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La ripartenza con il piede sbagliato

Politica

di Luigi Benigno 

La fase 2 purtroppo non annuncia migliori auspici rispetto alla fase 1.

Le timide misure di allentamento del blocco del Paese, sospeso da circa due mesi, non appaiono attuabili e vi spiego perché.

Non occorrono certo economisti e managers che, avulsi dalla coscienza sociale, studiano una strategia per la ripartenza dell’economia. Basta una semplice economia domestica per comprendere che molte attività non potranno riaprire i battenti e che tante piccole imprese non potranno farlo definitivamente. Un conto economico con penna e carta dimostra con somma evidenza che le regole di prevenzione di una recrudescenza della pandemia, pur condivisibili in parte, causeranno il default di migliaia di imprese.

A cavallo dei primi due trimestri si registrano danni incalcolabili per intere filiere di settore. Il comparto del turismo, su cui l’Italia registra circa il 25% del PIL se si considera anche l’intero indotto, è destinato a registrare fallimenti a catena. L’apertura dei ristoranti, peraltro a tempo parziale e solo per consegne a domicilio, sarà un totale fallimento e genererebbe ulteriori debiti; dpi a parte, i ristoratori, riaprendo i battenti, riassumo su di sé la retribuzione dei dipendenti, non potendo più beneficiare della cassa integrazione; dovranno organizzare, direttamente o mediante l’affidamento del servizio di delivery a terzi, le consegne a domicilio. Chi potrà effettuare il servizio di delivery di generi alimentari laddove non sia disponibile un servizio dedicato ed in regola con la normativa sul trasporto di alimenti? I costi della produzione subiranno un inevitabile incremento; dispositivi di protezione individuale, sanificazione dei locali almeno una volta al giorno, costi del servizio di consegna. Ciò segnerebbe l’inizio dell’inflazione virale ed inevitabilmente i maggiori costi sarebbero riversati sul consumatore finale. Conti alla mano una pizza a domicilio non potrebbe costare meno di 10/12 euro.

Intanto, la riapertura non darebbe più diritto alla, sia pur flebile, misura del credito d’imposta per i locali inclusi nella categoria catastale C1.

In quali responsabilità potrebbe incorrere il datore di lavoro qualora i dipendenti subissero un contagio, magari fuori dal luogo di lavoro? Quante incursioni subirebbero da parte di pattuglie delle forze dell’ordine, personale dell’ASL, ispettorato del lavoro etc?

Con un semplice conto della serva emergerebbe l’antieconomicità dell’attività per molte imprese e non si sa per quanti mesi ancora. Ciò esporrebbe l’imprenditore anche a responsabilità per il successivo rilevamento dello stato di crisi, quindi di insolvenza, che egli è tenuto ad arginare ed a dichiarare onde evitare di generare ulteriori passività, pena responsabilità a suo carico preprocessuali e processuali, con maggior aggravio per le imprese non dotate di autonomia patrimoniale (individuali e società di persone).

Il tutto andrebbe ad annodarsi intorno alla inevitabile evasione fiscale poiché si darebbe priorità al pagamento di fornitori e dipendenti.

Il governo, dotato di un solo occhio, non ha previsto alcun salvacondotto per le migliaia di imprese che non potrebbero sopportare l’onerosità della propria attività. In un sol colpo il Governo rischia di sferrare il colpo di grazia a migliaia di imprese che, tuttavia, costituiscono l’ossatura del sistema produttivo ed economico italiano.

Le imprese che riapriranno rischiano il suicidio, le altre saranno abbattute da una politica economica che, nel segno della continuità, non consente di produrre ricchezza.


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