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«Il Recovery Fund non basta, ma mai viste in Ue tante possibilità. Il problema è Conte»

Politica

Intervista all’eurodeputato di Forza Italia Massimiliano Salini: «Con la proposta Merkel-Macron l’Europa fa un passo avanti. Ora deve farne anche l’Italia, smettendo di investire sulla decrescita»

 
Angela Merkel in video conferenza con Emmanuel Macron
 

Pur non essendo euroscettico né sovranista, Massimiliano Salini non è uno che all’Europa le manda a dire. Come sanno i lettori di Tempi, l’eurodeputato di Forza Italia non è stato tenero verso le istituzioni Ue fin dalle prime scomposte reazioni all’emergenza coronavirus. Anche oggi, dopo la proposta franco-tedesca per la creazione del tanto atteso Recovery Fund, continua a rimproverare all’Unione lentezza nell’azione solidale e ristrettezza di manica, ma non manca di osservare come in realtà, pur con molti limiti, Bruxelles stia mettendo in campo flessibilità e risorse che mai si erano viste prima. Più che l’austerità europea, dunque, secondo Salini il problema dell’Italia oggi è l’incapacità di sfruttare le possibilità offerte. Il problema dell’Italia cioè – e qui Salini non le manda a dire nemmeno ai “responsabili” del suo stesso partito, Forza Italia, di cui è coordinatore regionale per la Lombardia – è il governo che si ritrova.

Onorevole Salini, tutto cominciò con fantasticherie su un fondo per la ricostruzione da «migliaia di miliardi», poi i miliardi sono diventati «almeno mille», e lunedì erano 500. Finirà che avremo solo spiccioli?
Il primo dato negativo da rilevare è il ritardo della Commissione europea. In qualità di “potere esecutivo” delle istituzioni europee, per usare un termine improprio, aveva il compito di definire tecnicamente la misura. Invece ci ha girato intorno per molti giorni, nonostante il Consiglio europeo avesse indicato il 6 maggio come termine per formulare il progetto.

A un certo punto in effetti il Recovery Fund è sparito.
È proprio scomparso dai radar. E la mossa di Francia e Germania ha dimostrato ancora una volta che gli organismi europei come la Commissione, pur pretendendo molto potere, tendono a tergiversare con lungaggini tipiche delle strutture iperburocratiche, che sembrano non cogliere le urgenze che emergono dalla realtà. Così si fanno sopravanzare dalle esigenze della politica. Insomma, ancora una volta gli Stati hanno bagnato il naso alla Commissione.

A proposito di tempistiche: lei stesso ha commentato alle agenzie che la proposta Merkel-Macron «è un inizio». Ma l’emergenza a cui dovrebbe rispondere è già molto oltre l’inizio.
Ho parlato di «inizio» per sottolineare il fatto positivo. E cioè che per la prima volta la Germania, il paese che guida da sempre la cordata delle nazioni indisponibili a concepire qualunque principio di mutualità, si fa promotrice di uno strumento che impegna l’Ue a indebitarsi in modo unitario, e nella forma più adeguata.

Cioè?
Innanzitutto la proposta è di raccogliere i 500 miliardi attraverso l’emissione di titoli di debito europei a tripla A, quindi collocabili sui mercati internazionali a condizioni molto positive. Altro che i titoli BBB- emessi dall’Italia (messaggio ai naviganti leghisti).

E oltre a questo?
Inoltre questi titoli saranno a scadenza trentennale, quindi a lunghissimo termine, ma i soldi verranno raccolti subito, e per essere distribuiti ai paesi che ne hanno bisogno «a fondo perduto».

Per la verità nella proposta è scritto chiaramente che gli aiuti saranno concessi in cambio di «un chiaro impegno degli Stati membri ad applicare politiche economiche sane e un’ambiziosa agenda di riforme». Non è che invece ci preparano un altro Mes?
No, perché il Mes nella forma tradizionale prevede l’intervento della Troika. Qui non è previsto. È cambiato il paradigma. Di questo deve prendere atto anche chi normalmente ha dubbi e perplessità sulla struttura dell’Unione Europea. E io sono tra quelli.

Visti i pregressi, tipo la Grecia, sono dubbi legittimi.
Per carità. Sono il primo a dire che da Maastricht in giù l’Europa ragiona contro la propria natura comunitaria, facendo prevalere le regole di bilancio sul sostegno all’economia reale. Ma qui è cambiato il paradigma: ci si impegna a fare debito insieme per fare investimenti insieme, alla luce di un’emergenza. La ragione per cui si ammoniscono gli Stati membri ad adottare politiche di bilancio corrette non è la ragione di prima: non è perché “i conti devono essere in ordine, punto”, ma perché per realizzare investimenti comuni per il rilancio dell’economia reale, dobbiamo metterci tutti in condizione di poter investire. Il messaggio è: “Cara Italia, tu non vuoi la Troika e noi non te la mandiamo, ma non puoi continuare a finanziare la decrescita, penalizzando chi lavora e dando sussidi a chi non lavora”. Facciamo di continuo lezioni all’Europa sul fatto che bisogna credere all’economia reale; adesso che l’Europa fa un passo avanti, per quanto tardivo e insoddisfacente, anche all’Italia è chiesto di farne uno.

E chi dovrebbe realizzarla questa «ambiziosa agenda di riforme», il governo Conte?
Ecco, il combinato disposto di quanto detto fin qui mi fa concludere che il governo Conte – con buona pace dei tanti “responsabili” che ci sono anche nel mio partito – deve andare a casa non domani ma ieri. Oggi essere “responsabili” verso un governo come questo significa essere chiamati in correità per un delitto annunciato. Se non ci fosse la Bce che compra i nostri titoli a rotta di collo (ma proprio a rotta di collo) a interessi competitivi, noi saremmo già falliti.

Addirittura falliti?
Oggi la Bce compra titoli del debito pubblico italiano all’1,8 per cento, ma senza l’intervento della Bce quel tasso di interesse sarebbe al 4 o al 5 per cento, e noi saremmo morti. Vorrei che si capisse bene questo: il nostro paese sta facendo il fenomeno con i soldi della Bce. Solo a marzo Francoforte ha comprato 12 miliardi di euro di titoli del debito italiano, contro 2 miliardi di quello tedesco. Solo nel 2020 comprerà nostri titoli per 200 miliardi. Duecento miliardi! L’Italia è stra-fi-nan-zia-ta, e senza controllo alcuno. Sottolineo: senza controllo alcuno. In più, se non farà sciocchezze potrà prendere 36 miliardi del Mes da spendere nella sanità a un tasso dello 0,13 per cento da restituire in 10 anni: vuol dire risparmiare 6 miliardi di euro rispetto a un mutuo a tasso di mercato. Per quanti anni ci finanzi la scuola paritaria con 6 miliardi? Poi ci sono i 20 miliardi di euro del fondo Sure a tassi bassissimi per la cassa integrazione, e i 35 miliardi della Banca europea degli investimenti.

Senza dimenticare la sospensione del patto di stabilità e la clamorosa apertura agli aiuti di Stato. Non ci sono mai state così tante possibilità in Europa.
Mai, mai, mai. Mai nella storia dell’Unione Europea ci sono state maglie così larghe. Il patto di stabilità è sospeso, qualunque schema di aiuto di Stato viene autorizzato, e noi cosa facciamo? Una manovra da 55 miliardi di euro (tutti regalati, re-ga-la-ti, dalla Bce) per “rilanciare” il paese a colpi di sussidi! E nulla, nulla, nulla di nulla per le imprese. Cioè nulla per chi è chiamato a generare quel prodotto interno lordo che dovrebbe tenere sotto controllo la famosa frazione debito/Pil.

L’Italia lo avrà un nuovo governo?
Penso di sì prima o poi, ma sarà comunque troppo tardi. A giudicare da quel che si vede oggi, comunque, stento a immaginare che questo governo arrivi all’autunno.

Tornando al Recovery Fund, anche sulla cifra abbondano le critiche. Del resto gli Stati Uniti di fronte all’emergenza hanno stanziato 3.000 miliardi di dollari in pochi giorni.
Noi europei siamo lenti, farraginosi e alla fine anche poco ambiziosi. La mia speranza è che la Commissione, battuta da Francia e Germania, abbia un sussulto e decida di rilanciare, aggiungendo ai 500 miliardi a fondo perduto di cui sopra almeno 3-400 miliardi sotto forma di prestiti e garanzie. L’insieme, sommato ai 540 miliardi di Mes, Sure e Bei, potrebbe costruire un pacchetto da 1.500 miliardi circa, che può considerarsi una reazione adeguata, seppur tardiva. Poi però c’è un altro tema.

Quale tema?
L’insistenza su green deal e digital. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen continua a dire che con il fondo verranno sostenuti investimenti coerenti con l’agenda europea. Siamo tutti d’accordo. Con un però. Come ho scritto alla Commissione con alcuni colleghi, anche il green deal deve essere rivisto alla luce di quel che accade. Certo, dobbiamo investire con l’obiettivo di far chiudere le centrali a carbone in Polonia, ma adesso non è quella la priorità degli investimenti Ue, bensì garantire il mantenimento in vita delle catene di valore industriale europeo in modo che non si perdano milioni di posti di lavoro.

Poi ci sono i pasdaran dell’austerità che frenano e insistono: dal fondo niente regali, solo prestiti da restituire.
Si tratta di pochi, piccoli paesi a economia ridotta che fanno i primi della classe a scapito di economie smisuratamente più grandi e strutturate. Messi tutti insieme non arrivano a fare metà dell’Italia. Stiamo parlando di cose ridicole.

Però di solito nelle trattative all’inizio si spara alto per arrivare a metà strada. Qui i proponenti sono partiti già bassi rispetto alle aspettative. Cosa resterà dei 500 miliardi se bisognerà trovare l’accordo con Austria, Olanda, Svezia e Danimarca?
La proposta franco-tedesca è già frutto di mediazione, il prodotto finale che uscirà dal Consiglio europeo, purtroppo a metà giugno (avrebbe dovuto essere il 1° giugno), conterrà certamente questi 500 miliardi di euro, più altri a prestito e a garanzia.

Ma visto che occorrerà l’approvazione di tutti i paesi, quali argomenti si possono usare per convincere la fronda rigorista?
Se non si fa il Recovery Fund salta l’Europa, e questi paesi senza l’Europa non esistono. Confido in una discussione serrata che faccia comprendere loro che non c’è alternativa. Certo, la possibilità di perdere c’è sempre. In tal caso, l’Europa dovrà voltare pagina. Ma il nostro paese pagherebbe un prezzo altissimo: il debito pubblico non ci autorizza ad auspicare in una simile prospettiva. Chi in Italia ci spera evidentemente non sa fare di conto.

Il fondo è stato presentato dai giornali come una vittoria di Conte, lo stesso governo canta vittoria. Poi però è il presidente del Consiglio che deve chiamare la Merkel e Macron per dire la sua. Che ruolo gioca davvero l’Italia in questa partita?
Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la vita delle istituzioni europee sa benissimo che in questo momento l’Italia è un numero di telefono che viene digitato solo a decisione acquisita. Innanzitutto, abbiamo una comunità politica dotata di scarsa capacità negoziale. Lo stesso ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è stato un frequentatore delle istituzioni europee, ma ha sempre tenuto un profilo estremamente accondiscendente, direi addomesticato, verso le istituzioni che critichiamo per lentezza e cecità di fronte alle dinamiche reali della nostra economia. È un prodotto di quel mondo. E il governo Conte non partecipa certo alla definizione delle nuove politiche Ue. Se mai è un imputato nel processo che si sta realizzando nell’Ue: guida il paese che più di tutti costituisce un problema per il debito che ha; meno di tutti dimostra di aver capito la situazione, visto che continua a fare manovre che non tenengono conto della condizione in cui versiamo. Basta guardare, nel “decreto rilancio”, alla quantità di parole usate e di passaggi previsti perché un’impresa danneggiata dall’emergenza coronavirus possa ricevere 3 o 4 mila euro a fondo perduto. Con ritardo di due mesi rispetto ad altri paesi, emanano un decreto che eroga un quarto di quanto erogato dagli altri, un quarto che arriverà, forse, fra quattro mesi.

Cosa significa sul piano pratico che quelle del fondo sono risorse «agganciate al bilancio Ue 2021-2027»? Significa che alla fine della fiera, come teme qualcuno, questi «contributi a fondo perduto» li pagheremo noi con le nostre tasse?
No. A garanzia dei titoli emessi saranno stanziate risorse proprie che l’Unione Europea raccoglierà non attraverso contributi dei paesi membri o ulteriori tasse per i cittadini, ma con nuovi strumenti, ad esempio la web tax per i colossi di internet, o la carbon tax sui prodotti provenienti da paesi come la Cina che non rispettano regole ambientali. Questo almeno è l’intento dichiarato. In ogni caso vigileremo perché non vengano fatti altri danni oltre a quelli che già stiamo subendo.

Foto Ansa


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