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Da Tangentopoli a magistratopoli

Cronaca

Intercettazioni, sputtanamenti, querele. I magistrati finiscono in prima pagina. Poveretti, trattati come delle Olgettine qualsiasi.

E quindi anche le toghe brigano, millantano, fanno pressioni, si informano, promettono. Come si sta a essere sbattuti come “mostri in prima pagina”, ritrovare le proprie conversazioni private, le proprie sbruffonerie e smancerie, a spizzichi e bocconi nelle intercettazioni pubblicate dai giornali? Male, molto male. Poveri magistrati che ora si lamentano dopo che, per anni – e si parla ormai di decenni -, tutto questo era riservato a politici, imprenditori, showgirl. Poveri magistrati, trattati come delle Olgettine qualsiasi.

C’è da capirli, noi li capiamo, figuratevi; per noi – sia detto senza ironia – sono tutti innocenti fino a prova contraria. Non è bello vedere nei titoli dei quotidiani i propri nomi associati a parole come «manovre», «pizzini», «mercato delle cariche», «corruzione». Adesso che sui giornali si pubblicano le chat delle conversazioni in cui si vedono i magistrati accordarsi per nominare questo e non quello, perché questo è della nostra cricca e quello no, è tutto un fiorire di querele (o, almeno, di annunci di).

Nomine, biglietti, arresti

C’è l’affare Palamara col suo strascico di polemiche che coinvolge i membri del Csm, in primis il vicepresidente David Ermini, ex deputato del Pd, che oggi sul Corriere riesce a difendersi in modo piuttosto maldestro («Attaccano me per colpire il Csm. Scelto dalle correnti ma imparziale»).

C’è la storia del biglietto della partita di Champions League cui il procuratore Giuseppe Cascini, ex segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, uomo di sinistra, portò il figlio (oggi La Verità pubblica la foto).

C’è poi la storia dell’arresto del procuratore capo di Taranto, Carlo Maria Capristo (ora ai domiciliari perché, come scrive Filippo Facci su Libero, «tra i magistrati vige una certa etichetta») e l’indagine sul procuratore di Trani Antonino di Maio. L’accusa è corruzione in atti giudiziari per il primo e abuso d’ufficio e favoreggiamento per il secondo.

Da Tangentopoli e magistratopoli

Ci sono varie storie e tanto basta a Piero Sansonetti sul Riformista per parlare di “magistratopoli”.

«Possiamo tranquillamente dire che ci troviamo di fronte a un fenomeno che – usando un vecchio linguaggio giornalistico – potremmo chiamare “Magistratopoli”. Come la vecchia Tangentopoli. Come allora, a creare il fenomeno non sono tanto i reati, che – francamente – soprattutto in questa occasione [il caso Palamara, ndr] o non ci sono o sono minimi – ma il clima che si è creato: un inseguirsi di sospetti, accuse, vendette, e la conseguente perdita verticale di autorità morale. La magistratura si è mostrata finalmente al pubblico per quel che realmente è: il luogo di esercizio di uno straordinario potere, politico – e persino fisico – sulla società italiana, che però pretende invece di essere un luogo di moralità e di etica pubblica. Cos’è in realtà la magistratura: in un’enclave intoccabile, che impone le sue leggi a se stessa, che lottizza, che patteggia, che commercia favori, posti, Procure e naturalmente molto potere».

Paradossi e nemesi

Il paradosso è che, come nel caso Palamara, le intercettazioni sono state rese possibili attraverso il trojan, l’apparecchio spia, che è stato autorizzato dal ministro Bonafede, il guardasigilli che ha scampato la sfiducia ma rimane sotto attacco – paradosso nel paradosso – per le parole di Nino di Matteo, il pm più amato dai grillini. È tutta una lunga teoria di paradossi che ci conducono alla nemesi attuale: si arrestano tra loro. Ma non è una bella notizia, è solo un’altra battaglia di una guerra che, da sotterranea, s’è fatta palese. Una guerra di tutti contro tutti.

www.tempi.it/ Foto Ansa


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