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Per un finanziamento Equilibrato della ripresa

Economia e Finanza

di Franco Cavallari

Se v’è un tempo in cui chi ha più avuto dallo sviluppo del dopoguerra deve sentire il dovere di rinunciare a una parte minima della propria ricchezza per contribuire alla rinascita della nostra Terra, queste sono appunto le circostanze e questo è il tempo. 

La vicenda del Covid-19 ha drammaticamente confermato che la globalizzazione, un processo storico iniziato sostanzialmente con l’aumento degli scambi commerciali di tre secoli orsono, costituisce un fenomeno connaturato con l’evoluzione del Mondo moderno, anche per aspetti che esulano dal versante economico. Restando nel campo dell’economia, già a partire dal secolo XVII il fenomeno ha dato luogo ad un vasto complesso di teorie sugli sviluppi degli scambi commerciali tra le nazioni, come quelle di Smith, Ricardo, Haberler, Ohlin, Samuelson ecc.

Negli ultimi trenta anni, dopo il crollo del muro di Berlino, la globalizzazione ha prodotto un forte aumento degli scambi mondiali, dispiegando enormi effetti positivi, di natura economica e non. Tra gli altri, importantissima, la fuoriuscita dalla povertà assoluta di un paio di miliardi di persone; senza dimenticare, tuttavia, le notevoli criticità distributive dello sviluppo che ne sono conseguite e che hanno contribuito non poco a lasciare nell’indigenza quasi altrettanti abitanti dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina.

Da questo punto di vista, gran parte della dottrina economica ritiene che alcuni modi di applicazione dei canoni della globalizzazione necessitino di una profonda revisione, i cui fondamenti sono stati autorevolmente indicati da numerosi eminenti economisti. È comunque assodato che si tratta di un fenomeno storico irreversibile di cui, il solo immaginarne l’assenza evoca un assetto economico costellato da barriere e da dazi doganali che vedrebbe ciascuna nazione in spietata competizione contro tutte le altre, nel vano tentativo di governare la complessità dei problemi globali sollevati dall’attualità storica.

Il contagio del Covid-19 con la sua terribile carica distruttiva si è inserito, imprevedibile ed inatteso, nel già perturbato quadro globale dell’evoluzione economica mondiale dell’ultimo decennio. Oltre al versante sanitario, destinato a prevalere ancora per molti mesi, il carattere globale riguarda anche i non meno gravi effetti economici, sia quelli di primo impatto, già in emersione, sia quelli che, passata la pandemia, sorgeranno nella lunga fase di ricostruzione dell’economia planetaria.

Per gli effetti immediati, la copertura finanziaria dovrà evidentemente fare ricorso al disavanzo del bilancio pubblico, che consente di avere la disponibilità immediata delle ingenti risorse necessarie ad evitare un collasso mortale delle economie di molti Paesi. In proposito, la Commissione europea ha dichiarato la sua disponibilità ad accordare una vasta flessibilità di bilancio ai vari Paesi, sospendendo con effetto immediato il Patto di Stabilità e Crescita del 2012.

Il problema del finanziamento si pone fin d’ora con drammaticità per la seconda fase, quella che scatterà tra qualche tempo per affrontare la riedificazione delle economie dei vari Paesi e la ricostituzione di un sistema mondiale di relazioni economiche internazionali. Da questo punto di vista, anche considerando il denominatore comune rappresentato dalla recessione generalizzata in atto e dall’interesse generale per una ricostruzione il più possibile armonizzata a livello mondiale, si dovrà tener conto degli indirizzi di sviluppo di ciascun Paese; e la relativa copertura finanziaria, com’è evidente, dovrà basarsi per ciascuno di essi sulle sue specifiche caratteristiche economico-finanziarie. Tuttavia, malgrado la diversità, la non trascurabile zona di interesse comune richiederà inevitabilmente una collaborazione spinta per i problemi che accomunano tutti i Paesi: in primo luogo il volume di risorse da impiegare, che sarà ingente per tutti i grandi Paesi dell’Unione. Al riguardo, non sembrino esagerati gli importi dell’effetto leva annunciati da Francia e Germania, con disavanzi di bilancio rispettivamente di 70 e di 150 Mld, che probabilmente dovranno essere aumentati in corso d’opera. Per l’Italia, non andiamo lontani dal vero se supponiamo che l’onere complessivo del rilancio produttivo dovrà produrre per l’anno in corso un effetto leva intorno ai 200 Mld., con un disavanzo di bilancio che supererà probabilmente il 6% del PIL.

Il volume di risorse in gioco implica per tutti i Paesi una ripartizione della copertura tra diverse fonti di finanziamento, secondo i canoni dell’Ingegneria finanziaria, che, in ordine all’esigenza di preservare l’equilibrio di ciascun sistema economico, impone di realizzare, specie in caso di grandi squilibri, una configurazione equilibrata dell’assetto finanziario. Il che implica la distribuzione su basi plurime dell’onere del finanziamento, secondo la “sopportabilità” delle diverse fonti.

Per quanto riguarda l’Italia, uno dei Paesi più indebitati del mondo, il corollario del “finanziamento equilibrato” assume un’importanza basilare proprio in ragione dei delicati equilibri finanziari del Paese.

La prima e più immediata fonte di finanziamento della ricostruzione economica italiana sarà, come nella prima fase, la creazione di risorse finanziarie pubbliche attraverso il canale del disavanzo del bilancio. A questo riguardo, la sospensione del “Fiscal compact” da parte dell’Unione europea rappresenta un passo importante, anche se non esaurisce il problema; infatti, nella nostra realtà dagli equilibri instabili, questa fonte di finanziamento è sottoposta ad un altro vincolo, ancora più stringente: quello del mercato finanziario. Su questo versante, la nostra situazione complessiva, gravata, tra l’altro, da ritardi più che ventennali in materia di produttività, implica di calibrare con molta prudenza il volume di risorse ricavate dal disavanzo di bilancio, perché la reazione dei “mercati”, indispensabili al rinnovo periodico del Debito pregresso, è sempre in agguato.

In realtà, tenendo conto del disavanzo necessario al finanziamento della prima fase di cui si è detto, che sarà verosimilmente ampliata fino a circa 50 Mld, siamo già ad un Debito pubblico nazionale di fine anno superiore al 135% del PIL. Dato il carattere planetario della recessione e dei conseguenti squilibri finanziari, per coprire una parte della seconda fase potremo spingerci più avanti di qualche punto percentuale senza temere conseguenze squilibranti sui tassi di interesse sul debito, diciamo fino ad un limite non molto superiore al 140%; il che consentirebbe di disporre di circa 80 Mld. per il finanziamento in ulteriore disavanzo di una parte consistente della ricostruzione economica.

Una seconda fonte di finanziamento dovrebbe essere rappresentata da una sorta di “Eurobonds” di cui parlarono ai loro tempi Delors e Prodi, una specie di “Fondo Europeo per la Ricostruzione Economica” lanciato dall’Unione in tutta Europa, per la costituzione di un fondo “dedicato” alla ricostituzione economica degli Stati aderenti. Si tratta di una proposta ancora in discussione, che, in questa fase preliminare del negoziato, incontra consistenti resistenze di alcune forze politiche della Germania e dei Paesi Bassi, sempre propense a considerare che gli Stati in difficoltà vogliano approfittare della generosità dei Paesi economicamente più forti. In questo negoziato è necessario superare l’incapacità finora dimostrata dai governi europei a cooperare soprassedendo al cieco egoismo nazionale, in questioni fondamentali che vadano oltre rispetto agli scambi commerciali. Tra le molte difficoltà che solleva questa proposta v’è il nodo cruciale della “condizionalità dei prestiti”, che, applicata nelle forme sperimentate per il caso Grecia, finirebbe per penalizzare enormemente gli Stati in difficoltà; fermo restando, comunque, che la solidarietà si applicherebbe solo ad una garanzia parziale nei confronti dei sottoscrittori di questo prestito, senza intaccare il principio che ogni Stato continuerebbe ad essere responsabile dei propri debiti pregressi.

Il varo di uno strumento del genere comporta il raggiungimento di un difficile equilibrio tra le posizioni in gioco: le proposte di Italia, Francia e Spagna, condivise anche da Grecia, Portogallo, Irlanda e Slovenia da un lato, e, dall’altro lato lo scetticismo della Germania, dei Paesi Bassi e di qualche altro Stato del nord Europa. In ogni caso, appare storicamente chiaro che, dinanzi ad un disastro economico planetario, difficilmente l’idea della costruzione europea sopravviverebbe al diniego da parte dell’Unione di porre in essere uno strumento comune per finanziare progetti gestiti dall’Ue che si riferiscono alla ricostruzione economica in tutti i Paesi; uno strumento da costruire con la Germania e i Paesi Bassi e non contro di loro, incaricato di tradurre in concreto un minimo di solidarietà finanziaria con i Paesi in difficoltà.

La maggior parte degli osservatori politici concorda nel ritenere che, ove la cecità di una parte delle forze politiche tedesche ostili ad ogni tipo di solidarietà dovesse prevalere, l’Italia non avrebbe altra via d’uscita che quella di procedere da sola, finanziandosi con ulteriore disavanzo di bilancio, (almeno finché ci sarà la BCE a gestire l’equilibrio dell’euro assorbendo il maggior debito degli Stati) ed anche emettendo un BTP nazionale trentennale con esenzione fiscale, finalizzato alla ricostruzione economica, come suggerito dai meno integralisti della linea rigida tedesca. Ma le conseguenze di un irrigidimento sulle sue posizioni da parte della Germania sarebbero devastanti per l’Unione, lasciando ampi spazi politici al sovranismo delle destre europee che non vedono l’ora di dissolvere la costruzione dell’unità europea.

Un terzo puntello finanziario per il superamento della crisi italiana dovrà necessariamente basarsi su risorse finanziarie fresche, vale a dire sull’imposizione che potrebbe assumere le forme di una “mini-patrimoniale finanziaria”, le cui risorse potrebbero essere specificamente impiegate a finanziare gli investimenti pubblici necessari alla ricostituzione del tessuto produttivo del nostro Paese. Per molto tempo, anche nei momenti più bui della crisi del 2011, un’imposta di tipo patrimoniale è stata considerata alla stregua di una bestemmia economica, evitata anche dai partiti di sinistra; mentre anche i ceti meno abbienti, ipnotizzati dagli slogan della destra sulla diminuzione delle imposte alle classi più agiate, si allontanavano dal principio di progressività della tassazione.

Come ben sintetizzato quasi 40 anni fa dall’allora Ministro Formica, siamo in una situazione in cui il convento è povero, ma una parte dei frati è ricca. Se è vero che il bilancio pubblico è zavorrato da un Debito pubblico molto superiore al PIL (133%), è pur vero che la ricchezza mobiliare privata degli italiani supera, secondo rilevazioni della Banca d’Italia, i 4500 Mld. Supponendo, ad esempio, un prelievo del 2-3% delle ricchezze mobiliari superiori a 250 mila euro (che ammontano a più di 1600 Mld) potremmo disporre, senza rovinare nessuno, di circa 40 Mld da indirizzare specificamente, ad esempio, alla ricostruzione di un sistema sanitario adeguato ai tempi.

Se vi sono circostanze in cui la ricchezza privata deve esser chiamata a contribuire alla ricostruzione economica del Paese; se v’è un tempo in cui chi ha più avuto dallo sviluppo del dopoguerra deve sentire il dovere di rinunciare a una parte minima della propria ricchezza per contribuire alla rinascita della nostra Terra, queste sono appunto le circostanze e questo è il tempo.

Due considerazioni conclusive chiudono questo articolo: la prima, rivolta all’Italia, invita a considerare che è difficile richiedere la solidarietà, sia pure parziale, agli altri Paesi, quando non si è disposti a praticarla al proprio interno, avanzando ridicole obiezioni di “desertificazione produttiva” verso un modestissimo prelievo sulla ricchezza finanziaria (la parte delle risorse del Paese meno attiva nel processo produttivo). La seconda, rivolta alla protervia teutonica contraria ad ogni progetto di solidarietà europea, che proietta il cono d’ombra di una profonda frattura in seno all’Unione. Il Paese che ha dato al mondo il genio di Goethe ed i “lumi” di Kant, pur di non aprirsi ad un minimo di solidarietà comunitaria, non può ergersi praticamente isolato a bloccare le ragionevoli proposte di tre grandi Paesi dell’Europa mediterranea e di diversi altri Paesi dell’Unione, non ignara della minaccia mortale per l’Unione che ciò rappresenta in questo frangente delle vicende storiche mondiali.

       


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