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Violenza domestica, false accuse e bigenitorialità: cosa succede oggi in Italia? Intervista

Cronaca

di Marco Castelli

Il fenomeno della violenza domestica o intrafamiliare, negli ultimi anni, è sempre più discusso sui media nazionali e i social network. Spesso si tende ad associare la violenza domestica a quella sulle donne e al cosiddetto “femminicidio”, neologismo che – nella sua accezione moderna – è stato coniato intorno agli anni ‘90 ed è riferito ai casi di omicidio di una donna per motivi basati sul genere.

In una recente campagna di comunicazione realizzata per sostenere le vittime di violenza e di stalking si incentiva l’utilizzo del numero telefonico 1522 in quanto “servizio pubblico promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità”. Il servizio mira all’obiettivo di “sviluppare un’ampia azione di sistema per l’emersione e il contrasto del fenomeno della violenza intra ed extra familiare a danno delle donne.

Nessuno può mettere in alcun modo in discussione l’estrema gravità di ogni forma di violenza sulle donne, fenomeno che deve continuare ad essere oggetto di attenzione e di tutela da parte delle Istituzioni interessate. Da più parti, però, si evidenzia che le altre forme di violenza domestica dovrebbero essere valutate con lo stesso impegno: ove la vittima fosse un bambino, un uomo, un anziano o un disabile, infatti, è difficile pensare che lo Stato non debba agire con la medesima forza preventiva e repressiva.

Esiste, inoltre, il grave fenomeno delle accuse di violenza che, con una certa frequenza, si ritrovano nei procedimenti di separazione conflittuale tra i genitori. Quando un Giudice accerta che le accuse di un genitore nei confronti dell’altro sono infondate dovrebbe essere opportuno svolgere una seria riflessione sulle conseguenze a cui dovrebbe andare incontro l’accusatore, specie se si evince che quest’ultimo ha agito sperando di ottenere vantaggi economici o un affido esclusivo dei figli.

Non si parla molto dei casi in cui gli uomini sono oggetto di violenza fisica e psicologica nonché di false accuse penali durante i procedimenti di separazione. Questo accade perché si tratta di casi sparuti o per altri motivi?

Il fenomeno delle false accuse è oggetto di attenzione da parte degli addetti ai lavori già da molti anni. Qualche anno fa Carmen Pugliese, pm della Procura di Bergamo da poco in pensione, dichiarava: “I maltrattamenti in famiglia stanno diventando un’arma di ritorsione per i contenziosi civili durante le separazioni…”, “Solo in 2 casi su 10 si tratta di maltrattamenti veri, il resto sono querele enfatizzate e usate come ricatto nei confronti dei mariti durante la separazione…”. Sulle associazioni operanti a tutela delle donne: “Non fanno l’operazione di filtro che dovrebbero fare: incitano le assistite a denunciare …Mi sembra una difesa indiscriminata della tutela della donna che viene a denunciare i maltrattamenti, senza mettere in conto che questa donna potrebbe sempre cambiare versione”.

La violenza intrafamiliare, le false accuse penali tra coniugi e i procedimenti di separazione conflittuali sono in qualche modo legati tra loro?

I Centri antiviolenza italiani che sostengono le donne maltrattate sono centinaia, destinatari in buona parte di finanziamento pubblico. La crescente esigenza di ascoltare e sostenere “tutte le persone, senza distinzione di sesso, età, strato sociale, cultura” ha stimolato l’apertura di Centri come il Perseo di Milano, ove operano avvocati e psicologi specializzati in Consulenza legale, CTU/CTP, Mediazione familiare e molto altro. Abbiamo intervistato la dott.ssa Fulvia Siano, psicologa clinica e giuridica che opera proprio al Perseo.

Dott.ssa Siano, come nasce il centro Perseo?

Il Centro Antiviolenza Maschile Perseo è nato nel 2019 a Milano. Il nostro servizio viene offerto a tutti, senza alcuna distinzione di genere o altro. Abbiamo inserito il termine maschile perché in Italia non esiste un vero centro antiviolenza a sostegno anche degli uomini e quindi occorreva un segnale chiaro anche per loro e un segnale diverso sulle pari opportunità. Un vero centro dovrebbe accogliere sia i maltrattati che i maltrattanti, sia le maltrattate che le maltrattanti.

Per trattare efficacemente la violenza occorre lavorare non solo sulla vittime ma anche sull’autore, sempre senza alcuna distinzione di genere o altro. Nel nostro centro sosteniamo proprio tutti, uomini, donne, minori, anziani, omosessuali, perché pensiamo che la violenza non debba mai essere categorizzata. Puntiamo molto anche al recupero, alla giustizia riparativa: trattiamo sia uomini che donne maltrattanti che si trovano in carcere perché è stata già inflitta loro una pena.

Quali figure professionali lavorano nel Vostro centro?

Perseo fornisce supporto psicologico e legale. Le tre socie fondatrici sono la presidente, dott.ssa Alessandra Cova (psicologa clinica e giuridica, perito del Tribunale), l’avvocato penalista e cassazionista Alessandra Silvestri ed io, psicologa clinica e giuridica, esperta di genitorialità.

Chi lavora in una nicchia, ad esempio occupandosi solo di violenza sulle donne e di femminicidi, riesce a trovare delle specifiche figure professionali con una certa facilità. Nel nostro caso, avendo una visione della violenza così ampia, abbiamo cercato e trovato differenti professionisti esperti in ciascuna tematica come, ad esempio, uno psicologo-psicoterapeuta che, essendo separato, ci aiuta a capire il punto di vista degli uomini o una collega che si occupa di transgender. Tra i nostri soci ci sono anche tanti papà separati con cui colloquiamo costantemente, un disabile malato di Sla ecc. Riteniamo che, in questo ambito, non si debba categorizzare in alcun modo.

Perché avete pensato ad un centro antiviolenza anche per gli uomini?

L’incontro delle differenti esperienze professionali delle tre socie fondatrici, la difficoltà nel difendere gli uomini ingiustamente accusati di violenza, il comune declinare la violenza solo al femminile, incontrare persone fragili che non hanno ascolto presso i centri antiviolenza: tutto questo ci ha fatto riflettere e decidere di fondare Perseo.

Per quanto mi riguarda, ho perso mio padre quando avevo 13 anni, era un genitore accudente e virtuoso; successivamente mia madre ha avuto un nuovo compagno, maltrattante. L’essermi confrontata con queste due figure maschili profondamente diverse ha rafforzato, dentro di me, la convinzione che non si può mai categorizzare i sessi: esistono uomini per bene e uomini violenti, donne per bene e donne violente. Non esiste il bianco e il nero tout court.

Finora si sono rivolte a noi anche tante donne, ad esempio donne detenute e una ragazza straniera privata dei propri figli. Riguardo gli uomini, va ricordato che non esiste solo  il “quarantenne palestrato”…è maschio anche un bambino, un adolescente, un papà per bene, un anziano, un disabile.

Come gestite le problematiche che vi vengono prospettate?

Analizziamo singolarmente ogni caso e lo gestiamo come la legge ci consente di fare. Occorre considerare che da noi giungono tante situazioni ormai alla deriva, che vedono già coinvolti avvocati, assistenti sociali e periti del Tribunale. Si dovrebbe essere tutti più consapevoli che affrontando con calma le problematiche, sul nascere, si eviterebbero conflitti aspri e deleteri.

Quando ci si separa sarebbe molto utile chiedere un supporto psicologico sin dall’inizio, si eviterebbe di arrivare dall’avvocato pieni di rabbia e rancore. Situazioni non elaborate portano la coppia a quella disfunzionalità che si ritrova spesso nei Tribunali, in quel caso l’attività di assistenti sociali e CTU/CTP potrebbe inasprire il conflitto e chi ci rimette sono sempre i bambini.

Perché la quasi totalità dei centri antiviolenza italiani si rivolge solo alle donne?

Negli anni ‘60/’70 si è partiti con il sano femminismo, sacrosanto visto che fino alla prima metà del ‘900 le donne addirittura non avevano ancora diritto di voto ed esisteva una evidente matrice patriarcale. Secondo me le lotte femministe di quegli anni sono state utili, sono servite a tutti. In seguito c’è stato un cambio di ruolo della donna che, oggi, ha una funzione molto forte nella società. Oggi la donna non è più quella degli anni ‘60 e neanche di trent’anni fa, viceversa alcuni uomini hanno perso terreno e qualcuno (anche i più giovani) ha difficoltà relazionali. Riguardo i centri antiviolenza, forse ci si è attaccati a quello che fa più clamore: sulla scia del primo femminismo (quello sano) potrebbero essersi radicati pregiudizi fino a giungere all’eccesso in senso opposto di oggi. La società italiana degli anni ‘60 non esiste più e la condizione delle donne è migliorata di molto. Se si parla dei problemi delle donne del terzo mondo siamo tutti d’accordo, ma la situazione in Italia è ben diversa. Non abbiamo ancora fatto passi avanti così come in Norvegia o in Svezia, ma speriamo di arrivarci presto.

Sembra che in questo periodo di emergenza Covid-19 ci sia stata un’escalation di genitori che hanno impedito ai figli di incontrare l’altro genitore

Ci sono stati due fronti, alcune coppie hanno “scoperto” i tempi paritetici e favorito l’ampia frequentazione dei figli con entrambi i genitori, per periodi prolungati in modo da evitare continui spostamenti. Nelle coppie in cui il conflitto è ancora vivo, invece, l’emergenza Covid-19 è stata l’ennesima scusa per non fare andare i figli dall’altro genitore.

Perché la vera bigenitorialità è ancora poco presente nei tribunali?

Secondo me in Italia esiste un serio problema culturale, è una società vecchia, legata ad una cultura antica secondo la quale la mamma cura i figli e il papà va al lavoro. Anche se la situazione reale è cambiata, la cultura sembra essere ancora quella degli anni ‘50 e, solo a parole, si dice di volerla combattere. La mentalità da maternal preference è andata avanti con forza fino agli anni ‘90 ed è tutt’oggi difficile da sradicare, nonostante le evidenze scientifiche che stanno emergendo negli ultimi anni. La figura materna e quella paterna sono due figure diverse ma complementari, i figli prendono ciò che gli serve (dal punto di vista emotivo, cognitivo e affettivo) tanto dalla mamma quanto dal papà. Ogni caso è a sé, il bambino piccolo ha alcune necessità, l’adolescente ne ha altre. In ogni caso sia la mamma che il papà rimangono fondamentali per una crescita sana ed armoniosa del figlio; nella fase adolescenziale, ad esempio, la figura paterna è molto importante. I bambini hanno bisogno di entrambi i genitori, di genitori sereni, non in conflitto e protagonisti di lotte senza quartiere in Tribunale.


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