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Come ripartirà la giustizia nel focolaio del Tribunale di Milano 

Lombardia

 Maxi processi rinviati a settembre, test sierologici, udienze digitali nel luogo simbolo della giustizia piegato da morti, malati e un incendio
 
 
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© AFP – Tribunale Milano

Ripartire dal tribunale di Milano significherebbe ripartire con la giustizia. Perché siamo nella regione più colpita, nella città col maggior numero di nuovi casi, perché qui un incendio, durante la quarantena, ha infierito bruciando parte gli archivi e mettendo fuori uso due piani. E perché soprattutto, anche se non è mai stato detto ufficialmente, questa grande casa di chi vive di giustizia per lavoro o per un tempo breve o lungo della sua vita ha rappresentato un focolaio.

Con due morti, un carabiniere ancora giovane e una funzionaria che aspettava la pensione a giugno, otto magistrati finiti in ospedale e decine di lavoratori coi sintomi del Covid19. Giudici e pubblici ministeri, avvocati e lavoratori si stanno confrontando in queste ore, coi modi e i tempi del virus, su come sarà l’ingresso nel nuovo giorno. 

I processi 

L’orientamento che emerge dalla riunioni tra giudici, spiega all’AGI una fonte che vi partecipa, è quello di rimandare i maxi processi a settembre, privilegiando quelli che si possono chiudere per via cartacea, come i patteggiamenti e i giudizi col rito abbreviato, definibili col consenso delle parti. Un problema serio che si pone sin da ora è che i termini della prescrizione, ora sopesi, riprenderanno a correre dall’11 maggio. Su questo si sta discutendo per evitare che il coronavirus assesti un colpo letale anche al cammino verso la sentenza.

In generale, l’intento è di sfoltire le udienze, celebrandole una ad una ed evitando, com’è esperienza quotidiana nei tribunali, che ne vengano chiamate tante assieme a uno stesso orario e ci si costipi per ore in attesa dentro spazi angusti. Si pensa poi a convocare i testimoni uno alla volta, tenendo presente che, durante la fase culmine del virus, in molti non si sono presentati per paura mandando dei certificati di malattia. Dalle riunioni di questi giorni, è  emerso anche che alcune aule, come quelle delle direttissime al piano terra, di solito delle bolge, sono troppo ristrette per consentire le distanz minime, fissate a due metri.

Allo studio anche la possibilità di distribuire meglio le udienze tra mattina e pomeriggio e farne anche al sabato. Ma, avverte il sindacalista Lino Gallo a nome della FLP – giustizia, “è sbagliato ipotizzare soluzioni mirate a diluire la presenza del personale solo sulla turnazione invece del mantenimento del lavoro agile senza prevedere soluzioni mirate per chi ha figli a casa da scuola o ha un’età avanzata o è affetto da patologie”.

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Smaterializzare la giustizia per la salute?

Il tema dei temi è quello del processo telematico, in attesa di conoscere la sorte dell’emendamento al decreto Cura Italia che ne potrebbe aggiornare i contorni di applicazione, rendendolo addirittura obbligatorio fino alla fine di giugno. In parte mancano le risorse, cioè i computer e talvolta i collegamenti latitano, ma il punto vero sta sul piano dei contenuti.

Il processo penale sulla piattaforma e-teams è, per molti giuristi e avvocati, uno schiaffo ai principi dell’oralità e della pubblicità del dibattimento. Sguardi, sospiri, esitazioni, giuramenti di dire la verità guardando negli occhi le corti: il processo da sempre è anche un fatto di carne, di ricerca che passa dalla presenza davanti alla promessa del cartello ‘La legge è uguale per tutti’.

Gli avvocati milanesi, rappresentanti dal presidente dell’Ordine Vinicio Nardo, hanno ‘offerto’ a tribunale e procura le loro linee guida:  sì ai videocollegamenti per una lunga lista in 22 punti di ‘classiche’ incombenze, come le convalide degli arresti o gli abbreviati, ma sempre col consenso dell’imputato e non per le istruttorie complesse, dove sia prevista la presenza di testi, consulenti e periti. “Bisogna tenere conto – spiega Nardo – anche dei limiti della piattaforma. Per esempio, se non parli non appari. In un’udienza di qualche giorno fa abbiamo chiesto al detenuto di pronunciare qualche parola per certificare la sua presenza”.

In una lettera al presidente del tribunale, Roberto Bichi, Nardo ha spiegato che in ambito di giustizia civile “le regole, seppure da remoto, rispettano le linee generali del processo”. Nel penale, ha voluto evidenziare l’eccezionalità della situazione. “Il principio di trovarsi in aula è irrinunciabile per la piena difesa delle persone e può cedere il passo solo temporaneamente all’esigenza di salvaguardare la salute delle persone. Questo perché gli imputati hanno diritto a sapere se sono colpevoli o meno, se devono stare in carcere; le vittime devono avere il giusto risarcimento danni; l’opinione pubblica deve sapere che i tribunali devono continuare a funzionare”.

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I test sierologici

Tutto questo passa dal rendere il palazzo un luogo sicuro, al riparo dal contagio sfrenato dei giorni di febbraio e marzo. A quanto apprende l’AGI, nei giorni scorsi sia dalla Procura che dal Tribunale è stato chiesto ad  Attilio Fontana e Giulio Gallera “di inserire il tribunale tra i cluster della regione da monitorare coi test sierologici”.

La presidente della corte d’appello, Marina Tavassi, ha fatto presente nella comunicazione che “l’attività dei nostri uffici riprenderà in maniera consistente da maggio ed è quindi prevedibile che, pur adottando tutte le misure precauzionali già in atto (distanziamento sociale, rilevazione della temperatura, uso di mascherine, gel disinfettanti), vi sia un aumento significativo degli ingressi”. Nel frattempo, è stato adottato un protocollo di 27 pagine che disciplina ogni movimento nell’edificio. Negli ascensori si salirà uno ad uno e, se non funzioneranno come sovente accade, si prevedono attesi di ore.

Uno dei nodi, oggetto di confronti accesi nelle mailing list sia dei magistrati che dei lavoratori, è stato quello della mancata trasparenza nella comunicazione di persone positive o con sintomi. “Dovere di riservatezza”, si sono giustificati i vertici dei magistrati che non hanno voluto rivelare i nomi di chi è stato infettato.

In molti però hanno appreso solo a decesso o ad aggravamento avvenuto di avere incontrato  colleghi aggrediti dal virus. Nel frattempo, hanno continuato a svolgere una vita ordinaria, col rischio di infettare altri in modo inconsapevole sia in ufficio che a casa loro. Per questo ora viene chiesto a gran voce un puntiglioso monitoraggio, con quarantene immediate per chi ha avuto contatti. “In che modo verrà fatto questo test? – si chiede però Nardo – A parte il fatto che non può essere obbligatorio, potrebbe essere pericoloso concedendo un’illusoria ‘patente di immunità’ che, allo stato delle conoscenze scientifiche, non esiste”.   


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