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“Vi racconto Sordi e il suo film su Mussolini pantofolaio rimasto nel cassetto”

Eventi

Giancarlo Governi, autore del cult tv ‘Storia di un italiano’ ricorda con l’Agi i 26 anni di lavoro e amicizia con l’attore che oggi sarebbe centenario: tra il “brodo alla pidocchietta” e il progetto del film sul duce vessato da donna Rachele e dai figli

 

© Camilla Morandi / AGF – Alberto Sordi

“Sordomane e sordologo da sempre”, così  si definisce Giancarlo Governi,  autore, sceneggiatore e scrittore, che con l’attore mito ha condiviso lavoro e amicizia dal ’77, l’anno in cui cominciò a dedicarsi con lui al cult di Rai2 ’Storia di un italiano’ il programma manifesto sordiano andato in onda in quattro serie tra il ’79 e l’89 che attraverso il cinema ha raccontato la storia d’Italia e del costume, il fascismo, la guerra, la ricostruzione, il boom e la crisi.

Per celebrare il centenario Governi ha scritto  “Alberto Sordi, Storia di un italiano” (Fandango, appena arrivato in libreria) e il docufilm ‘Alberto Sordi, un italiano come noi’ appena andato in onda su Raiuno e diretto da suo figlio, il regista Silvio Governi  che da ragazzo aveva il compito di fare da autista ad Alberto quando andava a pranzo a casa loro, a Roma, sulla Cassia. “Eravamo nati a un giorno di distanza l’uno dall’altro, lui il 15 giugno, io il 16 (oggi l’attore avrebbe cento anni, Governi ne compie 81) e avevamo l’abitudine di festeggiare i compleanni insieme”, racconta all’AGI in una chiacchierata sul Sordi pubblico e privato, ricca di aneddoti inediti.

Racconti i pranzi di Sordi in casa Governi

“Quando arrivava da noi il portiere faceva la spia e tutti i condomini uscivano  e si riunivano sotto le nostre finestre in attesa di vederlo. Lui era generoso, e a un certo punto  scendeva, si concedeva e scherzava con tutti, era un uomo semplice. Lo era anche  nei suoi gusti alimentari: gli piacevano i piatti unici e si era inventato, commissionandoli al suo personale di servizio perché lui non cucinava, il “brodo alla pidocchietta” con i cannolicchi e il bollo del brodo sfilacciato e le fettuccine al sugo con le polpette, all’americana”.

Il vostro primo incontro come andò?

“L’idea di metterci a lavorare insieme fu dell’allora direttore di Raidue Massimo Fichera, un grande sperimentatore. La rete aveva comprato decine di  film di Alberto Sordi, e lui gli propose di mettere in piedi un ciclo, anticipato da una sua presentazione. Sordi  accettò ma spiegò di non voler dare vita al solito programma con il critico paludato, a quei tempi di queste cose si occupava Gian Luigi Rondi, ma lui voleva cambiare e la scelta di Fichera andò su di me. Ero cresciuto con il mito di ‘Un americano a Roma’, facevo parte della generazione del “What’s America”, mi vestivo come il personaggio Nando Moriconi, ero quindi felicissimo, ma quando mi presentai davanti a Sordi ero impaurito come all’esame di maturità e l’approccio non fu semplicissimo”.

Perché, che le disse Sordi?

“Mi apostrofò con un “Ma tu sei la Rai?”  e poi mi disse  “Guarda che ci dobbiamo sbriga’ perché io devo anda’ in America per un film”. Si trattava di un progetto che poi non andò in porto come del resto quello del film su Mussolini, un’idea molto originale, peccato che restò sulla carta”.

Come sarebbe stato il film di Sordi su Mussolini?

“Alberto avrebbe voluto autodirigersi raccontando un Mussolini casalingo e ribaltando la sua immagine pubblica con quella privata di un duce in pantofole vessato da una donna Rachele moglie casalinga dispotica e dai figli impertinenti. Non se ne fece niente, ma l’imitazione del duce, proposta anche nel film ‘Il presidente del Borgorosso football club’ era uno dei suoi pezzi forti dedicati  agli amici, insieme a quella di papa Giovanni Paolo II. Si divertiva parecchio a  fare il verso a  Mussolini, una volta si esibì anche affacciato alla finestra, mentre ci stavamo dedicando al periodo fascista di  ‘Storia di un italiano’ agli studi Safa Palatino”.

Racconti…

“Lavorando a una scena di marcia fascista di repertorio, per dare ritmo al montaggio Alberto mise a tutto volume ‘Giovinezza’: era ad uso interno, non sarebbe comparsa nel montato ovviamente, ma io lo avvertii: “Guarda che qui sono tutti comunisti, se ci sentono…” e lui: “Ma lo sanno che sto a scherza’…. Finì che scherzarono pure gli addetti degli studi, sotto alla finestra col passo romano, e lui non perse l’occasione e si affacciò in stile Mussolini: “Italianiiii… camicie nereeee…” si divertiva come un pazzo, se fosse successo in epoca smartphone oggi avrei dei video molto preziosi”.

Politicamente come si collocava Sordi?

“Sono convinto come tutti che Sordi abbia sempre votato Democrazia Cristiana,  però  si divertiva a spiazzare l’interlocutore, presentandosi come di sinistra se parlava con qualcuno di destra e viceversa. Ma gradì parecchio l’abbraccio di Palmiro Togliatti all’uscita  della prima di ‘Una vita difficile’. Mi raccontò che annebbiato dalla folla e dalla confusione inizialmente non aveva riconosciuto quel “piccoletto”come lo definì, che  era andato ad abbracciarlo. Gli disse “Grazie onorevole ma lo sa che io non sono dei vostri”, sentendosi rispondere da Togliatti: “Come cittadino no, ma come artista lo è sicuramente”.

Nel centenario sta andando in scena una sorta di beatificazione, ma un difetto Sordi ce l’aveva?

“Posso dire solo che sul lavoro non era un personaggio facilissimo: quando proponevo una mia idea lui  diceva subito che non andava bene e la stroncava,  poi però qualche  qualche giorno la riproponeva come sua. L’avevo capito e lo lasciavo fare, era fatto così, ma era un gigante”.

I suoi ricordi del cuore?

“L’episodio all’università La Sapienza, quando subissato dalle domande degli studenti di cinema, Sordi disse: “Chiedetelo a Governi che il più grande sordologo vivente”. E poi, soprattutto quello nel giorno di un suo compleanno, quando mi portò a  sorpresa al Divino amore. Pensavo che volesse andare al santuario a pregare invece entrammo un edificio vicino dove centinaia di bambini lo accolsero abbracciandolo. Erano i piccoli bisognosi che lui aiutava in grande riservatezza da anni.  “Non devi dirlo a nessuno, altrimenti la nostra amicizia è finita” mi avvertì. Io mi sono sentito in dovere di raccontarlo in tv dopo la sua morte, dopo quel funerale paragonabile in quanto a folla solo a quelli di Berlinguer e Papa Giovanni Paolo II. Sul libro delle firme alla sala ardente del Campidoglio scrissi “La tua vita è stata così bella che merita un bis”. E adesso potrei aggiungerne un altro pezzettino professionale perché negli ultimi due anni della sua vita Sordi ha lavorato, su richiesta dell’allora ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer, che voleva portare ‘Storia di un italiano’ nelle scuole (poi non se ne fece più niente) a sei nuove puntate di quella serie. Io sono l’unico ad aver visto ‘Storia di un italiano’ postumo.

Sordi è stato “il medico della mutua” e anche “Il malato immaginario, come avrebbe affrontato l’emergenza coronavirus?

“Si sarebbe chiuso in casa, costringendo il personale di personale di servizio a disinfettarsi e a igienizzare tutto. Amplificava le malattie, si metteva a letto anche per un mal di testa, oltre che per la quotidiana pennichella pomeridiana”.


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