fbpx

Disastrati Generali

Politica

Couder_Stati_generali

Anna Lombroso

Nei giorni scorsi mi è capitato un fenomeno molto inquietante.

Cercavo qualche commento a margine degli Stati Generali convocati da Conte,  quando finalmente nel compiacimento generale per il palco reale europeo, per il parterre degli invitati, degli osservatori e  testimonial e perfino degli uomini qualunque selezionati tra la società civile, quando finalmente mi sono imbattuta in una frase che sostanzialmente rispecchiava il mio pensare: lo stato di eccezione proclamato come necessario in presenza della epocale pandemia aveva sortito l’effetto temuto di esonerare la rappresentanza del popolo, il Parlamento eletto, in favore di task force, autorità tecnocratiche, consulenti promossi a decisori o gran suggeritori.

Vado  a guardare e scopro con raccapriccio che l’unica voce a sollevare questa obiezione nella gran marmellata dell’entusiasmo pro-governo è di Giorgia Meloni. Per carità ho da sempre imparato a non fermarmi a una dichiarazione ma a risalire alla fonte per misurarne la credibilità, perché anche gli orologi guasti segnano l’ora giusta perfino due volte al giorno. Per carità, sono abbastanza attrezzata per non temere il Berlusconi in me che si riaffaccia anche in soggetti insospettabili, figuriamoci se temo di essere posseduta da un poltergeist fascista.

Deve essere per questo che non mi ha poi stupito e impressionato più di tanto questa estemporanea coincidenza. E’ che chi non si ferma alle tesi della Leopolda, alle esternazioni delle sardine, ai documenti dei tkink tank progressisti sa bene che non è vero che con la fine delle ideologie novecentesche siano state cancellate destra e sinistra: semplicemente la destra ha saputo declinarsi nelle varie forme a sostegno del totalitarismo contemporaneo, mentre la sinistra “strutturata”, anche prima delle dichiarazioni di voto neoliberiste,  si è persa, ha smesso di guardare a quelle stelle polari, uguaglianza, solidarietà, giustizia, immaginando e illudendo di addomesticare il sistema feroce e avido dello sfruttamento con le “riforme”, con il benessere che sarebbe caduto dal cielo su tutti, chi un po’ di più chi un po’ di meno, come una polverina d’oro elargita da provvidenziali manine misericordiose.

Parlo ovviamente dei salvati che hanno firmato col sangue dei sommersi l’abiura, cui solo apparenti competitori affibbiano ancora la nomea di sinistra, avendola invece rinnegata come un attrezzo arcaico e controproducente per affermazioni personali e interessi di casta, e  che non solo hanno accantonato il riferimento un tempo irrinunciabile alla lotta di classe, ma hanno addirittura rinunciato ai principi elementari e ai valori primari della democrazia come si era inteso rappresentare nelle Carte uscite della resistenze.

Quelle Costituzioni cioè che l’Europa – che doveva introdurci alla condizione perfetta della partecipazione solidale di popoli e nazioni alle scelte in nome dle ben comune e che invece ha dato spazio a una oligarchia cosciente dei suoi privilegi promossi a diritti e perciò determinata a imporre le proprie tesi e regole a una maggioranza recalcitrante – ci chiede pressantemente di rivedere e aggiornare in quanto colpevoli di riecheggiare toni e motivi  socialisteggianti.

Mi riferisco a quelle formazioni che possiamo annoverare nella cerchia del progressismo liberista, da tempo possedute dai demoni della governabilità e del consenso, convinte che le elezioni si vincono al centro dove è obbligatorio far convergere elettori esitanti che devono essere rassicurati grazie a programmi uguali e assonanze su temi generali, sicurezza, immigrazione, grandi opere, meritocrazia, mobilità.

Come hanno fatto in tutta Europa partiti che già prima si richiamavano alla sinistra facendo politiche di destra, e che ora rivelano il loro assoggettamento al sistema capitalistico, ormai promosso a legge di natura, all’inseguimento di un elettorato indistinto, non avendo capito che non esiste più un ceto medio, degradato a classe disagiata ma che non si convince della sua retrocessione.

Il caso di movimentini e fermenti vezzeggiati dall’establishment è rivelatore della volontà pervicace di instaurare un  consenso “artificiale”,  assimilabile a quella spirale del silenzio che penalizza chi si sottrae al pensiero comune e al conformismo, che colpisce chi non intende arruolarsi nelle fazioni in campo, e che mira a far sparire il dibattito e dunque la democrazia che implica la pluralità delle opinioni e anche il conflitto, considerato  illegittimo e disfattista, violento e incivile, rozzo e ignorante.

In risultato è che alla fine il quadro istituzionale e della rappresentanza diventano un guscio vuoto, da riempire con rivendicazioni e dimostrazioni di autorità, e  il dibattito parlamentare si mostra come una messa in scena che allontana gli elettori, rivelando come il prezzo dell’approvazione e della governabilità sia la diserzione, l’astensione, la disaffezione.

La società pacificata che piace tanto a quelli che limitano l’antifascismo alla riprovazione di quella scrematura di popolaccio volgare e brutale, preferendo il bon ton alla collera anti-sistema, diventa così il laboratorio dove si sperimentano altre belligeranze, dove si materializzano altre modalità di affermazione identitaria, conseguenza logica del fatto che non ci si può più esprimere e affermare come cittadini, cui si riservano disapprovazione e disprezzo, catalogandole sommariamente come manifestazioni deplorevoli di populismo vandalico agitato contro convinzioni e istituzioni intoccabili.

Qualcuno ha definito questo pantheon di figure di riferimento e di convinzioni come lo slittamento “delle priorità delle èlite dal sociale al culturale”, convertito ormai al sistema del denaro, convinto dal “pertuttismo” alla lotta paritaria contro “tutte” le discriminazioni, affondando in essa il conflitto di classe, surclassato dall’omogenitorialità, dal riscatto  dagli stereotipi di genere, come se i diritti fondamentali fossero ormai conquistati e inalienabili e ora ci fosse modo di occuparsi degli optional, come se fosse naturale scomporli in gerarchie e graduatorie e la rinuncia a alcuni promuovesse l’ottenimento di altri.

Li abbiamo visti in azione, nell’alto comando della pandemia, col sostegno del Giornale Unico della Nazione, con gli appelli pro governo pubblicati sul nuovo house organ del riformismo liberista, i fedifraghi delle promesse messianiche ormai insediati nell’apparato a perorare la causa della indispensabile sorveglianza, le cheerleader del mercato, i cantori dello stormworking e della didattica a distanza promotori di licenziamenti e precarietà, impegnati nei duelli da opera dei pupi, a dar giù botte e stoccate finte a Confindustria, che detta i suoi desiderata a Colao,  dopo aver concordato chiusure e aperture a suo gusto, dividendo il paese in due, chi si protegge a casa e chi deve esporsi per l’interesse generale,  calendarizzando promettenti opportunità di rilancio a base di cemento, cantieri, ponti, export di armamenti e import di compratori dei beni comuni.

Si vede che serviva anche la convention a Villa Pamphili, come per gli addetti alle vendite piramidali e infatti non si capisce perché siano stati chiamati Stati e non Mercato Generali, con i maestri dell’austerità a distanza che ci somministrano la pedagogia del festoso indebitamento e della rinuncia ai poteri e alla competenze nazionali, e dunque alla democrazia, in favore di una autorità più alta in grado e dunque più compiutamente sovrana.

Così vien buona la vecchia massima secondo la quale a ogni vittoria di chi chiede voti per la sinistra corrisponde una sconfitta del socialismo..

 


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Hai apprezzato i nostri contenuti? Aiutaci a condividerli.

RSS
Facebook
YOUTUBE