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Noi del Fuori Sacco

Arte, Cultura & Società

Tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso la Sicilia vantava un numero notevole di testate giornalistiche quasi in contemporanea. Vediamo: a Palermo:: “il Giornale di Sicilia”, “L’Ora” cui si aggiunse per breve tempo “Telestar”. A Catania:d “Il giornale dell’Isola”, “Il Corriere di Sicilia”, “La Sicilia” ed “Espresso Sera”. A Messina ricordo “La tribuna del Mezzogiorno” e la più fortunata “Gazzetta del Sud”. Non so nulla per le altre sette provincie siciliane
Ognuno di questi quotidiani serviva un territorio ben definito, spesso in concorrenza, fatta eccezione per Il Giornale di Sicilia che ha sempre avuto ambizioni nazionali. Da ciò la necessità di una capillare rete di corrispondenti in ogni centro urbano, piccolo o grande, ove avere una notizia di prima mano “bucando” i diretti competitori era cosa sana e giusta nell’ottica giornalistica. Quando addirittura non si giocava sporco e si bucavano i colleghi di paese.
In quei primi anni sessanta del secolo scorso abitavo a Giardini Naxos (Me); noi ragazzi, corrispondenti di diverse testate, non nutrivamo animosità l’un l’altro, si era piuttosto amici e le notizie spesso ce le passavamo. Qualcuno era più vicino al Sindaco, altro più al maresciallo dei Carabinieri, altro ancora più al responsabile della Pro Loco e, pertanto, ci si aiutava. Ma, ahimè, nel gruppo c’è sempre chi crede di essere furbo e quindi qualcuno paga la spesa. In quell’occasione pagò chi vi scrive. Il fatto andò così:
In paese si era sparsa la voce che in uno stagno nei pressi del cimitero si erano viste tracce evidenti di un grosso rettile. Quindi, passando di bocca in bocca, di casa in casa, da vanedda in vanedda (da vicolo in vicolo) col passaparola le tracce di serpente si trasformarono nel “mostro della laguna”. Figuratevi noi corrispondenti.
In quell’occasione chi scrive non aveva un mandato di corrispondenza come ebbe qualche tempo dopo, ma solo l’incarico personale e fiduciario di sostituire per breve tempo il titolare della Gazzetta del Sud assente per ragioni di studio. E fin qui tutto bene; il guaio avvenne dopo qualche settimana dalla nomina, quando in occasione del fatto riguardante il “mostro” fui avvicinato da un “collega” che mi propose di non darne immediata notizia, ma addendere qualche giorno in attesa di verifiche utili ad evitare il rischio di dare una nuova poco attendibile, sconfinante nel ridicolo. Il “collega” aggiunse che “gli altri” erano d’accordo, pertanto, acconsentii. Non lo avessi mai fatto, l’indomani mattina la notizia apparve in pompa magna sulla Tribuna a cura dell’inaffidabile collega, con tanto di firma e fotografia dei luoghi, nulla invece apparve sulla Gazzetta di cui io ero responsabile e nulla , se ben ricordo fu pubblicato da“La Sicilia” di Catania, bel quotidiano, nostro concorrente.

Il “cazziatone”che presi da chi si era fidato di me lo ricordo ancora. E finì così la mia carriera di vice corrispondente. Passò del tempo per avere un incarico da effettivo.
Quella cui ho fatto cenno era un notizia da darsi per telefono al pari di tutta la cronaca nera, degli incidenti e di tutti quegli episodi la cui attualità si esauriva in poco tempo. Tutto il resto doveva pervenire al giornale per “Fuori Sacco”.

In quegli anni la vita professionale del corrispondente era scandita da un impegno e due riti. L’impegno si traduceva nella ricerca della notizia e la sua elaborazione in articolo seguendo le cinque regole auree che sono sempre state alla base di una buona informazione, vale a dire: 1) Chi? – 2)Che cosa? – 3)Quando? – 4)Dove? – 5)Perché?.
Fatto ciò si passava al rito della telefonata alla redazione.
Allora non c’era la teleselezione e, pertanto, chiamare da casa (e chi aveva il telefono?) o da fuori era necessario passare in ogni caso dal centralino. Si prenotava la telefonata in “partenza dal giornale” (così pagavano loro) e si aspettava la comunicazione che spesso tardava anche più di un’ora. Ricordo ancora noi corrispondenti seduti in attesa della chiamata per entrare in cabina e dettare il pezzo. “Ciao, sono Rinaldi da Giardini, passami lo stenografo…………..” Quella attesa e l’immancabile emozione della dettatura le ricordo con tanta, tanta nostalgia.
Quando l’articolo non perdeva di attualità e ciò accadeva nella maggior parte dei casi con riguardo a tutti i “pezzi” di colore o di cronaca bianca ecco che si faceva ricorso al rito famoso del Fuori Sacco.
Scritto a macchina l’articolo,questo si metteva in una busta fornita dal giornale. Ci si avviava quindi alla più vicina stazione ferroviaria in orario di un treno recante il vagone postale, e qui si consegnava il lavoro all’addetto che poneva il plico in evidenza e non nel sacco (fuori sacco) al fine di consegnarlo direttamente al personale postale della stazione di destinazione per l’inoltro alla casella postale dedicata al giornale. Quanti fuori sacchi e quante passeggiate per e dalla stazione di Taormina Giardini.

Tutto quanto sopra l’ho scritto per abbracciare idealmente tutti i ragazzi che come me hanno amato il giornalismo e in suo nome sono stati pronti a ogni sacrificio, compreso quello di esser strenuamente criticati dai paesani quando si ledeva l’interesse di qualcuno, ma pazienza, ogni articolo pubblicato, era una conquista, un mattone della tua casa giornalistica, un afflato di notorietà. Molti amici hanno continuato con successo ad aggiungere mattoni e continuare l’attività da professionista o pubblicista. Io no, la mia strada l’ho percorsa in altra direzione, ma questa è un’altra storia. Si può comunque affermare che chi è stato “giornalista” a quel tempo, tra ore passate ai centralini e treni in perenne ritardo, avrà sempre un articolo e un “fuori sacco” nel cuore.

Giuseppe Rinaldi 


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