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La felicità di un ippocastano

Ambiente & Territorio

D’inverno la gente che passa si diverte a dare un calcio ai miei frutti caduti, la castagna amara, la castagna matta come la chiamate voi umani. Non è più il tempo in cui le vostre nonne raccomandavano di tenerne una in tasca, per difendersi dal raffreddore. Forse c’era qualcosa di vero in questa credenza, giacché i Turchi le mie castagne le davano da mangiare ai cavalli per curarli dalla bolsaggine.

Ed è per questo che mi chiamo ippocastano. Ma non è di queste cose che volevo parlarvi. Volevo solo dirvi che oggi sono molto contento, soddisfatto. Soddisfattissimo.  Non potete immaginare che cosa mi sia capitato. Dicevo che la gente passa, d’inverno, che si diverte a far rotolare lontano la castagna matta, ma non alza mai lo sguardo per ammirarmi. E pazienza. Ma adesso? Adesso che è primavera e sono pieno di splendidi fiori, ugualmente passa la gente e non mi degna di uno sguardo. Oggi però un signore mi ha fatto felice: si è accorto di me, della mia presenza, si è fermato ad ammirare i miei fiori e li ha fotografati. Va be’, dai, tanto onore proprio non me l’aspettavo.

Ma non è finita la storia, non è finita. Il gentile signore ha inserito la fotografia dei miei fiori sul Gruppo Facebook del quartiere di Colli Aniene, a Roma, il quartiere dove vivo da moltissimi anni. E non potete immaginare che cosa sia successo. Cose da mandarmi in brodo di giuggiole. Cose fa farmi perdere la chioma, la testa, come dite voi umani.  Mi sono commosso, quasi inorgoglito, ma non la perdo la chioma. Sono un albero saggio. Devo fare ombra alla gente che passa.

Per chi non lo sapesse, però, una notizia ancora voglio darla: l’albero che Anna Frank vedeva dal suo nascondiglio ad Amsterdam, era un ippocastano.

Carmelo Dini


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