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La democrazia come autogoverno della paura?

Politica

Danilo Breschi

Cosa sia la democrazia è interrogativo ricorrente da molti secoli. Dopo l’orazione funebre di Pericle e le riflessioni, diversamente preoccupate, che sul tema svolsero  Platone ed Aristotele, per circa duemila anni non se ne discusse granché. Fu la fine del Settecento a riproporre la domanda. Dalla Francia partì il rovello, perché nei neonati Stati Uniti d’America si pensava piuttosto alla repubblica, intesa proprio come antidoto alla democrazia, classicamente vista come demagogia o sua facile preda. Dalla rivoluzione del 1789 prese avvio, a passo prima lento poi sempre più forte, l’era democratica.

Brusca, terribile, fu la pausa imposta dai totalitarismi. Imposta, ma anche invocata, senz’altro in Italia, senz’altro in Germania, e non proprio da sparute minoranze di popolazione. Ma perché? Per paura di perdere sicurezze, per desiderio di recuperarle o averle per la prima volta (e anche su questa richiesta fece machiavellicamente leva Lenin, promettendo terra ai contadini russi, vessati da secoli e secoli di dispotismo zarista e aristocratico-feudale). In altre parole, quando si pose il dilemma sicurezza e libertà, si scelse la prima mollando la seconda. Nell’Europa fra le due guerre esalavano come mero flatus vocis frasi del tipo di quella tanto famosa quanto severa, attribuita a Benjamin Franklin: «Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza». Ben pochi presero sul serio Benjamin e, in effetti, il vecchio continente si fece decrepito e incenerì sotto bombe e genocidi.

Ma cosa significa sicurezza? Esattamente non aver paura, o almeno averla il meno possibile. Per una serie di felici concause dal 1945 fino ad oggi, e in modo crescente dagli anni Sessanta, a chi è vissuto in Europa occidentale la paura è stata pressoché estromessa dalla vita collettiva, rimossa come minaccia per la comunità nazionale. Rimasta sul piano individuale, nella misura in cui la morte ha continuato ad accomunarci agli altri animali, talora la si cercava come antidoto ad esistenze assalite dalla noia e dalla routine, magari praticando sport estremi o sperimentando droghe, risse negli stadi o guide spericolate (“a fari spenti nella notte”, tu chiamale se vuoi… emozioni!). Fatto sta che democrazia, in questa parte del mondo, ha sempre di più significato messa in sicurezza, vivere al sicuro. Libertà come sicurezza, e, in effetti, proprio ora scopriamo che essere liberi significa non aver paura.

La libertà è il contrario della paura, la sua assenza. Cosa si è dunque fatto nei circa settantacinque anni che ci separano dalla fine della seconda guerra mondiale? In Europa occidentale si è demandato allo Stato di assicurarci sempre più sicurezze: liberi di pensare, parlare, scrivere, circolare, riunirsi, associarsi, ecc. ecc., perché garantiti dalla legge emanata dalla pubblica autorità, da noi investita e consentita. Tante tutele sociali come altrettante assicurazioni contro minacce e controlli, sempre più protezioni per poter dire e fare sempre più. État-providence, lo chiamano in Francia. Lo Stato che pensa a te per sollevarti dal pensiero che, comunque fai, non sbagli o corri assai scarso pericolo.

So bene che un’interpretazione del genere forza il significato originario dello Stato sociale, ma il ragionamento così condotto ci apre scenari interessanti, se connessi con l’attuale situazione. Un esercizio di pensiero non del tutto sterile. Si dirà che aver paura è sentimento naturale, al pari di amare, odiare, desiderare. Un moto dell’anima che risponde a determinate situazioni ambientali, alle condizioni esterne (inclusi i nostri simili) con cui siamo chiamati ad interagire. Meditiamo allora per un attimo su quanto scriveva Cesare Beccaria: «nel dispotismo l’uomo è al di sotto dei suo sentimenti naturali, nelle repubbliche è al di sopra, nelle monarchie è al livello». Ebbene, di fronte ad una pandemia, al rischio di contagiare ed essere contagiati, noi tendiamo a vivere al di sotto del sentimento della paura di correre un tale rischio, indubbiamente elevato o peggio: dalle conseguenze potenzialmente pesanti, insostenibili al solo pensarle (morire o dare la morte, e non sapremo scegliere facilmente posti di fronte ad una simile secca alternativa).   

Riassumendo: se non ho paura, sono libero. Se ho paura, la mia libertà decresce in misura direttamente proporzionale all’aumento del sentimento che nutro. Meno libertà, meno paura. Non di solo sentimento si tratta, beninteso. Non è questione di irrazionalità, se io effettivamente rischio la vita. Una volta che sono morto, non ho una seconda possibilità. Se rischio di contagiare poi, ammalando e forse uccidendo un altro, beh!, allora non aver paura non significa aver coraggio, ma solo essere privi di ogni minimo senso di responsabilità, grande virtù virile, invero. La paura come indice di razionalità. Allora come la mettiamo?

Personalmente non ho risposte certe, o almeno meditate a sufficienza come richiede una domanda di tale portata. Indubbiamente un cittadino rende la democrazia che abita un qualcosa che fa rima con regime degli egualmente liberi se egli esprime poca paura e molta responsabilità. Una pandemia, ossia un virus così contagioso, che ricorda per molti aspetti le epoche funestate dalle epidemie di peste o spagnola, chiede sia l’una che l’altra virtù civica, ma aggredisce soprattutto la prima, ossia il coraggio. Quest’ultimo è forse ciò che più manca in cittadinanze democratiche abituate da decenni di Stato-provvidenza, dove per ogni libertà in più di azione si demandavano garanzie ad una qualche pubblica autorità che veniva appositamente istituita. Una libertà in più, una preoccupazione in meno, perché a provvedere alla rimozione degli ostacoli ci pensava lei, la pubblica autorità, ora materna ora paterna. Interessante osservare la reazione della popolazione di alcuni Stati americani alle misure di lockdown adottate in legittima funzione anti-contagio. Discutibili reazioni, diremo noi, da europei, ma è importante non derubricarle a comportamenti irrazionali, a follie da anarcoidi consumisti. Dobbiamo saper cogliere un punto essenziale nelle proteste che in questi giorni animano quel cittadino medio americano in cui maggiormente risuona l’eco delle settecentesche origini repubblicane e indipendentiste rispetto alla madrepatria Inghilterra. monarchica  e costituzional-parlamentare. Anche la paura non si delega, si autogoverna: ecco un modo diverso, nemmeno troppo provocatorio, con cui leggere le code fatte nel mese scorso da migliaia di cittadini americani per comprare armi presso i negozi autorizzati.

“Sono pazzi questi americani!”, si potrebbe dire, parafrasando il mio amato Obelix, simpaticissimo personaggio a fumetti fortemente voluto come spalla di Asterix dal compianto Albert Uderzo, scomparso lo scorso 24 marzo, che in coppia con René Goscinny creò le avventure dei due formidabili quanto improbabili Galli. Eppure non bastano le categorie della psicopatologia clinica a spiegare fenomeni come quello dei cittadini di Michigan, Kentucky, Virginia, Texas, Ohio e molti altri Stati americani. Storiografia, antropologia storica e culturale servono assai più alla bisogna.

Con ciò non ho certamente dato alcuna risposta, ma forse sollevato un punto su cui lavorare in futuro per quell’educazione civica, sempre tanto invocata sempre tanto bistrattata. Ora forse si comprende come andrebbe intesa, come e perché andrebbe impartita sin dalla più tenera età. D’altronde gli antichi già lo sapevano: la città rispecchia l’anima dell’uomo, la dimensione in essa prevalente. Dimmi che tipo d’anima in te prevale e ti dirò in quale città sarai destinato a vivere. Si può sostenere che la democrazia rettamente intesa sia la comunità degli egualmente liberi; o almeno che questa sia la sua forma ideale. L’uomo libero non ha paura, o meglio: non ne è dominato, la governa, le dà una forma. Con il che potremmo così concludere: la democrazia è l’autogoverno della paura. Che ne dite? 

redazione@corrierenazionale.net


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