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I miei anni con Moro in quel 9 maggio del 1978. Una tragedia irrisolta

Arte, Cultura & Società

Pierfranco Bruni 

Cosa è stato Aldo Moro per la mia generazione? Un interrogativo mai risolto. Erano gli anni della mia università in una Roma infuocata già prima del 16 marzo del 1978 e anche dopo il 9 maggio di via Caetani. 

Erano gli anni della mia giovinezza in una città che è rimasta sempre dentro di me. Come quei 55 giorni. Appresi la notizia della morte di Moro mentre si studiava duro alla casa dello studente di Casal Bertone. 

Giorni di fuoco nell’intreccio di storie con quelle brigatiste che subito dopo si sono dissociate. Fu in quel contesto che anche la mia vita cambiò. Eravamo tutti rivoluzionari? A sinistra come a destra. 

Moro rimase sempre nel mio immaginario, tanto che mi ha costretto a scrivere ben tre libri se non quattro contaminando tutta la mia vita. Eppure avevo 22 anni. L’anno in cui mi sono laureato. Proprio il 9 maggio, di pomeriggio,  dovevo  sostenere l’ultimo esame di Letteratura contemporanea.  Non si fece nulla. 

Scemdemmo in piazza. L’appuntamento era al Colosseo.  Lì cominciai  ad amore e a leggere con passione uno scrittore che mi insegnò a vivere la politica. Leonardo Sciascia. 

Lì vidi intrecciarsi le rosse bandiere comuniste con falce martello e stella con le bianche dello scudo crociato. Lì capii che veramente Moro era morto per volontà cattocomunista. Le trattative di Bettino Craxi erano nel vento e l’interesse cristiano di Fanfani delle ultime ore, per tentare la salvezza di Moro,  era fallito.  Aveva trionfato il partito della fermezza e neppure il suo amico Papa Paolo VI era riuscito ad essere cristianamente autonomo. 

Certo, la Chiesa ha avuto le sue terribili responsabilità anche dopo celebrando un rito funebre senza il cadavere dello statista alla presenza della farsa istituzionale, perché giustamente la famiglia volle un funerale privato. 

Perché Sciascia? Perché aveva capito tutto subito scrivendo in un giorno quello straordinario  libro “L’affaire Moro”, in cui ha raccontato l’abbraccio terribile del rosso e del bianco nella tempesta del maggio fiorito. 

Sì, chi decise la morte di Moro? Il partito della fermezza compreso l’allora Msi, Pri,   il partito sempre presente de ‘la Repubblica”, che considerava Moro pazzo, e non so chi altro. Tutte le analisi di quel tempo completamente errate. 

Le lettere di Moro scritte in quei 55 giorni erano la follia di un folle. Non era così.  Non fu così. Lì è morta la vera Repubblica se mai è esistita. 

La chicca tragica e ironica e stupida fu, tra le tante, la famosa faccenda della seduta spiritica alla quale partecipò il prode Prodi. Prodi? Che vergogna allora. Non si volle mai approdare a chiarezza con la seduta spiritica di Prodi che indicava addirittura la prigionia di Moro. Mi pare che fosse Gradoli, via Gradoli…  Infatti nella seduta spiritica emerse proprio Gradoli. Come mai?

Le commissioni, tante, cosa hanno risolto? Il complotto internazionale, americano russo arabo… Commissioni tanto inutili quanto senza un senso… Il fatto è stato, comunque,  che tra dissociati, pentiti e rinsaviti e fuggiti all’estero i terroristi cosiddetti hanno avuto libertà persino di dare lezioni nelle università. 

Il tempo passa e gli anni sono corti. Chi ha vissuto quella stagione la porterà sempre sulla pelle e nel cuore straziato. Già quanti anni. Io studente universitario in quella Roma di fuoco. Uno di quei ragazzi aggrappati alle finestre con grata in via Caetani in quel pomeriggio del 9 maggio 1978  sono io,  giunto lì mentre il corpo di Moro era ancora nella rossa Renault 5.

Il resto è nella cronaca di una tragedia mai risolta.

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