fbpx

I bambini ci guardano: il minore all’interno del nucleo familiare

Arte, Cultura & Società

Nel famoso film del regista Vittorio De Sica, tratto dal romanzo “Pricò” di Cesare Giulio Viola,  realizzato a cavallo tra il 1942 e 1943, si racconta delle condizioni in cui il piccolo Pricò, un  bambino di cinque anni, può trovarsi all’interno di una famiglia, a tal  motivo, il compito dei genitori è essenzialmente difficile e arduo, poiché spesso ci si trova a dover fronteggiare situazioni paradossali.

Il periodo storico in cui stiamo vivendo, anche a seguito di questa emergenza sanitaria è caratterizzato da profondi cambiamenti culturali, sociali, da un intenso sviluppo tecnologico sempre più innovativo, non di meno,  da condizioni di vita maggiormente frenetiche e stressanti. Queste trasformazioni epocali hanno un’inevitabile effetto sulla sfera familiare, sul rapporto uomo-donna, sulla funzione materna e paterna, senza trascurare il rapporto tra genitori e figli.

Per quanto riguarda il ruolo dell’educazione, la famiglia costituisce un punto di riferimento importante ma non è l’unico. Con l’ingresso nella scuola, il bambino esce dalle premure, più che comprensibili della famiglia ed entra in contatto con figure diverse da quelle a cui era abituato imparando a socializzare e ad integrarsi nel nuovo ambiente.

Inoltre, un apporto importantissimo, purché costruttivo nella “forma mentis” del minore, tutte le informazioni provenienti dai media, televisione e anche internet.

Si è passati dalla famiglia “autoritaria” in cui si trasmettevano principi morali e norme sociali, alla famiglia “amorevole” orientata a contrattare tutto e a soddisfare i bisogni individuali dei figli, a evitargli sofferenze e frustrazioni. Stiamo sicuramente assistendo ad un’educazione in cui lo stile affettivo tende a predominare su quello formativo tanto da oscurarlo.

Rimpiangere la figura genitoriale autoritaria, ormai di qualche decennio fa,  che impartiva divieti ed obblighi, sarebbe eccessivo,  così come risulterebbe da parte della famiglia considerare come primario l’aspetto affettivo e delegare alla scuola il compito di insegnare le regole.

È fondamentale dunque, che il bambino acquisisca un bagaglio di principi morali che gli permetta di vivere in mezzo agli altri e di riservarsi un suo posto nella società anche in vista dell’adolescenza e dell’età adulta. Così facendo anche nel contesto scuola, il minore non farebbe altro che incentivare quelle conoscenze, già acquisite all’interno della propria famiglia.

L’educazione quindi, non consiste nell’applicazione rigida e rigorosa di principi autoritari o di un sistema di regole, divieti e premi che se vengono applicati mettono al riparo da eventuali deviazioni di comportamento.

L’educazione all’interno del proprio nucleo familiare, è un processo complesso che interessa la dimensione affettiva ed emotiva nel minore,  è un incontro  di vari tipi di  personalità e relazioni che il bambino sperimenta innanzitutto con i genitori, i quali svolgono un ruolo fondamentale nel suo sviluppo.

L’azione educativa e formativa dei genitori non si limita solo a trasmettere corrette informazioni e un bagaglio di nozioni ottimale, ma si basa anche sugli affetti profondi che vengono trasmessi fin da quando il minore è piccolo e che costituiscono la base sicura entro cui si creano relazioni sane.

Il particolare ruolo della madre e del padre nella crescita del figlio fin da quando egli è neonato assuma un rilievo non indifferente.  Il rapporto con la figura materna rappresenta una modalità sotto l’aspetto affettivo e relazionale, intesa come accoglienza, protezione, legame e calore. Al padre, di contro, è affidato il compito di favorire il processo di separazione dalla madre e di introdurre il figlio nel mondo più adulto e autonomo della società.

La famiglia, quindi, è intesa sia come base di appoggio solido,  che ha come scambio una serie di affetti. Essa è il luogo in cui il minore cresce e si adatta a vivere nella società,  ma può anche costituire il nucleo di grandi conflitti, di fronte ai quali i genitori possono assumere due modalità comportamentali opposte e disfunzionali: o si dimostrano troppo rigidi con conseguenti atteggiamenti oppositivi; oppure si identificano con i figli come amici,  omettendo la loro figura genitoriale, questo avviene soprattutto in età adolescenziale.

Sembra che si sia assopita la capacità di riflessione dell’analisi dei propri sentimenti e del proprio vissuto emozionale, lasciando prevalere la soddisfazione immediata di bisogni primari relativi al presente, come i giochi ad esempio.

Quindi, per educare e responsabilizzare i figli, è forse opportuno ridare un significato più profondo alle cose, concetto che è stato sicuramente prosciugato dalla nostra cultura troppo consumistica e superficiale.

Fare il genitore è sicuramente un “mestiere difficile”, quante volte abbiamo sentito dire questa frase! Non esistono genitori perfetti, occorre solo la capacità di accettare i propri limiti e allo stesso tempo essere presenti nell’educazione dei figli, senza perdere di vista il proprio ruolo genitoriale, con il massimo impegno, amore ed entusiasmo offrendo loro la possibilità di crescere e di acquisire il senso profondo della propria natura.

Marcello Marcone


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Hai apprezzato i nostri contenuti? Aiutaci a condividerli.

RSS
Facebook
YOUTUBE