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Il sovraffollamento del Pianeta:  scontri, saccheggi, immigrazione

Politica italiana e internazionale

Il pensiero libero di Luigi Mazzella

Negli Stati Uniti d’America: sino ad ora, tre morti, quattromila arresti, poliziotti barricati nei distretti o in ginocchio dinnanzi ai manifestanti per scusarsi della morte dell’afroamericano George Floyd, ucciso dalla polizia a Minneapolis; e ancora  negozi devastati in molte città americane, con vetrine infrante, saccheggi,  e incendi appiccati un po’ dappertutto, bancomat presi d’assalto e smurati dalle loro sedi; come ciliegina sulla torta:  la figlia del Sindaco di New York, De Blasio (che proclama ripetutamente di volere un mondo migliore)  fermata perché tirava sulla gente, con violenza, oggetti contundenti. 

A Hong Kong scontri ormai quotidiani, nonostante il Covid 19.   

In Francia i gilet gialli, finita la pandemia, si apprestano a riprendere le consuete, devastanti incursioni settimanali (si ritrovano ogni week-end) sugli Champs Elysee, bruciando auto e rompendo vetrine di negozi. 

E in aggiunta a tutto ciò migrazioni disperate dal Messico e da altri Stati del Sud verso l’America; dall’Africa verso l’Europa; intemperanze di Rom et similia.

Gli scienziati ci avevano avvertiti: esperimenti compiuti sui ratti, anni addietro, avevano provato che quei roditori, chiusi in un recinto più ristretto di quello cui erano abituati, cominciavano ad azzannarsi reciprocamente e a sbranarsi.  

La riduzione dello “spazio vitale” provocava in quei minuscoli animali effetti disastrosi per la loro reciproca sopravvivenza.

Probabilmente, anche la moltiplicazione progressiva e inarrestabile degli esseri umani dentro e fuori dai confini del proprio Stato, con incrementi numerici a dir poco vertiginosi, (si è raggiunta la cifra di sette miliardi di abitanti) è in grado di determinare situazioni di vita generalmente difficili e in alcuni casi insostenibili.

Occorre cercare di capirne la ragione, mettendo da parte reazioni emotive. 

Non è giusto attribuire la responsabilità della corsa verso gli undici miliardi di unità, all’imperativo del “crescete e moltiplicatevi” contenuto nelle sacre scritture delle religioni monoteistiche mediorientali che hanno conquistato il favore di una parte immensa dell’umanità.

Dopo miliardi di anni di vita della Terra, quelle regole impositive di procreazione illimitata sono state compilate, molto verosimilmente, soltanto poco più   di venti secoli fa.

Certo: hanno potuto, in questo lasso di tempo, fare danno ma la minaccia seria degli effetti tragici del sovraffollamento planetario non dipende soltanto dall’irrazionalità di quel precetto religioso (volto a vedere crescere il numero dei fedeli del proprio Dio contro i seguaci di un’altra, disconosciuta e avversata divinità); v’è qualcosa d’altro.

Una concausa dell’evento è, di certo, il sorprendente progresso tecnologico raggiunto dall’uomo. 

La “globalizzazione”, la scoperta dell’elettronica, l’invenzione del digitale per la comunicazione in tempo reale di immagini di benessere e felicità terrene in alcuni luoghi del Pianeta, la celerità dei mezzi di trasporto sempre più veloci, hanno stravolto un mondo già convinto e predisposto da religioni e ideologie “ecumeniche” e “universali” a credere nella salvezza di   un abbraccio umano unico e totalizzante.

Prima che i movimenti sul Pianeta e gli scambi di messaggi religiosi e di filosofia salvifica divenissero di estrema facilità, il sovraffollamento in spazi ristretti era impedito  dagli oceani, dal mare, dalle montagne, dai picchi innevati o glabri, dalle foreste impenetrabili; tutti elementi naturali non facilmente modificabili, derivati da eventi di natura cosmica che, però, raggiungevano l’effetto, certamente involontario e oggettivo, di tenere “separati” gli individui in differenti comparti abitati. 

L’umanità li utilizzava per circoscrivere, anche con supporti legali, politici, economici, zone del territorio mondiale, per porre confini e ostacoli; più che all’incontro (voluto anch’esso soltanto sino a un certo punto) allo scontro (fortemente temuto) di popolazioni diverse che non si conoscevano le un l’altre. 

In altre parole, a dare un aiuto–oggettivo e non certo volontario (non si saprebbe neppure da parte di chi?)  all’istinto di conservazione della vita sociale prescelta dagli individui in un ambiente circoscritto è stato, per secoli, il frazionamento delle presenze sul globo determinato da ostacoli naturali. 

Quelle delimitazioni costituivano lo strumento più utile per creare condizioni di convivenza pacifica di persone con diverse, ma soltanto minime, conformazioni strutturali, derivanti da uguali condizioni climatiche e territoriali. 

Esse  favorivano (e sono riuscite a farlo per lungo tempo) condizioni di crescita culturale e di costume di vita consone alle condizioni esistenziali effettive; solidificavano, accanto all’identità individuale, quella della collettività per così dire “di appartenenza” (tribù, nazione, unioni volontarie di Stati e via dicendo); erano il frutto di scelte razionali degli individui ancorate a una visione prevalentemente monistica della conoscenza, intesa a esplorare  la sola realtà che l’Uomo doveva sforzarsi di conoscere e di capire, attraverso l’esperienza: quella concreta e fisica del mondo.

Se essa si presentava frammentata, divisa da confini naturali, abitata da popoli diversi, su tale diversità doveva basarsi il genere umano per creare le migliori condizioni di vita su questo Pianeta, senza porsi fantasiosi problemi di trasmigrazioni (se non per scopi conoscitivi, latamente culturali), integrazioni, trasformazioni di usi e di costumi.

L’ambiente circoscritto e limitato esaltava l’amor proprio che s’identificava con il desiderio di felicità, ovvero del proprio piacere. A dar credito all’aforisma di Oscar Wilde, l’amore per sé stesso è l’unico sentimento che dura per tutta la vita. Certamente, l’amor proprio, innato nell’uomo e nascente dal sentimento della vita (senza amor proprio non c’è vita), può ampliarsi ma non oltre certi confini naturali come la famiglia, l’amicizia, la polis

La gente aveva imparato a capire che più intensa era la vita, tanto più grande era l’amor proprio. 

Ed invece, cosa era successo? Che il razionalismo empiristico e pratico era stato travolto dall’ecumenismo egualitario religioso (sostenuto in maggior misura dalla Chiesa cristiana), dall’universalismo di pari natura ma filosofico (proprio dell’ideologia comunista, figlia dell’idealismo tedesco post-platonico o hegeliano di sinistra), dall’anelito a “globalizzare” l’umanità, nell’interesse dei traffici commerciali e finanziari.

Si era fatta strada l’artifizio di voler “dilatare” l’amor proprio sino al punto di farlo diventare amore universale.

L’effetto nefasto era stato quello di trasformare l’amore di sé in odio per gli altri, anch’esso molto naturale nell’individuo. 

Quell’odio che, secondo Leopardi (e non solo per lui: si pensi a Hobbes) ognuno avverte per il suo simile che non sia da lui conosciuto ha fatto sì che gli esseri umani (i più antisociali degli esseri viventi, secondo il Vate di Recanati)  con la giustificazione fasulla dei falsi universalismi di cattivi e nocivi “maestri del pensiero” (non solo religiosi ma anche laici),  ha portato a distruggere, eliminandoli fisicamente, ogni avversario della propria fede o del proprio  fanatismo politico.

In altre parole, l’Uomo anziché collegarsi, solo per fini bellici difensivi o per altri motivi di necessità, con i membri della sua polis(alias della comunità in cui vive) nell’intento (chiaramente fake) di oltrepassare i sentimenti per così dire “amorosi” (circoscritti a sé e ai suoi concittadini)  ha creato un caos planetario di rancori che i sociologi delle varie parti del mondo fanno fatica a descrivere (per l’Italia, vedasi il rapporto del Censis) nei loro terribili effetti.

Comunque, la situazione che si è venuta con il sovraffollamento a creare appare irreversibile. 

Niente da fare allora? Sì: occorre con sagacia contenerne il caos, riscoprire il valore della filosofia e del pensiero libero e unicamente razionale. E ciò per mettere a nudo ed eliminare dal proprio bagaglio di credenze, le fole prodotte da visioni distorte della vita.

Se la politica altro non è che un aspetto della “filosofia pratica” ritornare alla speculazione con un pensiero “puro e non condizionato” significa avvedersi che la logica non tollera bizzarre fantasie.

L’Italia che pure ha avuto il suo ultimo (unico, immenso) filosofo dell’era moderna nel Giacomo Leopardi dello Zibaldone è rimasta indietro sul terreno della speculazione filosofica, dilettandosi, non solo con la scrittura ma anche con le immagini, in opere di fantasia, di narrativa, di fiction cinematografica e televisiva, di storia e di memorialistica. 

Ora, di certo, la fede aiuta i deboli; ma è altrettanto vero che distorce la visione della realtà.

E non solo la fede: l’idealismo tedesco hegeliano (che è stato padre sia del nazismo, sia del comunismo, fratelli gemelli monozigotici di un’idea folle) va bandito dalla mente degli uomini che amano la libertà.

Dagli esempi del nazi-fascismo e del social-comunismo si può dedurre che se gli individui non avessero perso il contatto con le visioni filosofiche monistiche, empiristiche, realistiche, razionali, pragmatiche della vita nella polis non sarebbero caduti nel tranello di visioni fantasiose di Idee Universali salvifiche che hanno disseminato morti, stragi, massacri, genocidi, guerre disastrose, avversioni feroci tra i popoli e all’interno di essi (la storia dell’umanità ne è piena). 

La svolta è necessaria e appare improcrastinabile: se non per quelli che hanno vissuto anni migliori e assistono, oggi, sgomenti alle degenerazioni presenti, almeno per i millennials.

Luigi Mazzella


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