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Nei 500 anni di Raffaello. La sensualità e il rito

Arte, Cultura & Società

Pierfranco Bruni

La sensualità è una percezione che attribuisce al rito dello sguardo, degli occhi, della gestualità silenziosa un archetipo che va oltre lo stesso significato di mito. La letteratura come l’arte vivono di sensualità. Anche il tragico è sensuale. Anche la “passività” ha la sua metafisica sensuale. Sguardi che si incontrano e si cercano. Occhi che si penetrano e si vedono. Sensi che recitano dettagli della veggenza. Non è detto che la sensualità sia empaticamente un abbraccio di carnalità. La sensualità è fatta di pensiero. La carnalità viene dopo e può anche accadere che non giunga proprio. Il dolce Stil novo ha la sensualità nella spiritualità del pensiero. Cavalcanti ha la sua profonda carnalità, come pure gli occhi di Dante che incrociano quelli di Beatrice. Così nel verseggiare di Leonardo o di Raffaello

Le donne di Leonardo hanno di sensualità la fissità dello sguardo. Così come nelle nudità di Raffaello. Le Rime di Michelangelo non sono scultoree o marmoree. Hanno la vastità di Gaspara Stampa o addirittura il duellare di Veronica Franco.

In Michelangelo il “…lamento, del corpo e della voce…” portano alla conoscenza della vita al peccato: “… vivi al peccato…”.  Così il guardar di Beatrice uscendo dalla chiesa ha il senso dello spirituale che diventa virtuale sensualità. Una eresia, in quel tempo, di madonne e santità. Oltre la passione reale di Eloisa e Abelardo. In Michelangelo le rime sono un rientrare nel rimare ancestrale del “peccaminoso” Dante.

Michelangelo: “Se tu incateni altrui senza catena,/e senza mane o braccia m’hai raccolto,/chi mi difenderà dal tuo bel volto?”. Eccolo qui nella sua emozione ed erosione della pietà per raggiungere il pensiero dell’eros.

Raffaello nelle sue spaccature di parole trova la spaziatura della donna nella sua fisicità con la scollatura della donna Fornarina.  Ci sono nel mezzo e dopo le verseggiate di Vittoria Colonna. O di Veronica Gambara.

La poesia, in fondo, lega la pittura alla parola. Non solo la melanconia onirica di Angelo Poliziano ma soprattutto il duellare reale e carnale ancora di Veronica Franco che apre alla nenia erotica di Isabella Morra.

In poesia e in pittura l’eros si immagina virtuale per definirsi in una ricerca tutta carnale tra amanti. Non è forse così in Raffaello e Michelangelo? Non è così forse in Christian de Pizon?

In quegli amori amanti che Michelangelo costruisce in versi: “D’un oggetto leggiadro e pellegrino,/d’un fonte di pietà nasce ‘l mie male”. Si costruisce così l’oggetto che diventa soggetto. Michelangelo: “Ogn’ira, ogni miseria e ogni forza,/chi d’amor s’arma vince ogni fortuna”. È la bellezza che vince gli ostacoli d’ogni peccaminosa azione. 

Nel Rinascimento raffaellita e post petrarchesco il peccato è sparito.
L’eros si veste di bellezza sia in Raffaello che in Michelangelo perché è l’arte che attraversa e supera sia il pensiero che la gestualità. Già in Dante, comunque,  la carnalità inventa la finzione del peccato. In Gaspara Stampa la carnalità è bellezza esistenziale ed essenziale come in Raffaello e nello stesso Michelangelo perché sono gli “infiniti pensieri” che dominano. Domina il senso dello sguardo non più allo specchio ma nella metafora della rigenerazione di un penetrare lo sguardo altrui.
Michelangelo recita: “Gl’Infiniti pensier mie d’error  pieni…”. La donna cortese conduce a “cosa nuova”. Non bastano più comunque le parole. Si ha bisogno del tratto. Raffaello, infatti, crea la donna non più Madonna ma Maddalena. La bellezza è il vivente. Il vivente è l’onirico che diventa forma, ovvero figura. Ciò che affermava appunto sia Gaspara Stampa che Veronica Franco.

La Fornarina, (1518 – 1519), Galleria nazionale d’arte, Roma

Ma è la pittura che ha il coraggio e la forza di far vedere la sensualità. Non insiste soltanto nel pensiero ma trasforma il pensiero in forma. Sensualità e purezza sono i capisaldi del passaggio tra Dante e Raffaello ovvero tra Giotto e Gaspara Stampa in una visione michelangiolesca che sussurra: “Arder sole’ nel freddo ghiaccio il foco;/or m’è l’ardente foco un freddo ghiaccio,/disciolto, Amor, quello insolubile laccio,/e morte or m’è, che m’era festa e gioco./Quel primo amor che ne diè tempo e poco,/nella stremata miseria è greve impaccio/a l’alma stanca…”.

Sembra definirsi il singulto tra purezza e sensualità in un vortice di terribile incisione che pudicamente vorrebbe santificare il tutto. Ma la santità resta affidata al cielo. A noi il pensiero che cerca l’azione, ovvero il gesto, ovvero la carnalità, ovvero l’insistenza di un amore terreno che si agita nella celestiale e stellare finzione.

Il cielo resta l’eterno. Ma noi ci siamo accontentati di Abelardo ed Eloisa. L’amore desiderato è sempre sensualità nascosta che diventa fonte di finzione artistica e poetica. Un linguaggio che ci inventa. Un linguaggio che ci purifica sia nella trasposizione della pittura sia in poesia.


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