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Micol di Veroli intervista Antonio Rovaldi, protagonista della mostra Il suono del becco del picchio alla GAMeC di Bergamo (seconda parte)

MdV: Hai coinvolto l’architetto paesaggista Francesca Benedetto per le mappe geografiche, il sound designer Tommaso Zerbini per l’installazione sonora Five Walks. NYC e infine nel video The Rest of The Images c’è la collaborazione con la regista Federica Ravera. Un progetto corale che esplora le relazioni tra il tempo, le distanze, la geografia e le misure. Come nascono queste collaborazioni?

AR: Francesca è una bravissima disegnatrice e ho ricostruito, attraverso le sue mappe, il mio viaggio intorno ai margini della città, oltre a introdurre nel libro una sua personalissima visione della mappatura della città. Con Tommaso Zerbini, giovane sound designar milanese, abbiamo condiviso il montaggio sonoro del progetto Five Walks. NYC. Tommaso, come Francesca, ha riletto a distanza il mio attraversamento metropolitano e ha montato l’archivio sonoro che ho raccolto nell’arco di due anni. Questo è un lavoro a cui tengo particolarmente perché è un’immersione totale nelle sonorità della città di New York e ci accompagna lentamente verso quei luoghi che io ho esplorato camminando: aree dove difficilmente un newyorkese si spinge, figuriamoci un turista… Con la regista Federica Ravera lavoro ormai da alcuni anni; non solo monta i miei lavori video ma, come nel caso di The Rest of The Images, interviene lei stessa in fase di ripresa. Mi piace condividere la mia pratica con altri sguardi, è una condizione che cerco soprattutto nella fase conclusiva di un progetto. Attraverso lo sguardo di altri autori, all’interno della propria pratica, aumentano le possibilità di commettere errori e quindi si generano più facilmente delle domande. Perché il lavoro dell’artista è, soprattutto, generare domande, e non delle risposte.

MdV: La mostra è accompagnata dalla pubblicazione The Sound of The Woodpecker Bill: New York City. Osservando alcune immagini sembra essere il fulcro del progetto. Purtroppo la presentazione è stata rimandata per l’emergenza Covid-19. Ti andrebbe di presentarlo ai nostri lettori?

AR: Direi che le mostre che ho citato sono più il risultato del lavoro intorno a un libro, e non il contrario. Ho lavorato prima al libro e poi, grazie al premio dell’Italian Council vinto con la GAMeC, ho potuto realizzate anche un corpo di opere che ho messo in relazione nello spazio. Le mostre prima o poi finiscono – con o senza urgenze improvvise – i libri invece restano nel tempo e diventano testimoni di un momento preciso del nostro percorso e, soprattutto, creano un dialogo con i libri precedenti e magari aprono strade per quelli futuri… Nello specifico di questo ultimo progetto sono molto soddisfatto di essere riuscito a parlare di una città estremamente stratificata da immagini e letterature e ad averne restituito un volto meno conosciuto. È una sfida complessa riflettere su geografie così ampiamente esplorate e disegnate, perché ci si inserisce all’interno di una corrente di autori molto diversi tra loro – che hanno già detto tanto e molto bene – ma se lo si fa dichiarandone un’appartenenza e una condivisione di sguardi, questi percorsi multidisciplinari non possono che arricchire la letteratura del paesaggio, e non solo. Non esistono luoghi non raccontabili e luoghi raccontabili, esistono solo punti di vista e atti di scelta, come quando si selezionano le immagini per costruire una nuova geografia che prima non esisteva, magari proprio nelle pagine di un libro. The Sound of The Woodpecker Bill ha cercato di fare questo.

Crediti immagini: The Sound of the Woodpecker Bill: New York City di Antonio Rovald / Edito da Humboldt Books

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