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Quanto è rara la gratitudine

Interviste & Opinioni

Cosa rara la gratitudine, perché il grazie è vilipeso, una forma di riconoscenza vecchia. Rottamata, o da rottamare, direbbero i politici. 
Invece fa la differenza, perché non è soltanto una parola, ma riflette un comportamento, uno stile 
“La gratitudine è la più squisita forma di cortesia” scriveva Jacques Maritain. Ma che non sia un’abitudine diffusa, anzi merce rara, lo rimarcava già il Carducci delle Odi barbare, il poeta-professore che nei suoi sfoghi con amici cattedratici, con un certo scoramento sottolineava: “Almeno tu, quando ti si manda qualcosa, dici grazie con molta gentilezza e benignità”.
Ringraziare significa provare gratitudine e pubblicamente dichiararla. Il vocabolario così recita: dal lat. tardo gratitudo -d-nis, der. di gratus «grato, riconoscente» è un sentimento e una disposizione d’animo che comporta affetto verso chi ci ha fatto del bene, ricordo del beneficio ricevuto e desiderio di poterlo ricambiare. 
Mi pare cavilloso distinguere tra gratitudine e riconoscenza, anche se non sono sullo stesso piano: la prima può essere pura passione, un sentimento più intimo e cordiale, esprimere una posizione più emotiva, la seconda invece richiede analisi e giudizio, ha una forza squisitamente intellettuale, prima che sentimentale, e forse proprio per questo è più chiara e duratura. Essa implica una valutazione che non lascia molto spazio ai ‘ma’ – che invece seguono facilmente al ‘te ne sono grato’. Non è una parola che scivola in un discorso: una volta che ci entra, lo struttura. Solo le parole più potenti lo fanno.
Oggi mi pare che il sentimento più diffuso sia l’ingratitudine, che è indice di un’arroganza e prosopopea infinite: implica un atteggiamento non solo per niente umile ma anche villano. La gratitudine, aldilà di quel brevissimo grazie, implica umiltà, contiene affetto e una venatura di tenerezza. “Una sola parola, logora, ma che brilla come una vecchia moneta: “Grazie!” per usare la magia di Pablo Neruda.

Evelyn Zappimbulso 


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