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Fase 2, ancora “distanziamento sociale”

Politica

Una profonda ferita nella socialità degli italiani.

di Luigi Benigno

Il 4 maggio inizia la cosiddetta fase due. Pur con tutti gli sforzi imprimibili non sembra vi siano differenze sostanziali rispetto alla fase uno. Il premier con il suo discorso ha più volte utilizzato il termine “concessione/vi concediamo”. I cittadini non chiedono né vogliono concessioni, hanno diritto, semmai, di capire quando cesserà la fase di emergenza senza essere rimandati sine die. Gli scienziati e la task force hanno finora prodotto, i primi delle previsioni quasi sempre errate, mentre i secondi hanno finora studiato come protrarre il distanziamento sociale.

Probabilmente, visto che le azioni di contenimento sono giunte al limite della sopportazione, ci saremmo aspettati che si parlasse della fase tre.

L’approntamento di presidi idonei a gestire con efficacia l’eventuale recrudescenza del virus non ha trovato finora spazio. Eppure le statistiche appaiono impietose. I maggiori focolai di trasmissione del virus sembra si siano concentrati nelle strutture sanitarie, provocandone il collasso in alcune regioni.

Ciò, visti anche i decessi registrati, sembra essere il tallone d’Achille per la difesa della salute dei cittadini e degli operatori. Hanno fatto notizia i medici contagiati sul posto di lavoro e deceduti. Ma quanti cittadini, a piè pari sono stati contagiati negli ospedali e nelle residenze per anziani?

Gli italiani hanno adottato, con le rare eccezioni, un comportamento di grande responsabilità e, grazie a ciò, hanno contribuito ad abbattere la linea del contagio.

Bisognerebbe che si prendesse atto delle falle del sistema sanitario, non dei sanitari che, ahimè, si sono trovati al fronte a mani nude e senza conoscere il nemico da combattere.

Un atteggiamento difensivo del governo con un lockdown generalizzato non potrà ché ricadere sulla comunità.

È forse giunto il tempo di abbandonare un atteggiamento difensivo e di guardare parallelamente anche alla profonda crisi economica che si sta abbattendo sul nostro Paese. Misure generalizzate sia a livello di territori sia di soggetti a rischio non sembra la strategia migliore per contenere una crisi che ci accompagnerà per anni, quella economica.

Continua ad essere utilizzato lo strumento dei ddppccmm per limitare fortemente diritti fondamentali dell’individuo e dell’esplicazione della sua personalità e ciò proseguirà incessante fino a luglio, con forti dubbi di incostituzionalità dello strumento amministrativo adottato a più riprese.

Le misure di contenimento, oltre a reprimere i diritti dei cittadini, non consentono alla democrazia, su cui si fonda il nostro Paese, di esplicare i suoi effetti anche a livello politico.

Finora le scelte adottate non sembra abbiano dato risultati diretti, sopprimere le libertà.

In tutti i Paesi, quelli più restrittivi e quelli più soft, il virus ha albergato per circa 70 giorni.

Alcuni di essi hanno imposto misure più contenute evitando di contagiare tutto il tessuto economico e produttivo; quindi avranno la forza di ripartire meglio e prima di noi.

I decessi registrati, certamente gravi, sono di gran lunga inferiori a quelli che si registrano con il cancro, non per questo il Paese chiude.

Inoltre la situazione pandemica differisce da regione a regione ma le misure adottate non ne hanno tenuto conto.

Il sud avrebbe forse potuto contenere la recessione in atto o comunque ridimensionarne gli effetti.

C’è stata una confusione tra la gestione sanitaria e la gestione politica della crisi; la sensazione è che la diffusione del timore del contagio, opportunamente e puntualmente effettuata dai media, che hanno diffuso semplici opinioni degli esperti, puntualmente rimaste tali, sia servita a comprimere il dibattito parlamentare e la individuazione delle, pur consumate, responsabilità a tutti i livelli.

Si auspica un ritorno della democrazia, della ricerca scientifica e non delle opinioni, e soprattutto delle prerogative delle funzioni parlamentari nella sede naturale.


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