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La leggenda irlandese compie 60 anni, auguri Bono 

Musica&Spettacolo

Dalle origini all’impegno umanitario, la vita e la carriera del frontman degli U2 

Bono Vox compie 60 anni e l’impressione è che il destino abbia deliberatamente deciso di solcare la sua strada per metterlo lì dov’è. Sin dal 20 settembre del 1976  quando un giovanissimo Larry Mullen affigge nella bacheca della Mount Temple school di Dublino un annuncio: il batterista è alla ricerca di altri musicisti con i quali formare una band. E lui, Paul David Hewson, che non aveva mai preso in mano uno strumento né cantato nemmeno nel coro della chiesa, risponde all’appello. E lo fanno anche Adam Clayton e David Howell Evans, che passerà alla storia della musica con il soprannome di The Edge. Anni dopo, gli U2 si affermeranno come una delle più importanti realtà della storia della musica pop/rock.

 

E anche se, come dirà Bruce Springsteen, “Gli U2 sono probabilmente l’ultimo gruppo di cui la gente ricorderà il nome di tutti e quattro i componenti”, nessuno può mai mettere in dubbio che la personalità di Bono si imporrà, non solo sui membri della sua band ma su quasi tutte le figure dello showbiz a lui contemporanee.

Non tutti però sanno che se gli U2 sono la band che noi tutti conosciamo, si deve probabilmente ad una serie di lutti che colpiscono il quattordicenne Paul a metà degli anni ’70: il nonno materno infatti muore durante i festeggiamenti del cinquantesimo anno di matrimonio, qualche giorno dopo, durante il funerale, la madre Iris viene colpita da un aneurisma cerebrale e raggiunge il padre. Tutto ciò non può non incidere nella vita di Paul che si perde frequentando un gruppo di teppistelli del suo quartiere che si fa chiamare Lipton Village e che per primi gli affibbieranno quel soprannome, Bono Vox, che lui detesta fin quando non scopre che in un latino piuttosto forzato vuol dire “bella voce”.

E si deve forse a questo comprensibile momento di smarrimento quell’irrequietezza, già intercettata dal fratello che lo chiamava amabilmente “l’anticristo”, che lo porta durante il primo anno alla St. Patrick a lanciare escrementi alla professoressa di spagnolo. Il che, altrettanto comprensibilmente, porterà il preside ad espellerlo rendendo così indispensabile il trasferimento ad altra scuola, proprio quella Mount Temple dove tutto ebbe inizio.

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© KEVIN WINTER / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP
 
 Bono

Il successo non ci metterà molto ad arrivare, come in tutte quelle storie di musica che corrono veloci come treni che puntano decisi su una strada che, non c’è niente da fare, quella è. Quella del successo planetario, di brani che entreranno in maniera così immortale nell’immaginario comune, in quello spicchio di terra in cui storia e musica si mescolano fino a diventare l’una spalla dell’altra, che è inutile anche citare.

Ma ciò che distingue la star irlandese dalle altre è che Bono utilizza la sua musica, il suo successo, come forse mai nessuno prima di lui, per un fine preciso, che è politico ancor prima di essere semplicemente benefico. Dal 1999 si impegna in una campagna a favore dell’Africa che possiamo tranquillamente definire senza precedenti: vuole l’azzeramento di quel debito che tiene per la gola il continente nero, nel 2002 accompagna il Segretario del Tesoro statunitense Paul O’Neill in viaggio attraverso quattro Stati africani e fonda la DATA, che è l’acronimo di “Debt, AIDS, Trade, Africa”, ovvero un’organizzazione non governativa il cui obiettivo è quello di far crescere la consapevolezza del problema del debito estero nei paesi in via di sviluppo, della diffusione del virus HIV e delle leggi del mercato globale.

In quegli anni Bono incontra, in forma privata e non solo per foto di rito e relativo ritorno pubblicitario, tutti i più grandi della terra, dal Papa Giovanni Paolo II al Presidente degli Stati Uniti George W. Bush, passando per Mandela. Bono duetta con Pavarotti nel brano Miss Sarajevo, uan canzone di denuncia contro il conflitto armato scatenatosi in Bosnia ed Erzegovina. Mentre la pace  e il progresso in Irlanda restano le sue battaglie principali. Dai tempi di Sunday Bloody Sunday, per dire basta al conflitto con il Nord fino all’impegno in prima linea nella campagna per il “si” al referendum che nel 2015 vuole rendere costituzionalmente legali le unioni omosessuali.

Certo, potremmo anche parlare del 32esimo posto nella classifica di Rolling Stones dei migliori cantanti di sempre, del suo nome incluso nella lista della BBC tra i cento “Grandi Britannici” della storia, o della nomina a “Person Of The Year” del Time nel 2005, stesso anno in cui rientra nella lista dei cento candidati al premio Nobel per la Pace. O magari del titolo di Cavaliere, del quale viene insignito del 2007 dalla regina Elisabetta II, che non potrà mai farlo “sir” come i colleghi Beatles, Elton John e Simon Le Bon, dato che per quello bisogna essere purosangue inglesi; ma sono tutte noiosità comuni a chiunque come lui ha fatto e ancora farà la storia, e non solo della musica. 


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