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Michael non è morto di Covid, ma di fame, sete e feroce etica della “qualità della vita”

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Non vale la pena intubarlo, ma dargli l’eutanasia senza consenso sì. Così medici e tutori hanno deciso la fine di un padre di famiglia tetraplegico in Texas

Melissa scoprì di essere diventata vedova la mattina del 12 giugno: una chiamata asciutta dal St. David’s South Austin Medical Center  la informava che suo marito Michael, padre dei suoi cinque figli, era morto la sera prima, e che il suo corpo era già stato trasportato in una casa funeraria che speravano le piacesse.

IL GIORNO IN CUI MELISSA DIVENTA VEDOVA

Michael non c’era più, nel giro di una telefonata era diventato un corpo da consegnare alle pompe funebri. Eppure Melissa aveva scritto all’ospedale il giorno prima, la mattina dell’11 giugno: voleva avere aggiornamenti sul marito ricoverato da 8 giorni per una polmonite da Covid-19, era grave, lo sapeva, e sapeva anche che per il suo medico curante la vita di Michael non valeva nulla. Ma non immaginava che quel giorno sarebbe morto, non di Covid ma di fame e di sete, contro il volere dei suoi cari, senza i suoi cari. “La perdita della vita è tragica in qualsiasi circostanza. Nella situazione del signor Hickson – avrebbe dichiarato poi il portavoce dell’ospedale -, il suo tutore nominato dal tribunale (a cui fu concessa l’autorità decisionale al posto del coniuge) prese la decisione in collaborazione con il team medico di interrompere le cure invasive”.

COVID E LA DIAGNOSI: “POSITIVO E ASINTOMATICO”

Invasive? Michael Hickson era un quarantaseienne texano di colore, rimasto tetraplegico dopo avere avuto nel 2017 un arresto cardiaco e lesioni da anossia cerebrale mentre accompagnava Melissa al lavoro. Certo, la sua vita era stata un continuo dentro e fuori dagli ospedali e da strutture di riabilitazione, ma Michael sorrideva sempre. Aveva la sua famiglia, “si era ripreso la sua vita e la sua personalità, ricordava eventi del passato, adorava fare calcoli matematici e rispondere a semplici domande”, raccontava Melissa. Poi era arrivato il coronavirus. Da marzo l’uomo viveva in una struttura specializzata in assistenza agli invalidi: erano state le infermiere, il 10 maggio, ad avvisare via mail le famiglie che in seguito a un caso di positività rilevato tra lo staff avrebbero proceduto a tamponare tutti i loro pazienti. Michael risultò positivo il 15 maggio, positivo ma asintomatico, e il 25 maggio un secondo tampone lo dava ormai per negativizzato.

L’ULTIMO BACIO CON FACETIME

Qui ha inizio la seconda, brevissima vita di Michael, quando è il 2 giugno e le cose precipitano: l’uomo ha febbre alta e problemi respiratori, spiegano a Melissa, per questo è stato trasportato in ospedale, al St. David di Austin. Il 3 giugno Michael finisce in terapia intensiva. Il 5 l’ospedale dice a Melissa di raggiungere al marito che sta molto male: la donna non può entrare nella sua stanza ma può parlare attraverso FaceTime con lui dal corridoio. Michael ha le labbra screpolate, le chiede un bacio e di dire una preghiera con lui. Il giorno dopo l’uomo viene dimesso dalla terapia intensiva, è stabile, dicono a Melissa, respira da solo. Le dicono anche che però verrà ricontattata dal reparto hospice in cui è stato trasferito.

INTUBARE “NON È UMANO O COMPASSIONEVOLE”

La donna non capisce il trasferimento. Non le piace l’ospedale e non le piacciono i medici: registra una conversazione avuta con il dottore che ha in cura Michael (oggi diffusa su YouTube) che molto serenamente ammette che non avrebbe fornito assistenza o cure per il coronavirus perché nessun trattamento avrebbe potuto migliorare la qualità della vita di Michael, “al momento non sembra averne molta”. “Che intende dire? Che essendo paralizzato da una lesione cerebrale non avrebbe una vita di qualità?”, chiede la donna, “Esatto”. Invitandola a considerare i casi di chi, pur in salute non ce l’ha fatta, il medico non ritiene “umano o compassionevole” intubare l’uomo.

NIENTE REMDESIVIR E NEMMENO ACQUA

Ma Melissa può fare poco contro i medici: per motivi di soldi e assicurazioni è in causa con la sorella di Michael per decidere chi sarebbe stato il rappresentante legale dell’uomo e in attesa di un’udienza definitiva il tribunale ha nominato un tutore temporaneo. È il tutore scelto dalla corte (una ong che tutela gli anziani in Texas) a decidere in accordo con i medici di portar via dall’ospedale Michael e ricoverarlo nell’hospice. Dove viene spiegato a Melissa che secondo la comunità medica e secondo lo Stato è nel migliore interesse dell’uomo privarlo dei supporti vitali. Il ragionamento è semplice: per trattare Michael post Covid bisogna intubarlo per somministragli il farmaco antivirale Remdesivir. Melissa capisce che questo forse non gli salverà la vita, quella vita così priva di qualità per i medici, quello non capisce è perché dovrebbe essere più “umano e compassionevole” accelerare il decesso del marito.

MICHAEL MUORE SOLO E NON DI COVID

Nonostante le proteste della donna che invoca trattamenti alternativi l’uomo è già stato privato di idratazione, nutrizione e cure mediche. Gli vengono somministrati solo antidolorifici in una stanza buia, vuota e senza alcun macchinario intorno salvavita. Melissa tenta una corsa contro il tempo per ottenere la tutela del marito prima che sia troppo tardi. Poi, il 12 giugno, la telefonata: Michael è morto. Da solo, come molti sono morti soli di coronavirus. Solo che Michael non è morto per un virus letale o mancanza di ossigeno. È morto di fame e di sete, condannato alle quali dalla feroce etica della “qualità della vita”.

tempi.it


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