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15 maggio 1891 – la nascita della Dottrina sociale della Chiesa

Arte, Cultura & Società

Markus Krienke

Quando Papa Leone XIII firmò la prima enciclica sociale della Chiesa Rerum novarum, esattamente il 15 maggio 1891, da un lato fu criticato per aver reagito troppo tardi agli sconvolgimenti sociali causati dalla rivoluzione industriale, mentre il marxismo stava già raccogliendo le masse dei lavoratori per realizzare la sua rivoluzione socialista. Dall’altro lato, però, pochi potevano essere consapevoli della forza storico-sociale di questo documento che non ha soltanto dato l’avvio all’impegno dei cristiani in politica e nel sociale, ma che avrebbe reso la voce cristiana della dignità della persona, della solidarietà e della sussidiarietà quali principi dell’ordinamento politico-economico uno dei fattori principali per la creazione delle nostre costituzioni democratiche e persino della stessa Unione Europea. Infatti, non soltanto l’enciclica Quadragesimo anno del 15 maggio 1931 riprende il documento leonino formulando l’importante principio di sussidiarietà che nel Trattato di Maastricht (1992) è stato definito principio generale di diritto comunitario dell’Unione europea, ma dal 1961 fino al 1991 ogni decennio il pensiero della Rerum novarum viene aggiornato da altrettante encicliche alle sfide politico-economico-sociali del momento. Esplicitando il cristianesimo come etica della persona e quindi come prospettiva che potrebbe essere condivisa anche per chi non si confessa “cattolico”, la Chiesa propone queste riflessioni come proposte per «tutti gli uomini di buona volontà».

Così specialmente la grande enciclica Centesimus annus di Giovanni Paolo II (1991) realizza nel momento del crollo del socialismo a livello mondiale una prospettiva critica nei confronti di chi riteneva la vittoria del “sistema capitalista” la “vittoria” o “fine” della storia, affermando la necessaria congiunzione dell’economia libera di mercato e della democrazia con i principi fondamentali dell’etica della persona. Mai come in questo momento una solidarietà globale era alla portata di mano, mentre si stavano già formando le sfide della globalizzazione e della rapida trasformazione tecnologica della produzione e delle società mondiali. Così la Caritas in veritate di Benedetto XVI (2009) e l’ultima enciclica Laudato si’ di Papa Francesco (2015) riflettono in una prospettiva non più eurocentrica, ma decisamente globale sui temi della giustizia mondiale e di una solidarietà universale che comprende anche l’ambiente. Non inserendosi più nei “decennali” del 1891, queste due encicliche si riferiscono ad un “secondo filone” di documenti iniziato da Paolo VI con la Populorum progressio nel 1967 dove egli anticipava di gran lunga non solo le considerazioni politiche ed economiche circa una crescita “integrale” che non riduce la questione del progresso globale a dati economici ma anche le attuali riflessioni sull’integrazione dei diritti umani con la creazione di una coscienza civile globale. Specialmente le dimensioni di queste ultime encicliche ci danno molti spunti di riflessione nel nostro attuale momento globale segnato dal coronavirus che forse ci fa capire quanto aveva ragione Benedetto XVI affermando che «l’assolutismo della tecnica tende a produrre un’incapacità di percepire ciò che non si spiega con la semplice materia» (Caritas in veritate, 77). E cinque anni fa Papa Francesco sottolineava l’importanza di «rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili» (Laudato si’, 114).

Come Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman studiavano questi documenti e ne tiravano l’ispirazione per ripensare la società e l’Europa dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, magari anche oggi queste encicliche possono essere fonte di ispirazione e orientamento per uscire dall’attuale crisi.


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