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Globalizzazione, Tecnologia e visione del futuro

Politica

Nell’articolo 1. Einstein e il senso del “cambiare pensiero“, abbiamo indicato, come fenomeno caratterizzante lo “statu quo” dell’attuale “sistema antropologico”, il fenomeno della mondializzazione o, detto in senso positivo, il fenomeno della globalizzazione.  

Abbiamo anche registrato che si stiano diffondendo molti dubbi sui suoi tanto decantati, attesi e pretesi, benefici.

Ma come siamo arrivati al che questo fenomeno della mondializzazione sia diventato dominante?

Prima, a livello mondiale, operavano le multinazionali, con i loro processi informativi, finanziari, logistici, distributivi: in sintesi, con i loro tempi.

Oggi, basta un click per comunicare: l’informazione viaggia veloce, troppo veloce; segue subito al pensiero.

Il catalizzatore, dunque, è la tecnologia; in particolare quella internet/web e quella informatica che si sono rivelate, entrambi, pandemiche ed istantanee.

È qui, però, che è avvenuto lo strappo: da un lato, ordinativi e documentazione, informazione e chat, pagamenti e finanza; dall’altro, merci, logistica e distribuzione.

Due facce della stessa medaglia, ma a velocità di circolazione diverse.

Quando, poi, la merce è diventata il soldo, lo strappo si è vieppiù accentuato: da un lato, la finanza; dall’altro, la economia reale.

Velocità di circolazione diverse, addirittura con differenti ordini di grandezza. 

La crescita dei mercati, si sa, è strettamente correlata alla dinamica, alla velocità di circolazione monetaria.

L’effetto è che, la finanza, con l’alta velocità di circolazione, è cresciuta moltissimo rispetto alla economia reale, caratterizzata da bassa velocità.

Sono cresciute così le tensioni del “sistema antropologico” che hanno portato a storture di sistema: crisi del lavoro, degenerazioni economiche, diminuzione dei redditi della classe media, disuguaglianze, trasferimenti di ricchezza da tanti a pochi, abbattimenti sociali e culturali, …, senza che le politiche nazionali potessero intervenire adeguatamente per far fronte a problemi di natura globale.

La pandemia del corona virus, il Covid-19, non ha fatto altro che accelerare un processo degenerativo già in atto visto che ha ulteriormente abbassato la velocità di circolazione della economia reale, legata alla produzione, alla logistica e alla distribuzione, ma ha lasciato inalterata la velocità di circolazione della economia finanziaria, legata ad internet e alla informatica. 

I guasti si accentuano quando si mette in moto la genialità e la creatività degli operatori di mercato: con capitali emersi da operazioni finanziarie (cioè dal nulla) si possono acquisire facilmente centrali dell’economia reale, come le grandi imprese, e asservirle alla finanza, privandole del loro nettare e della vita.

La finanza uccide l’economia reale, asservendola, piuttosto che servendola.

È, dunque, il caso di dichiarare la fine della globalizzazione?

No di certo.

La diffusione dell’homo sapiens è nei suoi geni e, contro i geni, nulla si può fare.

La fine della globalizzazione non ci sarà.

Ma ci dovrà essere la revisione profonda dell’attuale “sistema antropologico” per evitare uno scenario da “grande fratello”: pochi eletti, tutti gli altri amorfi.

La lotta al Covid 19 ha esaurito le nostre energie indebolendo la società civile nel suo complesso; una società oggi soggetta a restrizioni inimmaginabili perfino in stato di guerra.

Tuttavia, il “sistema antropologico” cerca di adattarsi al nuovo scenario.

Ad esempio, il comparto agroalimentare è passato da una distribuzione orientata al consumo “fuori casa” ad una “home delivery” con un riallineamento dei prezzi dovuti alla riorganizzazione della distribuzione, garantendo la vita ad una lunga catena cooperativa che parte dall’approvvigionamento delle materie prime fino alla consegna del prodotto finito.

Allora, tutto come prima?

Assolutamente no, perché osserviamo che la soluzione è “locale”.

Abbiamo capito che il “sistema antropologico” nasce vive e cresce localmente; ma respira globalmente.

È l’integrazione e l’equilibrio dei fattori, locali e globali, ciascuno nella propria dimensione, la carta vincente: mentre prima abbiamo esteso, oltre misura, la dimensione locale globalizzandola, “strappandola”, degenerandola, violentandola.

Emerge chiaramente, ora, quale debba essere la progettualità politico economica sociale di una Stato nazionale: la valorizzazione, delle identità e delle attitudini, del folclore e della storia, che stigmatizza, nel contempo, la loro difesa di fronte ad un futuro da moltitudine amorfa e fittiziamente libera.

Questo è il nuovo traguardo della Politica.

Antonio Vox


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