L’art.3 del nuovo Dpcm recita che ai fini del contenimento del Coronavirus, nei luoghi pubblici e sui mezzi di trasporto in cui non sia possibile garantire il mantenimento delle distanze sociali minimi, gli individui siano obbligati a indossare dispositivi di protezione, vale a dire mascherine e guanti. Le prime potranno essere anche auto-prodotte, monouso o lavabili, purché consentano la copertura del naso e siano costruite in materiale adatto a fungere da barriera adeguata. In conferenza stampa, il premier Giuseppe Conte ha promesso che sulle mascherine saranno imposti prezzi politici per consentirne a tutti la vendita a non oltre 50 centesimi l’una. Ne è nato un giallo, con il commissario straordinario all’emergenza, Domenico Arcuri, ad avere parlato di 50 centesimi al netto dell’IVA, cioè di 61 centesimi lordi, mentre per il premier il prezzo fissato sarebbe già comprensivo dell’imposta.

In queste settimane, le polemiche non sono mancate, con le farmacie ad avere venduto in molti casi le mascherine di tipo Ffp2 anche a 5 euro ciascuna, un prezzo esorbitante rispetto a poco prima che esplodesse la pandemia, quando non arrivavano ai 2 euro. Dal canto loro, i farmacisti si difendono sostenendo che la lievitazioni sarebbe dovuta ai prezzi d’importazione già alti e lamentano di non potere essere in grado di ottemperare a una decisione del genere, altrimenti dovrebbero vendere in perdita, cioè sottocosto.

Bisogna ammettere che quello delle mascherine è stato uno dei punti deboli della gestione del governo. Sono arrivate tardi sul mercato, anche perché nel frattempo la Consip ha tenuto una gara d’appalto (in piena emergenza!) andata fallita. Le importazioni dall’estero sono state bloccate da diversi paesi, tra cui Germania e Francia, i quali hanno imposto alle loro aziende il divieto di esportazione delle mascherine per evitare che il mercato interno ne restasse a corto.

Dalla Cina sono stati annunciati a più riprese arrivi di milioni di unità, ma la realtà ci dice che l’offerta ad oggi rimane largamente insufficiente, anche perché tra le 400 aziende che a marzo fecero richiesta di produrre, solamente una agli inizi di aprile risultava avere ottenuto il timbro dell’Istituto Superiore della Sanità.

Il boomerang dei prezzi politici

Insomma, la tipica burocrazia italiana, che non si arrende nemmeno in una situazione così grave ed emergenziale come quella in corso. Da qui, l’esplosione dei prezzi, che stampa e politica hanno definito “speculazione”, quasi facendo intendere che la responsabilità fosse del rivenditore, senza premurarsi di capire a quali prezzi questi mediamente acquisti oggi le mascherine, essendo l’ultimo anello della catena di vendita. Il mercato, spiace doverlo ribadire a ogni occasione, funziona sulla base delle leggi della domanda e dell’offerta, che sono sempre spietate: se c’è penuria di produzione, i prezzi salgono; viceversa, se c’è penuria di domanda, scendono. E da febbraio, a fronte dell’esplosione della domanda mondiale, l’offerta è salita di poco e lentamente, spesso su ordine dei governi, i quali hanno intimato a grandi imprese – vedi Ford negli USA – di produrle coattivamente.

I prezzi politici, tipici di una mentalità da anni Settanta, sono stati sempre buoni solamente a lavarsi la coscienza e ad additare lo “speculatore” di turno quale responsabile di rincari non dovuti, ma non sono mai serviti a tendere all’obiettivo. Anziché affannarsi a inventare prezzi slegati dai costi e dai ricarichi necessari per mantenere in piedi un’attività, il governo dovrebbe affrettarsi a concedere le autorizzazioni alla produzione, perché solo un’offerta che tenga il passo con le richieste sarebbe in grado di contenere i prezzi a livelli accessibili a tutto il mercato. E su una popolazione di 57 milioni di abitanti sopra i 6 anni di età, quella obbligata tendenzialmente all’uso nei luoghi aperti al pubblico, parliamo di una domanda notevole.

I prezzi politici finiranno per bloccare le importazioni, a meno che qualche buon samaritano non voglia rimetterci di tasca proprio vendendo sottocosto. E se nessuno in Italia le produrrà, il rischio sarà duplice: di avere troppo poche mascherine per proteggerci e di acquistarle a carissimo prezzo, chiaramente in barba alla legge; ma va da sé che la faccia feroce della Guardia di Finanza non ha mai dissuaso nessuno dal seguire le regole del mercato. Nemmeno sotto Stalin questa politica funzionò, immaginatevi sotto “Giuseppi”, che arriverebbe dove nessun altro governo al mondo sia ad oggi riuscito, cioè nel trasformare le mascherine in un bene per pochi fortunati.

giuseppe.timpone@investireoggi.it