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Facebook come il velo di Maya

Interviste & Opinioni

 

Siamo tutti d’accordo sul fatto che l’immagine sia la prima cosa che si usa nell’interagire con l’altro. E’ logico che, vivendo di relazioni, l’apparenza diventi una manifestazione necessaria. Da sempre l’uomo, in quanto essere sociale, ha avuto bisogno di essere accettato, amato e stimato e dunque di essere presente nella storia ed al passo con i tempi. E’ proprio questa tendenza dell’uomo a cavalcare il progresso a far si che tutto cio’ diventi un fenomeno di massa.

In Italia, oltre 39 milioni di utenti utilizzano internet e 31 milioni sono attivi sui social media, ovvero il 52% del totale. Di questi, 28 milioni accedono ai propri social preferiti tramite mobile (47% dell’intera popolazione), evidenziando come questi strumenti siano sempre più parte integrante della quotidianità.

A porre l’attenzione su cosa siano la realtà e l’apparenza è stato Schopenhauer che della frammentazione della realtà e della personalità dell’individuo ha fatto il centro del suo interesse.

La rappresentazione è ciò che noi vediamo, non ha alcun fondamento oggettivo quindi quello che noi riteniamo che sia la realtà è un semplice inganno, un’illusione.

La rappresentazione è come il velo di Maia:

Maia era una divinità buddista che utilizzava il velo come strumento per far credere reali delle semplici illusioni.

Schopenhauer vuole fuoriuscire dalla dimensione illusoria squarciando il velo di Maia per giungere alla realtà, al principio soggiacente e fondante, il noumeno kantiano.

Per strapparlo, egli usa l’immagine del castello circondato dall’acqua con il ponte levatoio sollevato: il viandante può osservare il castello da tutti i lati ma ne rimarrà sempre fuori.

C’è una possibilità di lacerare questo velo, di gettare finalmente uno sguardo sul mondo del noumeno e guardare la realtà così com’è veramente? Schopenhauer risponde di sì. Mentre per Kant valicare il limite del fenomeno è impossibile, per Schopenhauer questa possibilità esiste ed è anche semplice.

Riflettendo su noi stessi, ripiegandoci in noi, a partire dal nostro corpo, cogliamo l’essenza profonda, la cosa in sé del nostro essere che è la Volontà di vivere. Attraverso un processo introspettivo di analisi del nostro essere, riscopriamo la nostra vera essenza. Tutto cio’ potrebbe essere la ”cura” per superare la dipendenza dai social: la riscoperta del nostro essere piu’ profondo e dunque la volontà di vivere un mondo reale, tutt’altro che illusorio.

Evelyn Zappimbulso


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