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La poesia di Sigismondo Fanelli: il principe accademico ‘dei Pigri’ di Bari

Puglia

di Stefano de Carolis

Nel Settembre 1690 nella provincia di Terra di Bari scoppiò l’epidemia di peste. Il Vicerè di Napoli, Francisco Benavides, Conte di Santisteban, avuta notizia del contagio, inviò a Bari alcune persone di fiducia: medici, giudici, cerusici e uditori. Tra questi Filippo de Arrieta, uditore regio, mandato a Bari durante l’emergenza sanitaria in terra di Bari. De Arrieta affiancò Marco Garofalo marchese della Rocca, preside e governatore di terra di Bari e governatore d’Armi delle quattro provincie.

Dopo due lunghi ed estenuanti anni vissuti con fatiche, pene d’ogni genere, e migliaia di morti, il contagio di peste ebbe fine. Nel 1694 il ‘magnifico’ Filippo de Arrieta, rientrato in Napoli, scrisse l’opera dal titolo: “Ragguaglio Historico del contaggio occorso nella provincia di Bari”.

Nel ringraziare de Arrieta per l’impegno e la professionalità, nel 1693 l’accademico barese, Sigismondo Fanelli, poeta, già sindaco della piazza dei nobili di Bari negli anni (1674-83-85-94), compose un sonetto dal titolo: “Alla penna Erudita del Sig. Filippo de Arrieta”.

Sigismondo Fanelli, molto noto in città, apparteneva ad una famiglia patrizia barese, principe dell’Accademia “degli impigriti” o “dei pigri” di Bari. Il prestigioso sodalizio barese venne fondato dall’abate Giacinto Gimma (vedi foto).

Sigismondo Fanelli era membro dell’accademia “degli Uniti “ di Napoli e di quella  “dei Pellegrini e del  Platano” di Roma.

L’erudito poeta barese, nel 1693 pubblicò un volume dal titolo “la vita allo specchio”, e in ottava rima, compose due poemi sulla vita e la traslazione di San Nicola.

Alla Penna Erudita del Sig. Filippo de Arrieta

Penna immortal, che Velen Succhiasti Succhi Vitali, Antidoti volanti,

Spiega all’aura del Plauso i voli erranti,

Per mercar le Corone a’ tuoi gran Fasti.

Tu, che sovra le Morti il volo alzasti

Ad eternare i pregi tuoi giganti,

Con ben dovuta hiperbole de’ Vanti

Anche l’inchiostri in Balzami cangiasti.

Ma se rinasce da’ Sepolcri ogn’ora

il tuo Splendor, l’Eternità proclama,

Ch’hà la Fenice sua l’Italia ancora.

Vola alle Glorie, ove il Valor ti chiama,

Che s’ogni sguardo il tuo Merto adora,

Basti tu sola ad impennar la Fama.

“Viva per mille secoli il sig. dottor Abate Gimma, a gloria di questa Società che ha reso cotanto celebre”.

Stefano de Carolis


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