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“Stress test Coronavirus”

Cronaca

Intervista, di Fedele Eugenio Boffoli, a Paolo Falconer  

Paolo Falconer è specializzato in psicoterapia psicoanalitica e in psicologia forense. Si occupa dei problemi psicopatologici della famiglia, della coppia, della genitorialità, dell’individuo e dell’adolescenza. Svolge consulenze tecniche d’ufficio e di parte, in ambito penale e civile. Il suo metodo terapeutico è incentrato sull’interpretazione psicoanalitica, sulle strategie relazionali della psicologia sistemica e della psicologia fenomenologica. Come ha vissuto e vive questo lockdown a causa del coronavirus?

<<Direi, per usare una forma eufemistica, non troppo bene; sono un po’ arrabbiato per come è stata gestita finora questa situazione di allarme. E non per paura del contagio da coronavirus, quanto piuttosto per non essersi preoccupati del contagio della paura che questa malattia avrebbe generato nella gente: una dilagante e potente psicosi. Paura e razionalità non vanno quasi mai d’accordo: la paura alimenta la paura, si diffonde, aumenta d’intensità scalzando progressivamente ogni resistenza opposta dalla ragione, fino a far perdere il contatto necessario con quest’ultima. E il sonno della ragione, ricordando l’epitaffio di Goya, genera mostri. L’irrazionale diventa alla fine il vero padrone della realtà psichica di una persona, dominandola, determinandone ogni scelta, facendole presagire la presenza persecutoria del virus ovunque, obbligandola a rimanere rinchiusa in casa, a guardare parossisticamente il mondo attraverso la finestra distorcente della televisione, portandola allo stremo in assurde pulizie, a scandire la propria vita secondo rituali penosi quanto inutili e controproducenti. Una solitudine angosciante sotto l’insegna dello slogan “Io resto a casa” che paradossalmente fa passare un’imposizione anticostituzionale come una scelta coscienziosa, personale, autodeterminata. Il confinamento pressoché assoluto nelle proprie abitazioni durante la cosiddetta “fase 1” ha tolto per un lungo periodo il contesto sociale relazionale ovvero il primo fattore che costituisce quel supporto psicologico naturale dal quale la maggior parte delle persone avrebbe potuto trarre beneficio per contenere la propria comprensibile paura che poi si è trasformata in angoscia. Ma c’è un’altra paura, questa tutt’altro che illogica, che di pari passo attanaglia in quest’ultimo periodo molte famiglie – e lo saranno purtroppo molte di più in futuro –, costrette ad affrontare scenari di estrema difficoltà economica a causa dell’impossibilità di esercitare le proprie attività lavorative, sia per le restrizioni imposte dal lockdown che per le ripercussioni sul mercato della psicosi che ha comportato radicali mutamenti di comportamento nelle persone. Gli ammortizzatori sociali disposti dal governo sono, lo sappiamo, solo palliativi. Chi avrà coraggio per lungo tempo di sentirsi esposto al contagio sedendosi ad un tavolo di un ristorante o di un bar anche una volta che questi esercizi torneranno ad aprire i battenti? Sono convinto che il tessuto sociale non tornerà com’era prima dell’epidemia per lungo tempo e mi è difficile solo immaginare le ricadute in termini psicopatologici che si genereranno prossimamente nella popolazione; sono state divelte le abitudini di vita che scandivano le nostre giornate e le nostre notti, ne sono stati alterati i ritmi e sconvolti i tempi.>>

Nell’immaginario collettivo prevalente, il virus è un pericoloso nemico da combattere, ritiene effettivamente che sia così?

<<La scienza afferma che abbiamo sempre convissuto con i virus e maturato nei nostri organismi opportune difese immunitarie. Certo, ci sono stati periodi in passato in cui il genere umano ha fatto i conti con la potenza mortale di questi parassiti che, mutanti e sempre aggressivi in nuove forme, hanno mietuto milioni di vittime nel mondo. Ma oggi disponiamo di strumenti e rimedi clinici enormemente più efficaci rispetto ad un tempo. Non dovremmo però dimenticare che contro i virus resta di fondamentale importanza il poter disporre di un sistema immunitario efficiente, mentre paradossalmente il cosiddetto lockdown ha costretto tutti a condizioni di vita che hanno indebolito il sistema immunitario, proprio a ridosso dell’inverno con le sue avverse condizioni climatiche, sottoponendo le persone a vari tipi di stress, dal martellamento quotidiano di notizie terrificanti attraverso i media alla reclusione forzata con la conseguente deprivazione di poter godere di spazi aperti e della rete sociale. Restrizioni, bombardamento mediatico e un controllo militare degno delle peggiori distopie hanno contribuito a sviluppare l’idea che tutti possiamo essere contagiati e che tutti possiamo contagiare involontariamente gli altri, anche se magari nella solitudine di un bosco, anche se lontano da qualunque persona. Abbiamo vissuto un clima di repressione, pervasi da una inquietante angoscia di morte. L’effetto è stato quello di amplificare la percezione collettiva del virus come un agente patogeno, micidiale e diffuso ovunque nell’aria e per le strade, presente su ogni superficie di contatto, invisibile ed ubiquo. Condizioni più che sufficienti per aver generato comprensibilmente una potente e diffusa psicosi. La maggior parte della gente vive sotto una cappa di angoscia incapace di poter vivere serenamente, di sentirsi protetta. Si tratta di un fenomeno psicologico noto poiché la nostra mente non è abile a lavorare in termini di probabilità e quindi la percezione del rischio, ovvero la capacità di calcolare l’effettiva probabilità di rimaner vittime di un determinato fenomeno drammatico, tende ad essere sovrastimata psicologicamente, e a volte anche ingigantita, se l’evento in questione viene temuto dal soggetto. La soluzione è allora quella di rimanere tutti a casa se non per gli spostamenti indispensabili? Non credo proprio. Il genere umano è specie sociale, ha bisogno delle relazioni interpersonali quanto del sole e dell’ossigeno. E ciò vale in particolar modo per i bambini e ed i ragazzi. Giusto mettere al riparo le persone con il sistema immunitario depresso, ma questo non deve ricadere sulla salute psicofisica dei più piccoli. Ritengo che in nome della salute non tutto possa essere possibile, c’è un’etica da rispettare che riguarda la collettività: quando vedo che i bambini diventano vittime di limitazioni che compromettono il loro sviluppo psicofisico a causa delle persone più anziane, allora affermo che ci troviamo di fronte ad una distorsione dei valori, ad un’aberrazione. Penso che non siamo tutti uguali nel diritto alla vita e alla salute: prima di tutto e tutti, in una società che vuole darsi un futuro, devono venire i bambini e i giovani. E mi sembra pure giusto ricordare che su principi di salute e di sicurezza si sono da sempre eretti i peggiori regimi dittatoriali: uno per tutti, i programmi di “depurazione” e di eugenetica messi in atto dai nazisti a scapito di milioni di persone innocenti che furono perpetrati in nome della “difesa” della razza ariana.>>

Questo confinamento è, per certi versi, un’esperienza di dolore e di morte, ma anche e soprattutto un’opportunità di rinascita, concorda?

<<Sono d’accordo. Ci siamo ritrovati a condividere, magari solo attraverso gli schermi dei televisori o dei cellulari, scene di morte e di sofferenza, a dover seguire un regime di vita completamente diverso, privati improvvisamente di quelle consuetudini che davamo per scontate, come la libertà di poterci muovere liberamente, di incontrare le persone care, di poter uscire e andare in spiaggia a prendere il sole o a farci una passeggiata fuori città. Ci siamo ritrovati in un clima di guerra, con i blocchi di polizia per le strade, con gli elicotteri a pattugliare le vie e le spiagge, i droni sguinzagliati a identificare eventuali trasgressori. È stata messa in scena una ostentazione di forza senza precedenti in tempi moderni che ci ha lasciati sorpresi, esterrefatti, atterriti. Perché per logica un simile controllo della popolazione doveva per forza rappresentare una minaccia terrificante per tutti. Era proprio così? Oppure qualcosa è scappato di mano. Abbiamo preso coscienza di come improvvisamente tutto possa cambiare, in nome magari della sicurezza pubblica, della salute della collettività. Diversi diritti proclamati nella Costituzione della Repubblica sono stati negati, nel nome di dover controllare il popolo italiano tacciato di non saper rispettare le regole, di non riuscire ad essere responsabile. Ci siamo accorti che difendere i diritti costituzionali è un’esigenza quantomai attuale: la libertà di circolazione, la libertà di professione del proprio culto, la libertà di ricevere un’educazione attraverso l’istituzione scolastica, la libertà di poter vivere del proprio lavoro. Così come della natura, prima accessibile, ridente nelle splendide giornate primaverili, ed ora irraggiungibile, negata. E se domani non potessimo più uscire di casa a causa, ad esempio, delle radiazioni solari troppo elevate oppure perché l’aria diventasse irrespirabile? Siamo stati costretti a pensarci, la terra non ha risorse infinite. Ci siamo ritrovati chiusi in gabbia mentre fuori la natura respirava libera dalle nostre oppressioni inquinanti, di sfruttamento indiscriminato delle risorse. Siamo usciti dalle nostre case, forse, con maggiore considerazione delle libertà acquisite nella nostra storia e della natura che ci circonda.>>

In questo lungo periodo di quarantena, all’interno delle mura domestiche, ritiene aumentata la conflittualità sociale? Ha dati in proposito?

<<In Italia, a differenza di quasi tutti gli altri Stati europei, siamo stati confinati per un lungo tempo nelle nostre abitazioni, che non sempre sono appartamenti spaziosi e confortevoli e non sempre si contraddistinguono per la serenità intrafamiliare. Abbiamo finora singole evidenze che ci portano a pensare che il fenomeno della violenza intradomestica sia purtroppo aumentato. Era d’altro canto altamente prevedibile che ciò avvenisse ritrovandosi le persone a condividere uno spazio ristretto per 24 ore ogni giorno, per molte settimane, in condizioni di deprivazione e quindi di più elevata frustrazione. Figuriamoci quelle famiglie già prima problematiche! Ma si tratta comunque di un fenomeno ancora sommerso, perché è ovvio che una persona può denunciare una violenza subita solo quando le viene offerta una via di fuga e non se questa si vede costretta comunque a rimanere nello stesso nucleo familiare. Inoltre, possiamo immaginare che i figli, non potendo più recarsi a scuola ed ora rinchiusi in casa, abbiano dovuto assistere a discussioni e scene sconvenienti. Per verificare invece l’aumento della conflittualità sociale, basta girare per la città e osservare gli sguardi delle persone, celate dietro alla mascherina, alle volte formate da pezzi enormi di stoffa che si estendono a quasi tutto il volto, per individuare la paura, la frustrazione, la diffidenza, la rabbia e l’ostilità. Ogni persona viene vista come un potenziale nemico portatore del virus mortale.>>

Un’esperienza che non ha precedenti, che ha modificato l’animo di tutti noi e lascerà tracce indelebili…

<<A dir la verità, esperienze ben peggiori il mondo ne ha conosciute. Basti citare la tristemente famosa influenza “spagnola”, che fra gli anni 1918 e 1920 fece cinquanta milioni di vittime nel mondo. Nemmeno la peste nera del Trecento e la grande guerra assieme poterono tanto. Con il coronavirus siamo di fronte ad uno scenario che non sarà mai di questa portata, le conoscenze cliniche attuali sono enormemente più avanzate, ed infatti è grazie a queste se il coronavirus oggi è sotto controllo ed i casi in terapia intensiva sono pochissimi. La maggior parte di noi ricorderà il coronavirus per gli effetti subiti non di tipo fisiologico bensì di natura psicologica. Le risorse individuali di ciascun soggetto giocano un ruolo determinante per affrontare la devastante psicosi da contagio che sta imperversando. Occorrerà molto tempo perché i sintomi psicologici, ascrivibili alla cosiddetta sindrome post traumatica da stress, possano svanire. Forse per qualcuno non svaniranno mai più del tutto. Le persone che sapranno recuperare il prima possibile una condizione di vita normale, adottando ragionevoli, e non esagerate, misure protettive per poter svolgere le loro abituali attività quotidiane, avranno maggior successo rispetto a quelle che invece non ce la faranno rimanendo intrappolate nella gabbia dell’angoscia. Spero che lo Stato sia in grado di favorire questo processo fornendo direttive sufficientemente efficaci e razionali per rimettere in pista ogni cittadino, pur limitando i contagi, ma anche sapendo intervenire tempestivamente laddove si creeranno nuovi focolai, com’è normale che avvenga. Lo sappiamo tutti, il virus non si estinguerà e continuerà a vivere assieme a noi. Dobbiamo considerare inoltre che i bambini dai 6-7 anni fino ai ragazzi di 13-14 anni sono i più colpiti dal punto di vista psicologico, ed hanno perso in questo periodo il loro supporto sociale formato dai compagni di scuola, dai parenti e dagli amici. Come psicoterapeuta mi aspetto una forte impennata dei disturbi d’ansia, ma forse anche qualche nuova tipologia di disturbi finora sconosciuta. Ci sono già molti minori che si rifiutano radicalmente di uscire di casa, e se escono ne sono terrorizzati. Cosa comporterà tutto questo?>>

La comunicazione a cui abbiamo assistito, specialmente nella fase iniziale dell’emergenza, è stata forse un po’ troppo caratterizzata dalla paura e dal panico?

<<Secondo me, purtroppo, sì. Faccio spesso l’esempio del comportamento diverso che un genitore può mettere in atto in un momento crisi e di forte paura come quello che si verifica durante una forte scossa di terremoto. C’è grande differenza fra un genitore che minimizza davanti ai figli il pericolo, senza sottovalutarlo ovviamente, che sa mantenere la calma, magari portando i figli in una zona della casa più sicura tenendoli abbracciati forte per offrire loro un senso di protezione, rispetto a quello che invece si mette ad urlare terrorizzato rimanendo travolto e soggiogato dal panico, incapace di saper soccorrere se stesso e i propri figli. L’effetto su questi ultimi sarà molto diverso: un evento difficile superato assieme nel primo caso, un trauma di angosciante impotenza nel secondo. E questo vale per qualunque evento di crisi acuta, incluso quello attuale. A me sembra che la reazione iniziale degli organi di governo sia stata più vicino alla seconda modalità comportamentale che alla prima, il trauma molte persone, pur non essendo state direttamente colpite dal coronavirus, l’hanno ricevuto, eccome! La psicologia dell’emergenza ci ha insegnato che le persone colpite da eventi catastrofici devono essere aiutate tempestivamente nei loro disagi fisici e mentali facendole recuperare il prima possibile la condizione di vita normale. Ciò non è ancora avvenuto, dopo mesi. Ritengo che la comunicazione usata finora in Italia sommata ai provvedimenti restrittivi imposti alla popolazione non abbiano favorito questo processo palesando una strategia spesso fuorviante, irrazionale, senza punti di riferimento attendibili.>>

Dal punto di vista psicologico, quali suggerimenti si sentirebbe di dare per affrontare gestioni come questa?

<<Si deve passare attraverso quel fenomeno che chiamiamo “percezione del rischio” ovvero la valutazione soggettiva di quanto un determinato evento possa essere pericoloso. È ben noto quanto questa valutazione possa essere distorta e controproducente: accade in pratica che le persone   temano degli eventi che non sono in realtà così pericolosi mentre, al contrario, sottostimino attività che potrebbero avere conseguenze drammatiche. È il caso, ad esempio, di quanto avvenne in seguito alla tragedia delle Torri Gemelle nel 2001, dopo l’11 settembre il panico degli statunitensi per il volo in aereo fu tale che molti decisero di spostarsi in macchina, con il risultato che nel periodo successivo sulle strade morì il doppio delle persone rispetto a quelle che viaggiavano sugli aerei catturati e abbattuti dai terroristi. Il panico si era tradotto in scelte individuali controproducenti che, aggregate, divennero un danno collettivo. Un esempio dei nostri giorni riguarda gli esiti letali per malattie cardiovascolari che sono aumentati a dismisura, anche triplicati, poiché i pazienti hanno avuto paura a farsi ricoverare negli ospedali per paura di contrarre il coronavirus. E questo riguarda più o meno tutte le altre gravi patologie. La paura del coronavirus miete ben più vittime del coronavirus stesso. Andrebbe quindi, anche nel caso del coronavirus, tenuta sempre a mente la probabilità reale che si ha nel rimanere effettivamente vittime degli effetti più gravi di questa malattia, che rimane molto bassa, statistiche alla mano. Il pericolo di morire c’è sempre, ma è molto maggiore per le conseguenze del cancro, per il surriscaldamento globale, per l’inquinamento. Come mai a questi fenomeni la gente non ci pensa più di tanto? Come mai non vi è altrettanto allarmismo generale? Incidentalmente, in questo periodo il consumo di sigarette è quasi raddoppiato e i morti per questo comportamento, statistiche alla mano, li possiamo predire con precisione. Credo che la differenza possa essere riscontrata nel fatto che il fenomeno del coronavirus sia arrivato in modo dirompente nella nostra vita, in poco tempo, a causa del precipitarsi della situazione in Lombardia mentre per gli altri eventi, ben più rischiosi per l’umanità, si stia verificando quello che Noam Chomsky ha definito come il “principio della rana bollita”. Avviene che una rana messa in una pentola piena d’acqua, fatta riscaldare pian pianino, non si accorgerà come ad un certo punto l’acqua sia diventata troppo calda e, non avendo più la capacità di reagire, finirà inesorabilmente per morire lessata; mentre la stessa rana sarebbe saltata subito fuori dalla pentola se fosse stata inserita di colpo nell’acqua calda. Quando una situazione pericolosa accresce la sua gravità, in modo progressivo ma molto lentamente, come avviene ad esempio per il riscaldamento globale del pianeta o l’aumento dell’anidride carbonica nell’aria, il senso di allarme non scatta, la percezione del rischio rimane pressoché nulla e si finisce per incorrere in una condizione letale, lessati. La crisi legata al coronavirus che stiamo tutti vivendo, direi, dovrebbe essere dettata secondo la massima di Orazio “est modus in rebus”, c’è una giusta misura in tutte le cose, dovremmo riuscire a tenerci in una posizione di adeguata prudenza e di sufficiente esposizione per permettere alla vita normale di proseguire, consapevoli che in ogni organismo sano albergano miliardi di batteri, virus e microorganismi. E certo, anche a parlare della morte, fra di noi e ai nostri figli, come conoscenza del principale limite dell’essere umano, come elemento costitutivo della vita.>>


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