fbpx

Serve un ‘piano ad hoc’ per salvare la moda italiana

Cronaca

Il Covid ha pesato anche sul fatturato delle aziende, con un calo registrato che arriva fino al 35%. Il presidente della Camera nazionale della Moda, Carlo Capasa, intervistato dall’AGI, lancia un appello al governo e spiega perché parliamo di un settore strategico per il Paese

“Un piano ad hoc” per riaffermare la leadership della moda italiana in Europa, minacciata dalla crisi per il Covid che nei mesi del ‘lockdown’ è costata un terzo del fatturato: a chiederlo Il presidente della Camera della Moda, Carlo Capasa, che in un’intervista all’AGI lancia un appello al governo perché presti maggiore attenzione a un settore duramente colpito dal Covid-19.

L’invito è a a valutare con attenzione le richieste avanzate in un documento, presentato con Altagamma e Confindustria moda, per il rilancio del settore.

Nell’ultimo decreto non ci sono state le risposte sperate, “vedremo nei prossimi”, ha spiegato Capasa. Negli ultimi anni la politica è stata distratta, “ha dato poca importanza a questo settore, lo ha considerato spesso non centrale”.

Un assioma che va capovolto perché “la nostra è la vera industria strategica italiana: genera circa 30 miliardi di saldo positivo, ed esporta oltre 70 miliardi. Siamo i primi esportatori in Italia, siamo quelli che raccontano la storia positiva del Paese. La nostra industria del tessile-abbigliamento-accessori a livello europeo rappresenta il 41% della produzione rispetto all’11 della Germania e all’8 della Francia.

Siamo di gran lunga i più forti con 30 punti di vantaggio: meritiamo che questa sia considerata ‘l’industria’ strategica e che quindi di conseguenza vengano fatti investimenti per salvarla e preservarla”. Ma per fare questo “Ci vuole un piano ad hoc”. Ecco perché la risposta non può che arrivare dal governo.  

“Abbiamo presentato delle richieste.  Ci sono 4 temi principali: il mercato del lavoro che in questo momento deve costare un po’ meno, per salvaguardare l’occupazione; la possibilità di sviluppo del digitale; degli aiuti alla catena del retail, in questo momento attraversato dalla depressione; premiare tutti gli investimenti in ricerca e sviluppo che tutti i brand, piccoli e grandi, stanno facendo, senza i quali non si può parlare di futuro”.

Questi sono i grandi temi da affrontare, ma poi si va nel dettaglio e la Camera della Moda (che con i suoi primi 100 brand sviluppa il 54% del fatturato di tutto il settore, dando lavoro a più di 60 mila imprese) ha proposto anche “delle norme specifiche, per esempio su come gestire il tema delle rimanenze rispetto agli anni scorsi, e avere magari la possibilità di ottenere dei crediti di imposta su queste eccedenze”.

“Siamo in attesa – rimarca Capasa -, nel primo decreto alcune cose sono state accolte ma in misura minima. Nei prossimi decreti ci aspettiamo più attenzione e ascolto”. Di certo la pandemia ha messo in difficoltà tutto il comparto, oggi ben lontano dai bilanci pre Covid.

Le perdite più o meno sono quelle che avevano preventivato, quando alla Fashion week di fine febbraio furono assenti i buyers cinesi. “In media la diminuzione dei fatturati va dal 25 al 35%”, dati che sono in linea con quelli forniti “dall’Istat che indicano un -23 per cento nei primi 4 mesi nel settore, ma i primi 4 mesi avevano all’interno gennaio e febbraio, che erano iniziati molto bene”.

“Per fortuna è ripartita un po’ la Cina, quindi tutti quei brand che hanno una presenza in quel Paese”, stanno registrando una seppur lieve ripresa del business. “Speriamo tutti che il covid si arresti e che quindi la seconda parte dell’anno diventi positiva. Adesso però dobbiamo affrontare questo momento di difficoltà, che sta avendo un impatto molto forte su tutta l’industria della moda. E non mi riferisco solo alla parte industriale, perché l’industria della moda coinvolge il retail e il terziario, tantissimi lavori, dall’allestitore all’architetto”.  

Governo a parte le aziende dal canto loro reagiscono in ordine sparso: c’è chi stringe i denti, chi punta sull’e-commerce – che durante il lockdown è salito del 27% – chi chiude alcuni punti vendita. C’è chi tenta di limitare i danni concentrandosi su Milano, punto di riferimento per gli investitori e i clienti nazionali e internazionali, come ha fatto Roberto Cavalli, che ha scelto di spostare lì, il suo centro direzionale finora ospitato all’Osmannoro, nel Comune di Sesto, alle porte di Firenze. E chi, come Giorgio Armani per ‘generosità’ nei confronti del suo Paese, ha spostato a Milano un appuntamento da sempre parigino: la prestigiosa ed esclusiva sfilata Armani privé. 


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Hai apprezzato i nostri contenuti? Aiutaci a condividerli.

RSS
Facebook
YOUTUBE