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Mes si, Mes no

Economia e Finanza

di Antonio Vox 

Ricomincia l’eterno stucchevole dibattito sul MES, per ora.

Ricco di dietrologia, vera o falsa che sia.

Ma, poi, sarà la volta del Next Generation Fund, nuovo programma che supera il Recovery Fund.

L’elettore, benché travolto da uno tsunami di dichiarazioni, ma realmente privo di reali e concrete informazioni, non sa che pesci pigliare e si adagia automaticamente sulle posizioni della parte politica o dell’esperto che non gli ispira antipatia.

Il Governo non si decide; e, intanto, si radicalizzano le posizioni dei diversi Partiti cui si aggiungono dotte dissertazioni e studi a favore o contro in una ridda di analisi professorali che, da sole, incutono rispetto e nemmeno vengono lette.

Allora i media sono pieni di: condizionalità, Troika, saggi d’interesse, complotti finanziari, l’Europa del Nord, le infelici pressioni della Merkel, le trappole, la svendita dell’Italia, …, slogan populisti e sovranisti, statalismo e dirigismo della sinistra venduta, europeisti ad oltranza, nazionalisti per principio, fascisti, antifascisti, dittatori, innamorati della Costituzione più bella del mondo, reazioni dei mercati, altalena dello spread, …

Un grande incomprensibile minestrone nel quale si possono scorgere, però, timide accenni falsamente un po’ “liberaleggianti”, solo per il fascino occulto del sostantivo “Libertà”.

Un gioco al massacro, tutti contro tutti.

E il popolo osserva sbiadito e sbandato, tutto sommato indifferente, preda a reazioni istintive nella radicalizzazione delle posizioni, stanco partecipe dei social, senza la voglia di una analisi critica e semplice, sempre più incline all’ astensione.

Ma, intanto, il disagio sociale cresce e la crisi politico economico sociale avanza come un cancro, a macchia d’olio. 

Sarà che ci sono troppi politici, e presidenti, usi a ottenere consenso su quattro chiacchiere che attirino un barlume d’attenzione.

Tutti, indistintamente, noti e non noti, pensano che sia doveroso dire la propria, solo per esserci….

A casa nostra, sappiamo che se c’è la necessità di affrontare delle spese, per urgenza o anche per diletto, ci industriamo a reperire i soldi.

Ricorriamo ad un prestito quando non abbiamo altre soluzioni ma, prima, decidiamo quanto debba essere questo prestito a fronte di quello che vorremmo fare.

E non mettiamo in dubbio, lo faremmo noi stessi se fossimo finanziatori, che chi ci presta i soldi vorrà sapere a cosa ci servono, se siamo in gradi di restituirli, quali garanzie possiamo offrire e, alla fine, ci suggerirà di comportarci virtuosamente.

Certamente, il nostro finanziatore non è “solidale”: in altri termini non ci regala nulla.

Così fan tutti, compreso il sistema bancario; perché mai non lo dovrebbe fare l’Europa?

Sappiamo anche che il debito lo dovremo restituire, preferibilmente a rate: più alto il prestito, più onerosa la rata.

Per questo facciamo le cose con attenzione, senza strafare; chiediamo quanto ci serve, non di più, sapendo che, dopo, dovremo ridurre il nostro tenore di vita perché abbiamo sulle spalle delle rate di mutuo.

I saggi d’interesse, le garanzie o condizionalità (nascoste o leggere) da prestare, la durata del mutuo, …, il costo della rata etc., tutto questo passa in second’ordine rispetto alla urgenza di disporre di soldi.

Certamente chiederemo un po’ di più come margine di sicurezza, ma non molto di più: evitando così ogni rischio d sperpero.

Quindi, deciso il fatto di dover ricorrere al prestito (non avendo altre soluzioni percorribili), in un secondo momento si valuterà il “regolamento del prestito”.

Non è ragionevole tutto quanto sopra descritto?

La domanda popolare focale, quindi, è, invece di rincorrere le alchimie artificiali e artificiose di cui sopra: perché non si procede così anche nel caso del Mes? 

Si sono forse esplorate eventuali ipotesi alternative – che certamente ci sono – per ridurre il ricorso al prestito? Il Paese ha realmente bisogno di tutti quei € 37mld? Non basterebbero, ad esempio, € 10 mld? Quale sono le cose da fare? Quali sono i programmi di ristrutturazione e di riforma della Sanità? Quali gli obiettivi? Quali i costi? Che senso ha il parlare di importi senza disporre di una piattaforma economico sociale da realizzare?

Sembra tutto a rovescio: si parte dalla fine. Boh! Ai posteri l’ardua sentenza.

Ma, una cosa è certa: qualunque prestito, oggi, chiederemo, esso graverà, domani, sul carico fiscale di ogni famiglia.

Ma sappiamo anche che, il Mes (di cui Italia ha sottoscritto il capitale per 125,3 miliardi, versandone oltre 14, come terzo Paese contribuente al 17,7%) ha varato la “Pandemic Credit Line” – alla quale Italia dovrebbe accedere –.

La Commissione ha chiarito che l’unico vincolo per l’accesso alle risorse del Mes è relativo alla loro destinazione – che deve essere strettamente collegata all’epidemia – mentre ogni altra spesa non è, in questa circostanza, applicabile.

La natura eccezionale “esterna e simmetrica”, dovuta allo shock da coronavirus, definisce il “Mes sanitario” strumento “una tantum e di natura temporanea”.

Esso prevede che le risorse finanziarie devono, esclusivamente, essere utilizzate per finanziare le spese (dirette e indirette) sanitarie di cura e prevenzione per la pandemia e che dopo il superamento dell’emergenza, gli Stati beneficiari saranno comunque soggetti all’obbligo di rispettare il Patto di Stabilità e Crescita.

Tutto ciò perché è accertato che la crisi da Covid19 costituisce un rischio per la stabilità finanziaria dell’eurozona.

Molto bene.

Però, tutto ciò accertato, la domanda ritorna: cosa il Governo pensa di fare per la crisi pandemica? Quale il piano programmatico?

Ecco il tema principale che offusca tutto il resto che diventa banale corollario: ma che ci facciamo con questi soldi?

E’, stranamente, l’unico tema lontano dai dibattiti politici, ma è quello che dovrebbe accendere l’interesse del cittadino elettore.

Vuoi vedere che non c’è nessun Piano?

Antonio Vox


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