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Aborto, relazione al parlamento

Cronaca

“Situazione peggiorata: garantire contraccezione, day hospital e i servizi previsti dalla legge 194”

Il Ministero della Salute ha depositato lo scorso 9 giugno, la Relazione 2019 sull’Interruzione Volontaria di Gravidanza, che riporta i dati 2018.

Lo scorso gennaio la senatrice Emma Bonino, con una interrogazione al Ministro della salute Speranza, aveva anche evidenziato che l’ultima Relazione presentata al Parlamento sullo stato di applicazione della legge 194 faceva riferimento ai dati relativi al 2017.

“Cambiano i Ministri e le maggioranze ma in materia di applicazione della legge 194 resta tutto immutato, anzi lo spiacevole ’caso Umbria’ di questi giorni testimonia una situazione addirittura peggiorata – dichiarano Filomena Gallo, Segretario dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, Mirella Parachini, ginecologa e Vice Segretario ass. Luca Coscioni e Anna Pompili (ginecologa di AMICA, Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto) I mesi di ritardo portano a commentare dati ed evidenze risalenti a un anno e mezzo fa. 

“La relazione del Ministro attribuisce, almeno in parte, il calo delle IVG alla maggiore diffusione dell’uso dei contraccettivi di emergenza tra le donne maggiorenni, per le quali è stato eliminato l’obbligo di prescrizione medica; ci sembra dunque necessario facilitarne l’accesso anche per le minorenni, ad esempio dispensando tali contraccettivi gratuitamente nei consultori. L’aborto farmacologico costituisce il 20,8% del totale delle IVG; questa bassa percentuale evidenzia una limitazione della possibilità di accesso alla IVG medica, ancora fortemente limitata dall’obbligo di ricovero in regime ordinario previsto dalle linee di indirizzo ministeriali del 2010. E’ necessario rivedere tali linee di indirizzo, estendendo la applicabilità della procedura farmacologica da 7 a 9 settimane e garantendo l’appropriatezza delle procedure, con  il regime di ricovero in day hospital e il regime ambulatoriale”. 

“Facilitare l’accesso alla IVG farmacologica – concludono – minimizzerebbe l’impatto dell’obiezione di coscienza, che limita pesantemente, con il 69% di ginecologi obiettori, i diritti delle donne.Nel complesso in questa relazione emerge che se le regioni hanno un potere in ambito di sanità e nel caso specifico per l’applicazione della 194, di fatto prevalgono azioni che rendono il percorso per l’IVG molto difficoltoso. Chiediamo al Ministro della salute Speranza di esercitare i poteri del suo mandato per garantire la piena applicazione della legge 194, anche con verifiche nei confronti delle regioni. Crediamo che, oltre al Consiglio Superiore di Sanità, egli debba consultare anche gli operatori e le società scientifiche, che ben conoscono le criticità da superare in questo settore per garantire alle donne un diritto costantemente in pericolo”

APPROFONDIMENTO IN PILLOLE 

  1.       La riduzione del numero di IVG, che per il quinto anno consecutivo sono risultate inferiori alle 100.000 (76.328 nel 2018). Questa rilevazione impone almeno due puntualizzazioni:
  2.       Nella relazione si attribuisce un ruolo fondamentale nella riduzione degli aborti alla maggiore diffusione del ricorso alla contraccezione di emergenza, verificatasi dopo l’abolizione dell’obbligo di prescrizione medica per le maggiorenni, con un’impennata delle vendite delle pillole a base di ulipristal acetato (pillola dei 5 giorni dopo) e di levonorgestrel (pillola del giorno dopo). Sarebbe logico trarre da questa osservazione l’impegno a facilitare l’accesso a tale contraccezione anche alle minorenni, magari attraverso la dispensazione gratuita nei consultori.
  1.       Nella relazione si tocca il tema della abortività al di fuori della legge, la cosiddetta “abortività clandestina”. La relazione riferisce una sostanziale stabilità del fenomeno, che si attesterebbe attorno ai 10.000-13.000 aborti clandestini. Purtroppo, la stabilità del dato, a fronte di una costante diminuzione degli aborti legali, indica invece un maggior ricorso percentuale a procedure illegali. Vi è peraltro il sospetto che il fenomeno sia fortemente sottostimato, per la maggiore difficoltà ad individuare gli aborti clandestini precoci eseguiti con farmaci ormai facilmente reperibili e che non danno complicazioni importanti. Dovremmo dunque guardare a questa “stabilità” del fenomeno (o più correttamente del numero) degli aborti clandestini come indice dell’esistenza, ancora, di ostacoli importanti all’accesso all’interruzione di gravidanza, soprattutto in alcune aree del paese
  1.       Le IVG farmacologiche: nel 2018 sono state il 20,8% del totale, con un lieve incremento rispetto al 17,8% del 2017, un dato bassissimo se confrontato con le percentuali dei paesi scandinavi, prossime al 100%, ma anche quelle della Francia, della Svizzera, del Regno Unito o del Portogallo, che si aggirano tra il 70 e l’80%. 

Questa bassa percentuale rispecchia la difficoltà di accesso alla metodica, legata all’adozione del regime di ricovero ordinario raccomandato da linee di indirizzo ministeriali antiscientifiche e anacronistiche già nel 2010, quando furono emanate. L’alta percentuale di donne che ricorrono alla dimissione volontaria dove vige il regime di ricovero ordinario, la bassissima percentuale di complicazioni nelle regioni che hanno adottato il regime di Day Hospital, nonché l’esperienza più che trentennale dei paesi che adottano il regime ambulatoriale, evidenziano l’inappropriatezza di linee di indirizzo che devono essere cambiate. Alla luce dell’ingiustificato ritorno indietro della Regione Umbria, apprezziamo quindi la richiesta di un nuovo parere posta dal Ministro al CSS. Non vi è dubbio che la deospedalizzazione della procedura, oltre a ridurre costi ingiustificati, permetterebbe di minimizzare le enormi differenze regionali che la relazione registra rispetto all’accesso alla procedura farmacologica.

  1.     L’obiezione di coscienza: si evidenziano percentuali elevate per tutte le categorie, in particolare tra i ginecologi (69% rispetto al 68,4% del 2017). Sottolineiamo come il parametro del numero di procedure effettuate non rispecchi affatto il reale carico di lavoro per i ginecologi non obiettori, che sono impegnati anche nelle procedure che precedono l’intervento, dalla valutazione di ogni singolo caso, clinica e strumentale, al counselling contraccettivo, che dovrebbe essere fatto sempre prima dell’IVG. Riteniamo importante che il Ministro sottolinei il ruolo delle Regioni che “devono assicurare che l’organizzazione dei servizi e le figure professionali garantiscano alle donne la possibilità di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza, come indicato nell’articolo 9 della Legge, garantendo il libero esercizio dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne e assicurando l’accesso ai servizi IVG, minimizzando l’impatto dell’obiezione di coscienza nell’esercizio di questo diritto”. Il Ministro della salute Roberto Speranza scrive nel testo della relazione che ”questo approfondimento ha consentito di mettere a fuoco ancora una volta la disomogeneità territoriale nell’impatto della disponibilità di non obiettori rispetto alla richiesta di IVG. Un’ulteriore conferma del fatto che, in generale, non sembra essere il numero di obiettori di per sé a determinare eventuali criticità nell’accesso all’IVG, ma probabilmente il modo in cui le Strutture sanitarie si organizzano nell’applicazione della Legge 194/78. Facendo in tal modo emergere una responsabilità delle Regioni sulla tipologie di strutture dove si esegue l’IVG e ponendo in secondo piano invece il numero di medici obiettori”. Osservazioni importanti, ma che rimangono lettera morta per via della mancanza di volontà politica a rendere l’accesso all’ IVG tradizionale o farmacologica, conforme a legge.
  1.       I consultori: nella Relazione si legge che “è indispensabile rafforzare e potenziare i consultori familiari (…) per evitare future gravidanze indesiderate ed il ricorso all’IVG”. 

Ma non possiamo non notare che, nonostante la legge istitutiva dei consultori, la 405 del 1975, la prevedesse esplicitamente, di fatto in Italia la contraccezione non è gratuita. I consultori sono pochi, con equipes spesso incomplete, e nella relazione non vengono sottolineati due dati importanti per il percorso IVG. Il primo riguarda la sempre maggiore presenza di consultori privati convenzionati, spesso di ispirazione confessionale, esonerati in alcune regioni dalle prestazioni che riguardano l’IVG. Il secondo riguarda l’obiezione di coscienza nei consultori, poiché per il secondo anno consecutivo si è deciso di non rilevare questo dato, che invece potrebbe avere un peso importante nell’accesso all’IVG, soprattutto in alcune realtà territoriali. Ci aspettiamo che rispetto a queste criticità, legate anche alla aziendalizzazione e alla dipartimentalizzazione dei consultori, come rilevato dal richiamato studio dell’ISS, il Ministro voglia mettere in pratica adeguate misure correttive.

  1.       La formazione: il ricorso al raschiamento in oltre il 10% dei casi, con punte particolarmente alte in alcune regioni, nonché il ricorso all’anestesia generale in oltre il 90% dei casi rendono evidenti carenze formative a livello di scuole di specializzazione e di aggiornamento del personale sanitario ospedaliero e consultoriale, alle quali le regioni non hanno finora dato risposta .

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