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Quale avvenire per il lavoro umano dopo la pandemia?  

Cronaca

È vero che la produzione di “cose” – informatizzata, automatizzata e robo­tiz­zata – tende a migrare nel post-umano, ma le dinamiche in atto aprono anche una finestra di possibilità verso la democratizzazione, la de-mercificazione e l’impiego partecipato del lavoro umano. Solo una vera e propria rivoluzione mondiale della dignità umana nel lavoro ci permetterà di assicurare un equo trattamento a tutte/i, e anche di riunire le forze collettive oggi necessarie… 

di Andrea Ermano 

Venticinque anni fa, nel centenario della fondazione de L’Avvenire dei lavoratori, discutevamo insieme a Peter A. Schmid (Università di Lucerna) dell’idea di pubblicare una raccolta di saggi sull’“avvenire del lavoro. L’impresa ci apparve allora oltremodo ambiziosa, azzardosa e complessa sul piano scientifico a causa delle impetuose dinamiche in atto. In generale, è difficile prevedere il futuro, soprattutto se ancora non lo si conosce, ci dicemmo… Dopodiché ci impegnammo in percorsi di ricerca più settoriali e modesti. Ma la questione che a fine anni Novanta discutevamo con tanta passione resta più attuale che mai.

Oggi in tema di “avvenire del lavoro” la situazione per certi versi è divenuta ancora più drammaticamente caotica. Ma per altri versi si va delineando qualche (sempre provvisorio) elemento di chiarezza. Si tratta di fenomeni che, per quanto mi concerne, non avevo allora neppure il coraggio di pensare, come la questione del “post-umano”. Nel frattempo l’influente teorica del femminismo della differenza Rosi Braidotti (Università di Utrecht) ha scritto libri su libri in merito, con evoluzioni di pensiero anche scanzonate e spericolate, che possono aiutarci a “prenderla con filosofia”, come si suol dire.

Ma per limitarci qui e ora al tema del lavoro, e per farla breve, diciamo che si stanno delineando queste due tendenze di fondo:

1) la produzione di “cose”, come i beni di consumo, tende a essere informatizzata, guidata da algoritmi, automatizzata, robotizzata e insomma potrebbe effettivamente emigrare in una dimensione produttiva post-umana;

    2) l’apporto umano non appare invece sostituibile nelle attività volte all’accudimento delle persone, alla tutela dell’ambiente inteso come il contesto socioculturale, le forme di vita e (non da ultimo) l’habitat naturale.

 Ovviamente, il passaggio d’epoca nella produzione delle “cose” (1) non è concluso e forse mai lo sarà completamente. Quindi, per esempio, non ha torto Pier Luigi Bersani a ricordare nel suo recente discorso alla Camera (vai al video su RR, minutaggio 16:43) che per adesso sussiste e continuerà comunque a sussistere ancora per un bel po’ l’interesse nazionale (ed europeo) alla produzione dell’acciaio, affinché le nostre industrie non debbano dipendere dai capricci altrui, con il rischio che ti consegnino le lamiere che ti servono come vogliono al prezzo che gli pare e non si sa bene quando.

 Nondimeno, è sostanzialmente l’apporto umano nel settore dei “servizi” (2) il punto archimedeo sul quale fanno leva i tremila intellettuali di fama mondiale firmatari dell’Appello per il futuro del lavoro dopo la pandemia (democratizing work) al quale abbiamo aderito e che abbiamo pubblicato sull’ADL della scorsa settimana, insieme a decine e decine di altre testate in tutto il mondo.

Oggi, opportunamente, ritorna a parlare di questi temi Giorgio Fazio (vai al sito de “il manifesto”) in un’intervista alla filosofa Rahel Jaeggi, ordinaria alla Humboldt di Berlino ed esponente della “Teoria critica” di ascendenza ador­niana, giunta alla sua terza generazione:

«La crisi del coronavirus ha reso evidenti, come una lente di focalizzazione, tutti i problemi del nostro mondo del lavoro contemporaneo e della nostra con­cezione del lavoro», afferma Rahel Jaeggi, che è insieme a Nancy Fraser una delle prime firmatarie dell’Appello, e prosegue così: «Questi problemi non sono nuovi. Ma il Manifesto utilizza questo momento di crisi, in cui è pressante l’esi­gen­za di una nuova valorizzazione del lavoro, come una finestra di possibilità».

 Le richieste di cui parla l’Appello (o Manifesto) dei Tremila attengono ai compiti di democratizzare la produzione, de-mercificare il lavoro e risanare l’ambiente (vai al sito di RaiRadioTre con il servizio “Democratizzazione del lavoro” di Vittorio Giacopini dedicato a Rahel Jaeggi).

 Una delle questioni più dibattute in questo momento riguarda il futuro del lavoro dopo la crisi pandemica in corso e su ciò la filosofa osserva che: «Una crisi di questa portata può prendere molte direzioni. Può condurre a trasformazioni, buone o cattive, ma anche ricondurci allo status quo precedente. Al momento non credo si possa prevedere». D’altra parte, aggiunge Jaeggi, «i processi di apprendimento collettivi sono sempre messi in moto, in primo luogo, da questi momenti di crisi: da slittamenti nella struttura delle istituzioni e delle pratiche esistenti. Assistiamo ora ad una grande incertezza. Notiamo come i modelli vigenti di organizzazione sociale ed economica, probabilmente, non sono sufficienti ad affrontare la crisi. Concezioni acquisite – come l’ideologia del mercato in generale – sembrano ormai giunte al capolinea. Si apre quindi forse una speranza».

Speranza per molti. Ma forse anche paura per altri. Per via della ricchezza e del potere di cui la transizione in atto modificherà fatalmente la distribuzione e gli equilibri.

 Chi ha guidato il mondo negli ultimi tre decenni oggi si preoccupa dell’invadenza dello stato, paventa la ricaduta in una sorta di “socialcomunismo da pandemia” (horribile visu!), e reclama il ritorno all’ordine precedente, nel quale tutti i ruoli erano stati mirabilmente assegnati, e solo ai privati toccava portare avanti tutte le attività economiche. Di qui l’interminabile orgia di privatizzazioni, delocalizzazioni, deregolamentazioni alla quale abbiamo assistito, con compagnie di rating newyorkesi giunte a chiedere financo la modifica della Costituzione repubblicana italiana (“troppo socialista”). E guai se lo Stato (la “politica”!) ardiva intromettersi nelle attività imprenditoriali.

 Purtroppo, però, il libero mercato che si regola da sé non appare minimamente in grado di produrre le scelte di governo globale che via via si renderanno necessarie alla sopravvivenza della vita umana sulla Terra.

Chiedo venia per quest’ultima espressione – la “sopravvivenza della vita umana sulla Terra” – che molti (e io tra questi) potrebbero percepire come alquanto esagerata. Ma è pur di questo, proprio di questo, che parlano appunto i tremila importanti studiosi di fama mondiale firmatari dell’Appello (o Manifesto), quando ci esortano a confrontarci con il rischio del collasso ambientale. Di fronte a ciò, secondo i Tremila (ma anche secondo Al Gore, papa Francesco, Slavoj Žižek, Greta Thunberg e tanti altri), noi umani dobbiamo fare in modo non solo «di assicurare la dignità di tutti i cittadini ma anche di riunire le forze collettive necessarie per poter preservare la vita sul nostro pianeta» (corsivo mio).

Insomma, ancora possiamo farcela. Disponiamo delle capacità tecniche necessarie a realizzare la grande ristrutturazione ambientale ed ecologica necessaria, purché s’incominci. Grazie alle ricerche del Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Cambridge (vai al PDF di “Reducing energy demand: what are the practical limits?”) sappiamo che “cambiamenti di progettazione realizzabili” possono ridurre il consumo di energia del 73% su scala globale!

Ma dobbiamo essere consapevoli dell’enorme quantità di lavoro necessaria a un compimento di queste dimensioni globali, perché «questi cambiamenti richiedono l’impiego di molta forza lavoro e per metterli in atto sono necessarie scelte che nell’immediato risultano costose».

 Quindi il vero problema sta nel fatto che stavolta il vecchio sistema fondato sull’autodichia finanziaria del libero mercato non può essere sanato dagli stati, come è accaduto dopo la crisi del 2007-2008, perché gli stati non sono singolarmente in grado di governare il mondo. E perché il mondo non potrà essere appunto governato senza molto, moltissimo lavoro.

Ed è precisamente qui, lungo la linea destinale dell’“avvenire del lavoro, che la questione della “politica” può e deve trasformarsi nella questione cosmopolitica. Richiamando l’articolo 23 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nel quale si afferma che ogni persona ha diritto al lavoro. l’Appello (o Manifesto) prospetta come ipotesi di soluzione una “Garanzia di Impiego” (Job Guarantee):

«Una Job Guarantee permetterebbe ai governi, in collaborazione con le comunità locali, di creare lavoro degno e al contempo di contribuire agli sforzi per evitare il collasso ambientale», scrivono i Tremila: «Davanti alla crescita della disoccupazione in tutto il mondo, i programmi per garantire l’impiego possono giocare un ruolo fondamentale per assicurare la stabilità sociale, economica e ambientale delle nostre società democratiche».

Tuttavia, questa prospettiva non potrà essere tradotta in opere e giorni senza riprendere riflessioni come quelle di Ernesto Rossi sull’esercito del lavoro. La sfida per i Tremila, dunque, e per tutti coloro i quali si danno pensiero circa l’“avvenire del lavoro”, consiste ora nel compito di ri-declinare quest’antica tematica nelle dimensioni della formazione, dell’accoglienza e della dignità di cui s’intesse la situazione attuale. 

DEDICATO ALLA MEMORIA DI ANDY ROCCHELLI

(Pavia, 27 settembre 1983 – Andreevka, 24 maggio 2014)


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